Gli impresentabili – Treviso a cattivo gioco

Bepi da Preganziol

Bepi da Preganziol

La Serie A all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Quasi tutti i tifosi sono concordi nel ritenere che i successi più belli siano quelli non pronosticati, arrivati a sorpresa. Per dirla schietta: secondo voi hanno goduto di più i tifosi greci per l’Europeo del 2004 o quelli spagnoli per l’edizione del 2012? Chiaro, no?

A volte però l’effetto sorpresa può trasformarsi nel più doloroso dei boomerang. Ne sanno qualcosa a Treviso…

L’anno di grazia è il 2005. Il Treviso è in Serie B e gioca un onorevole campionato. L’inizio è difficile. Sotto la guida di coach Giancarlo D’Astoli i biancoazzurri fanno fatica e conquistano solo 5 punti in 9 partite. Scontato l’esonero. A subentrare è Giuseppe Pillon, per tutti Bepi. Segni particolari: baffo d’assalto. È un personaggio conosciuto sulle rive del Sile. È nato a Preganziol, a pochi kilometri dalla città, e ha già giocato e allenato all’Omobono Tenni.

Con lui la squadra si riprende e si toglie parecchie soddisfazioni. A fine anno la classifica vede nell’ordine: Genoa, Empoli, Torino, Perugia, Treviso e Ascoli. Le prime due vanno dirette in A, le altre si giocano i playoff.

Un 11 di quella stagione

Un 11 di quella stagione

Nella Marca, visto come si erano messe le cose, son già contenti così e nessuno si dispera troppo quando il Perugia li batte sia all’andata che al ritorno. Gli umbri vanno in finale contro il Torino, ma hanno la peggio dopo un soffertissimo doppio scontro.

Bene, promosse sono quindi Genoa, Empoli e Torino. Ehm…non proprio. Poco dopo la fine del campionato scoppia la bomba. Alcune indagini portano alla luce un tentativo di addomesticamento dell’ultima partita di campionato del Genoa contro il Venezia. I grifoni vengono retrocessi all’ultimo posto e finiscono in C1.

Va bene, ok, nessun problema. Le promosse sono Empoli, Torino e Perugia, ripescato dopo la finale persa. Ehm…non ancora. Sia i piemontesi che gli umbri si trovano in condizioni economiche disastrose e falliscono. Ergo, diventa automatico il ripescaggio per Ascoli e Treviso.

Lo sloveno di belle speranze

Lo sloveno di belle speranze

Peccato che tra un ricorso e l’altro l’ufficialità della cosa arrivi solo il 16 agosto, a neanche due settimane dall’inizio del campionato. Il presidente Ettore Setten e i dirigenti devono fare autentiche acrobazie di mercato per allestire una squadra all’altezza. Sulla carta i giocatori buoni arrivano. Tra gli altri ci sono i gemelli Filippini, Pinga, Andrea Dossena, Dino Fava e un giovane portiere sloveno di belle speranze, tale Samir Handanovic.

Tutto molto bello, ma la coesione di gruppo, in soli 10 giorni, è dura da trovare per il tecnico Ezio Rossi. Ezio Rossi? E il Bepi da Preganziol? Si è trasferito ad ovest, sulla panchina del Chievo. E verrà molto rimpianto.

Arriva il fatidico giorno. La prima giornata è in trasferta. Non una trasferta banale, ma a San Siro, contro l’Inter. Al centro dell’attacco dei nerazzurri c’è il brasiliano Adriano, ancora Imperatore con la I maiuscola e quel giorno, sfiga!, più in forma del solito. Ne fa 3 e tutto il Treviso, in particolare lo sloveno di belle speranze che sta in porta, passa una giornataccia.

In città comunque si respira entusiasmo e soddisfazione. I media sembrano di colpo accorgersi della Marca e del suo movimento sportivo. Treviso viene proclamata la capitale italiana dello sport, essendo all’epoca l’unica città a vantare una compagine nelle massime serie dei quattro sport di squadra più popolari in Italia, ossia calcio, basket, volley e rugby.

L'Omobono Tenni

L’Omobono Tenni

E poi, vabbè, l’inizio è stato duro, ma c’è tempo per riprendersi e si può puntare forte sul fattore campo. Ehm…sì, ma anche no. Il Tenni è un catino da 7.000 e rotti posti, situato poco fuori le mura della città. Non bellissimo, a dir la verità, ma raccolto, caldo, appassionato. Ma per la Lega Calcio non è a norma. Tocca traslocare, almeno per il tempo necessario a metterlo in ordine.

Si finisce a Padova che non è come per il Pisa andare a giocare a Livorno, ma non è neanche essere ospiti a casa di amici. L’esilio dura fino al 23 ottobre.

Le cose sul campo, quale esso sia, vanno maluccio. Le prime 5 partite sono tutte sconfitte. Qualche pareggio che fa morale, poi alla nona giornata arriva la prima storica vittoria in Serie A, 2 a 1 alla Reggina in trasferta. Autori dei gol, Francesco Parravicini e Gigi Beghetto, storico capitano ricordato ancora con affetto dai tifosi.

Si pensa alla riscossa, ma la squadra arranca ancora. Ezio Rossi viene silurato e la dirigenza riprova la carta dell’enfant du pays, che tanto bene aveva funzionato l’anno prima, chiamando il trevigiano Alberto Cavasin. Il nuovo tecnico coglie 5 punti nelle prime 5 partite, grazie anche alla seconda vittoria stagionale, 2 a 1 contro il Lecce. Poi però è di nuovo pianto e stridore di denti.

L'idolo Gigi Beghetto

L’idolo Gigi Beghetto

A gennaio si tenta il colpo di coda sul mercato. L’acquisto principale è Walter Baseggio, centrocampista belga di padre trevigiano, bandiera dell’Anderlecht e con buona esperienza internazionale. Arrivano anche giocatori del calibro di Christian Maggio e Marco Borriello. Solo che sono qualche anno distanti dai loro periodi migliori.

Dopo la 26esima giornata salta anche Cavasin e a sostituirlo arriva Diego Bortoluzzi. Anche lui della Marca, di Vittorio Veneto. Non si sa mai…

Il 2 aprile arriva uno dei momenti più alti della stagione. In un Tenni gremito, il Treviso strappa con orgoglio un punto alla fortissima Juventus di Capello, bloccandola sullo 0 a 0. Una settimana dopo però arriva un’altra sconfitta. Al San Filippo di Messina finisce 3 a 1 per i padroni di casa. È il risultato che certifica, con 5 giornate d’anticipo, la retrocessione in Serie B dopo una sola stagione.

Le ultime partite sono semplice accademia, ma all’ultimissima giornata arriva l’ormai inutile terza vittoria, contro l’Udinese, anche questa per 2 a 1.

Alla fine è ultimo posto con 21 punti conquistati, frutto di 3 vittorie, 12 pareggi e ben 23 sconfitte. Le reti fatte sono 24 (il peggiore attacco del campionato), quelle subite 56 (risultato neanche tanto brutto, visto che ben sei squadre fanno peggio).

Bene, quindi le retrocesse sono Treviso, Lecce e Messina.

C'era anche Reginaldo quell'anno a Treviso

C’era anche Reginaldo quell’anno a Treviso

Ehm, forse…l’8 maggio 2006 scoppia Calciopoli. In un primo momento la giustizia sportiva manda in Serie B Juventus, Lazio e Fiorentina, salvando quindi le tre retrocesse.

Ci risiamo, pensa qualcuno.

Poi però i verdetti vengono mitigati e ad andare in B è solo la Juve. Rimane in A solo il Messina.

Il Treviso deve retrocedere sul serio.

Visto i precedenti, forse è meglio così.

 

 

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Gli impresentabili – L’impero colpisce Ancona

Con questo articolo inauguro una serie di ritratti di squadre particolari. Detta senza troppi giri di parole, si parlerà di compagini che sono andate male, hanno fatto fatica, hanno fatto disperare i loro tifosi e, in fondo, ci hanno fatto tanto ridere. Loro malgrado. Si inizia con un must assoluto: l’Ancona del 2003-2004.

La rosa di quella squadra

La rosa di quella squadra

Ad Ancona la Serie A l’aspettavano da tempo. L’avevano assaggiata solo una volta. Stagione 1992-1993, Vincenzo Guerini allenatore, Sergio Zarate (fratello del Mauro laziale e tra i bidoni storici del calcio italiano) in attacco e retrocessione immediata.

Nella città dorica devono attendere più di dieci anni per poterne assaporare ancora una volta il gusto. La figura chiave è quella di Ermanno Pieroni. Già dirigente di Messina e Perugia, gran scopritore di talenti, figura controversa. Quanto meno per quei magistrati che lo hanno indagato per raffinatezze come falso, truffa, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta.

Il presidente

Il presidente

Ma i tribunali, le toghe e le inchieste appartengono ad un periodo successivo che non ci interessa. Torniamo indietro. Nel 2002 il nostro diventa presidente dell’Ancona. I programmi sono ambiziosi e, alla fine della stagione 2002-2003, arriva la promozione in Serie A con Gigi Simoni timoniere dalla panchina.

Il tecnico però a fine anno non viene riconfermato. Bene, ora immaginatevi il momento. Squadra che torna in A dopo anni, periodo di grande attesa, l’artefice principale se ne è andato e bisogna trovare un sostituto. Insomma, scegliere il nome giusto deve essere una priorità, un buon viatico per un campionato di livello.

Pieroni lo sa e pare aver scelto: Carletto Mazzone. Beh caspita, il Sor Magara, tecnico esperto, abituato a lavorare in provincia, un decano di sicuro affidamento. Tutti contenti? Sì, ma anche no, perchè nelle Marche il nome di Mazzone fa rima con Ascoli (9 anni da giocatore e più di dieci da allenatore dei bianconeri). Mettere un simbolo dell’Ascoli sulla panchina dell’Ancona? Brutta idea…

Leonardo Menichini. L'allenatore. Il primo...

Leonardo Menichini. L’allenatore. Il primo…

In città, tra i tifosi, scoppia il finimondo. A Mazzone pare vengano recapitate persino delle minacce di morte. Il clima si fa pesantuccio e il tecnico romano alla fine preferisce defilarsi. Chi lo sostituisce? Leonardo Menichini, suo vice storico e con addosso molta meno puzza di bianconero.

Superato questo patema e costruita la squadra con qualche nome importante si parte. Per cominciare sono un punto nelle prime 5 partite con 2 gol fatti e 12 subiti. Menichini in bilico? Eh sì, anzi proprio buttato giù dalla panca. Lo sostituisce Nedo Sonetti, l’uomo di Piombino, esperto in situazioni disperate. Appunto, non in miracoli. Coglie altri 4 pareggi in 13 gare e viene mandato a casa anche lui.

Arriva Giovanni Galeone, altro vecchio bucaniere delle panchine italiane. Risultati? Pochini. Vittorie? Fino alla 29esima giornata non se ne parla neanche. In pieno aprile, è il Bologna a cadere per la prima volta sotto i colpi dorici. Ironia della sorte, chi siede sulla panchina rossoblu? Carlo Mazzone…

Almeno lo stadio era bello, dai...

Almeno lo stadio era bello, dai…

A quel punto però i buoi sono già scappati dal recinto da un bel pezzo. La retrocessione è ormai una certezza e a niente serve una secondo vittoria, alla penultima giornata, contro l’Empoli. A fine anno la classifica vede l’Ancona ultimo, ça va sans dire, con 13 punti, 2 vittorie, 7 pareggi e 25 sconfitte. I gol fatti sono 21 (peggiore attacco), quelli subiti 70 (non dovreste neanche domandare a questo punto…). 17 sono i punti di distacco dalla penultima, 21 quelli dalla salvezza. Benissimo, insomma…

Ma era davvero così scarsa quella squadra? Innanzitutto specifichiamo una cosa. Parlare di squadra, al singolare, è riduttivo perchè a gennaio, visti i risultati non proprio soddisfacenti, Pieroni ha pensato bene di rivoluzionare tutto, stravolgendo l’organico. A fine anno i giocatori scesi in campo almeno una volta superano senza problemi le 40 unità.

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Andiamo a vedere i reparti.

In porta gioca nella prima parte Alessio Scarpi e nella seconda Sergio Marcon. Sarebbe ingiusto dire che fossero inadeguati, sicuramente tra i meno colpevoli. Nel caos riesce a racimolare 3 presenze anche lo svedese Magnus Hedman, portiere titolare della nazionale svedese, che però viene ricordato dai più solo per Magdalena Graaf, la bellissima moglie.

In difesa si alternano onesti giocatori, ma si tratta per lo più di gente un pò troppo in là con gli anni o che ha già dato quello che poteva dare. In più una serie di mestieranti, tipo il brasiliano Fabio Bilica e il serbo Drazen Bolic. Niente di serio. Da segnalare la meteora Bruce Dombolo Pungu, francese di colore con nome da cartone animato e una leggenda che lo vuole affiliato al clan dei marsigliesi.

A centrocampo abbiamo Helguera, Jorgensen e Baggio. Peccato che non siano Ivan, Martin e Roberto, ma i parenti o omonimi Luis, Mads e Dino (a suo tempo grande centrocampista, ma per l’occasione ad uno degli ultimi e poco convincenti giri della sua carriera).

Jardel durante la presentazione

Jardel durante la presentazione

Tra i centrocampisti è passato alla storia Pietro Parente. Vi anticipo subito la domanda: non per meriti sportivi, bensì per uno spavento. Uno spavento? Sì. La partita è Ancona-Lazio. Ad un certo punto Jaap Stam, colosso olandese con il quale nessuno litigherebbe neanche per un parcheggio, entra in scivolata su Parente. Il nostro lo evita e d’istinto reagisce con una pedata. Stam la prende bene il giusto. Si rialza, prende il dorico per il collo e gli spiega a modo suo un paio di cose. La faccia impietrita di Parente durante quei cinque interminabili secondi è diventata un cult in rete.

L’attacco presenta i nomi più caldi di tutta la rosa. Durante la stagione si alternano alcuni degli avanti più rappresentativi degli anni ’90: Maurizio “El segna semper lu” Ganz, Dario “Tatanka” Hubner, Pasquale “il toro di Sora” Luiso e Paolino “sì, proprio quello delle figurine delle chewing-gum” Poggi. Tutto molto bello se fosse il 1998. Nel 2004 un attimo meno.

Il reparto è completato da Milan Rapaic (croato, talentuoso, tra i meno peggio, ma discontinuo e lunatico come pochi) Christian Bucchi, Salvatore Bruno, Corrado Grabbi (buoni, ma forse più adatti alla B) e da un giovane promettente in prestito dall’Inter, tale Goran Pandev.

A gennaio, Pieroni tenta la mandrakata vera. Vuole il nome di grido. Compra Mario Jardel, attaccante brasiliano. Non uno qualsiasi. Due volte Scarpa d’Oro, per anni ha timbrato con una regolarità impressionante le reti portoghesi e turche con le maglie di Porto, Sporting e Galatasaray. Per queste tre squadre scende in campo 274 volte segnando 266 gol.

Jardel dopo la presentazione

Jardel dopo la presentazione

Un fenomeno che nei giorni migliori era accostato un giorno sì e l’altro pure alle grandi. Appunto, alle grandi. Che ci fa un tipo del genere ad Ancona? Rimpiange il tempo che fu, in pratica. Arriva nelle Marche che è nel pieno dei suoi problemi con la cocaina che gli rovinano la carriera. È depresso e visibilmente sovrappeso, tanto che per i tifosi diventa Lardel.

All’arrivo in Italia sfodera parole ambiziose.«Questa volta l’Italia l’ho presa e non la perdo più», «Lasciatemi fare gol, salvare l’Ancona, e allora qualcuno arriverà a richiedermi. Io ci credo ancora a una grande italiana», «Ho qualche chilo da smaltire, ma presto vedrete il vero Jardel».

Dura 3 partite, una più imbarazzante dell’altra. Non arriva a giugno. L’Ancona sì. Ma sarebbe stato meglio neanche cominciare.

 

Il ritorno dei Butei – L’Hellas oltre le beffe, ricordando una partita storica

L'uzbeko

L’uzbeko

Il campionato di Serie B sta giungendo al termine. Se tutto va come dovrebbe andare, le tre promosse saranno Sassuolo, Livorno e Hellas Verona.

Per gli emiliani sarebbe un momento storico, la prima volta in Serie A. Sarebbe un evento anche per la classe regina stessa. Nella storia della nostra prima divisione, solo il Casale è stato espressione di un centro più piccolo. E già che c’era ha vinto anche uno scudetto.

Il Livorno tornerebbe tra le grandi dopo 3 stagioni di patimenti. Bravi tutti ad evitare che la squadra cadesse in un lungo oblio, come spesso è capitato a tante realtà che sono retrocesse dopo belle annate in Serie A. Insomma, c’è vita oltre Cristiano Lucarelli.

La storia recente più travagliata è però quella dell’Hellas Verona. Negli ultimi 12 anni, per i tifosi gialloblu l’espressione “se tutto va come dovrebbe andare” è suonata spesso come una presa in giro.

La lista delle beffe è lunga. Nel 2004-2005 l’Hellas arriva settimo in Serie B. Quell’anno Torino, Genoa e Perugia, tra fallimenti e valigette piene di soldi offerte per addomesticare partite, si giocano in vario modo la possibilità di usufruire delle promozioni conquistate sul campo. I ripescaggi premiano Treviso ed Ascoli. Che era arrivato sesto con solo un punto in più del Verona.

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca...

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca…

Nel 2006-2007 la squadra va male. A fine stagione è diciottesima a pari merito con la Triestina. Gli alabardati hanno una differenza reti migliore e sono salvi. I gialloblu sono costretti al play-out con lo Spezia. Pronostici tutti per loro, ma in Liguria si perde 2-1 e al Bentegodi non si va oltre lo 0-0. In quella partita, l’attaccante Aniello Cutolo sbaglia una facile rete che avrebbe significato la salvezza. Ancora oggi, per i tifosi gialloblu il suo nome è l’equivalente di quello Margaret Thatcher per i minatori inglesi.

L’anno dopo, in C1, si parte con l’obiettivo di essere la Juventus della categoria e di cogliere subito la promozione. Si parte col record di abbonamenti e l’entusiasmo a mille. Finisce in psicodramma. La squadra va malissimo da subito e per tutto l’anno non si schioda dall’ultimo posto. È un valzer di allenatori. Inizia Franco Colomba, prosegue Maurizio Sarri, conclude Davide Pellegrini. Con quest’ultimo nel finale di stagione si ha una reazione d’orgoglio. All’ultima giornata si va a Manfredonia contro la squadra locale. Scontro direttissimo. I pugliesi sono ultimi e hanno bisogno di vincere con due gol di scarto per evitare la retrocessione diretta. E vincono, ma solo 2-1 e al 92′. Il gol del Verona, fondamentale, lo segna l’uzbeko Ilyas Zeytulaev, discontinuo centrocampista mezzo calvo, già del vivaio della Juventus.

Ai play-out contro la Pro Patria è ancora terrore. All’andata, vittoria per 1-0. Al ritorno, a pochi minuti dalla fine, il risultato è lo stesso, ma a favore dei tigrotti di Busto Arsizio che, in virtù della migliore posizione di classifica in stagione regolare, sarebbero salvi. Ultimo minuto. Il portiere Rafael rinvia. Un difensore spizza, un giocatore dell’Hellas intercetta, entra in area e scarica in porta. Gol, pareggio, salvezza, goti par tuti. Il marcatore? Sempre lui, sempre l’uzbeko. Da quel giorno un eroe mai dimenticato.

Nel 2009-2010 la società fa sul serio. Promozione come obiettivo dichiarato e squadra costruita per la vittoria. Il campionato è di vertice e ad un certo punto l’Hellas è prima con 8 punti di vantaggio sulla seconda. Poi, all’improvviso, il crollo. Nelle ultime 11 partite colleziona solo 11 punti e viene raggiunta dalle inseguitrici Pescara e Portogruaro. Ironia della sorte, l’ultima giornata è contro i veneziani al Bentegodi. Basterebbe una vittoria per cogliere comunque la promozione diretta e dimenticare gli ultimi mesi di sofferenza. Vince il Portogruaro 1-0. Shock. La squadra non c’è più con la testa e ai play-off va fuori contro il Pescara.

La speranza odierna, Daniele Cacia

La speranza odierna, Daniele Cacia

L’ultima beffa è dell’anno scorso. L’Hellas è neopromosso in Serie B e fa un campionato sorprendente, stando sempre nei piani alti della classifica. Purtroppo Torino e Pescara sono troppo forti, ma i play-off vengono conquistati con facilità. Di fronte c’è il Varese. All’andata, in Lombardia, va subito male, 2-0. Il ritorno finisce invece 1-1 con molte recriminazioni per un aribitraggio impreciso.

Bene, io ora immagino già il commento di qualche ipotetico tifoso gialloblu che stia leggendo: “sì ma, (bestemmia che ometto per decenza, ma che comunque fa rima con Sandokan), sto mona se ga desmentegà la pì bruta de tute“. Calmi, ci arriviamo. Passo indietro.

18 novembre 2001. Si gioca il primo, storico, derby di Verona in Serie A tra Chievo e Hellas. Oddio, derby di Verona…per i tifosi dell’Hellas è in pratica la partita tra LA squadra della città e un branco di parvenu che rappresentano giusto un sobborgo famoso per la diga sull’Adige e perchè ci è morto Umberto Boccioni cadendo da cavallo. Sì, esatto, il futurista. Visto che aveva ragione a preferire le automobili?

Formazioni di quella sera. Chievo: Lupatelli, Foglio, D’Anna, Legrottaglie, Lanna; Manfredini, Corini, Perrotta, Eriberto; Corradi, Marazzina. In panca Gigi Del Neri. Hellas: Ferron, Paolo Cannavaro, Gonnella, Oddo, Seric, Zanchi; Camoranesi, Leonardo Colucci, Italiano; Mutu, Frick. Allenatore Alberto Malesani. A disposizione, tra gli altri, Gilardino, Andrea Dossena, Salvetti e Cassetti.

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone...

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone…

Quel Chievo era il Chievo dei miracoli. Inutile parlarne ancora. Ma quell’Hellas, a suo modo, non era meno prodigioso. Chi aveva messo assieme quei giocatori aveva fatto un gran lavoro, ma forse aveva sbagliato i tempi. Qualche anno dopo, con quella squadra, forse si sarebbe anche potuto lottare per un posto in Champions League. E forse all’Europa qualcuno aveva inziato a pensarci anche quell’anno, anche quella sera.

Minuto 30′. Corini lancia sulla destra. Eriberto, non ancora Luciano, tocca al volo e insacca. Passano sette minuti, sempre Eriberto. Il brasiliano crossa, Seric tocca col braccio. Rigore. Gol di Corini. 2-0.

Ecco, qua cambia tutto.

Reazione immediata. Al 40′ Mutu scatta e si lascia tutti dietro. Lupatelli lo stende. Altro rigore. Oddo trasforma e accorcia. Secondo tempo. Dopo 25 minuti si smuove ancora il punteggio. Salvatore Lanna anticipa l’ancora argentino Mauro German Camoranesi e insacca di precisione all’angolino. Piccolo dettaglio: nella sua porta. È 2-2 e l’inerzia della partita ora è tutta per l’Hellas.

Minuto 73′. Azione sulla sinistra, Salvetti alza la testa e mette al centro. La difesa del Chievo è immobile. Camoranesi no. Tocco in anticipo su Lupatelli e gol del 3-2. Che è anche il risultato finale. Il post-gara passa alla storia. Malesani al triplice fischio corre sotto la curva sud nel tripudio generale. Si fa prendere talmente tanto dall’entusiasmo che, sotto la pioggia, si spoglia e lancia il giaccone ai tifosi. Dimenticandosi delle chiavi di casa che stanno nelle tasche.

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente...

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente…

Insomma un’impresa prodigiosa, quella sera. Ma anche nel resto della stagione. Alla fine del girone d’andata l’Hellas è quasi in zona UEFA. Nel ritorno crolla, fa solo 14 punti totali e perde le ultime 3 partite, tra cui quella decisiva, all’ultima giornata, contro il Piacenza. Il Verona, con una squadra con 3 futuri campioni del mondo e un manipolo di ottimi giocatori, retrocede.

Non tornerà mai più in Serie A. Ma il prossimo anno ci sarà. Se tutto va come dovrebbe andare, ovvio.

Serie A, lotta per la salvezza: Genoa, Siena e Palermo. Chi la spunterà?

Mancano solo 7 giornate alla fine del campionato di calcio di Serie A. In testa la corsa per lo scudetto sembra avere già un vincitore annunciato: la Juventus.

In coda un’altra certezza. Il Pescara, dopo un buonissimo girone d’andata, è imploso avendo colto un solo punto in tutto il girone di ritorno. Un posto per la retrocessione dovrebbe essere già prenotato per gli abbruzzesi. Ne mancano 2.

Qua la situazione si fa ingarbugliata. Al momento sono tre le squadre che rischiano. Genoa, Siena e Palermo si contenderanno la salvezza fino alla fine. Si trovano tutte a 27 punti. Tutte e tre hanno qualcosa su cui puntare forte. Sarà una corsa molto interessante.

Analizziamola aspetto per aspetto, cercando di assegnare dei punti per ognuno di essi.

Stefano Sorrentino, portiere del Palermo

Stefano Sorrentino, portiere del Palermo

Portieri: tutte e tre le squadre possono contare su estremi difensori di esperienza e carisma. Di questi quello più regolare sembra essere il rosanero Stefano Sorrentino. Sebastian Frey è un portiere di livello, ma ogni tanto ha battute a vuoto e risente più degli altri dell’età. Gianluca Pegolo è il meno dotato dei tre. Anche il dodicesimo del Palermo, Francesco Benussi, sembra più affidabile rispetto agli omologhi Tzorvas e Farelli. Punto al Palermo.

Massimo Paci, difensore  del Siena

Massimo Paci, difensore del Siena

Difesa: guardiamo i numeri dei gol subiti. Siena 42, Palermo 44, Genoa 49. Cifre simili, difficile scegliere. Per tutti difesa a tre. I toscani hanno difensori affidabili e concreti (Terlizzi, Paci, Terzi, Texeira), i siciliani singoli meno sicuri e fisicati (l’unico che è stato costante è Von Bergen e spesso al centro gioca Donati, un centrocampista). Per il Genoa uomini esperti, fisici e bravi sulle palle alte (Portanova, Granquvist, Moretti, Bovo, Manfredini), caratteristica questa che li rende più pericolosi dei colleghi quando salgono sui calci piazzati. Il reparto meglio assortito sembra comunque quello del Siena.

Simone Vergassola, centrocampista del Siena

Simone Vergassola, centrocampista del Siena

Centrocampo: più manovriero quello del Palermo, di lotta al centro e di fantasia sulle ali quello del Siena, più tecnico quello del Genoa, anche se con l’apporto di qualche cagnaccio fondamentale. A livello di nomi, i liguri sembrano avere il reparto migliore, ma devono fronteggiare infortuni e singoli non al top della forma. I rosanero hanno una truppa di centrali molto buona, ma pagano dazio sugli esterni. Per i toscani quantità e geometria in mezzo (Della Rocca, Calello, Vergassola) ed esterni di corsa e estro (Reginaldo, Rubin, Valiani, Angelo). Anche qua il migliore sembra il Siena.

Marco Borriello, attaccante del Genoa

Marco Borriello, attaccante del Genoa

Attacco: torniamo ai numeri. Gol segnati: Siena e Genoa 31, Palermo 28. I rosanero pagano l’infortunio di Hernandez, la non perfetta forma fisica di Miccoli e le difficoltà di tutti gli altri. Il bianconeri hanno trovato il miglior Rosina da anni, un inaspettato Innocent Emeghara, più un paio di gol da tutti gli altri attaccanti. I rossoblu possono contare sul centravanti più forte delle tre squadre: Marco Borriello. A supporto Bertolacci o Jorquera e come cambio Ciro Immobile. Per numeri e capacità di trovare il gol dal nulla il punto va al Genoa.

Giuseppe Sannino, allenatore del Palermo

Giuseppe Sannino, allenatore del Palermo

Allenatori: panchine agitate per tutti. Il Genoa dopo De Canio e Del Neri si è affidato a Ballardini. Nelle prime partite sembrava aver ridato slancio alla squadra, poi qualcosa si è bloccato. Nel Siena Iachini ha rilevato Cosmi riuscendo a migliorare una media punti comunque non disprezzabile. Sannino è tornato in Sicilia dopo mesi. Nelle prime uscite sembra che sia riuscito a risolvere il problema principale che sembrava affliggere la squadra: la tenuta mentale. Per questo e per la grinta che sembra aver trasmesso ai suoi il punto va al Palermo.

La curva genoana a Marassi

La curva genoana a Marassi

Calendario: il Siena ha 3 partite in casa (di cui le ultime due con Fiorentina e Milan) e 4 in trasferta (subito il Pescara, poi un trittico terribile con Roma, Catania e Napoli). Il Genoa ne ha 4 in casa (ma una è il derby con la Sampdoria) e tre in trasferta tutte in pparenza abbordabili. Per il Palermo 4 partite al Barbera (tutte più o meno alla portata) e tre trasferte all’apparenza quasi impossibili (il derby col Catania, Juventus e Fiorentina). Nel finale di campionato saltano fuori tanti fattori, ma il calendario migliore sembra quello del Genoa.

Scontri diretti: qua c’è poco spazio per le opinioni. Il Siena è in vantaggio sia sul Palermo che sul Genoa, quindi in caso di arrivo a pari punti sarebbe sempre salvo. Se arrivassero a pari punti Palermo e Genoa la situazione sarebbe più complicata. I due scontri diretti sono finiti in parità, per cui conterebbero la differenza reti generale (che attualmente vede il Palermo avanti di due gol) e in seconda battuta le reti fatte (che, come abbiamo visto, premierebbero il Genoa).

Riassumendo: nel mio tabellino tutte e tre le squadre hanno ottenuto 2 punti. Mi chiedete un pronostico? Non è semplice, anche perchè sarei pure tifoso di una di loro. Se proprio devo fare un nome secco dico Siena. Ha il vantaggio della classifica avulsa e, ricordiamolo, senza la penalizzazione avrebbe 6 punti più delle altre.

Ci rivediamo a maggio per il mio sputtanamento.