Gli impresentabili – Ecco a voi la Squadraccia d’Europa 2012/2013

Una cartina per avere le idee chiare

Una cartina per avere le idee chiare

Con colpevole ritardo, oggi annunciamo il podio dell’ambitissimo premio “Squadraccia d’Europa” per la stagione calcistica 2012-2013 (o 2012 e basta per quei campionati che si svolgono nell’anno solare).

Un premessa: è stata un’edizione sottotono. Molte squadre hanno fatto schifo, ma nessuna ha primeggiato per distacco sulle altre come in altre occasioni. Poco male, gli spunti comunque non sono mancati.

Il gradino più basso del podio è occupato da una squadra che rappresenta una nazione storica del calcio europeo: le isole Fær Øer. Sì ok, forse ho un filo esagerato, ma facciamo finta di niente. Gli isolani, pur essendo impegnati per lo più in lavori veri, giocano anche a calcio. La loro nazionale è rinomata come squadra materasso per antonomasia delle qualificazioni di Europei e Mondiali, anche se di recente ha battuto qualche colpo notevole (anche contro di noi).

Meno conosciuto è forse il campionato. È formato da 10 squadre che si affrontano tra di loro 3 volte. La squadra più titolata della nazione è l’HB Tórshavn, compagine della capitale che comanda l’albo d’oro dall’alto dei suoi 21 titoli. A noi però non interessa. Per trovare il motivo per cui ci troviamo qui dobbiamo scendere. Sia in classifica che in senso geografico.

Un momento di una partita dell'FC Suðuroy

Un momento di una partita dell’FC Suðuroy

Suðuroy è l’isola più meridionale delle Fær Øer. Una delle sue città più importanti è Vágur, famosa per essere stata la sede della prima centrale idroelettrica della nazione. Orgoglio ed entusiasmo a mille per gli indigeni, suppongo. Di sicuro non potrebbero provare certi sentimenti per la loro squadra di calcio, l’FC Suðuroy.

La squadra nasce da una fusione tra una vecchia squadra della città, il VB Vágur, e il SI Sumba, compagine di un villaggio omonimo, celebre per essere la capitale del ballo popolare tipico delle Fær Øer. In realtà questa unione è un bis. Le due squadre ci avevano già provato nel 1995, ma la cosa era durata solo una stagione. Nel 2005 ci riprovano, invitando anche altre squadre. Queste però rifiutano. Vedendo come è finito il campionato del 2012 mi viene da capire il perchè.

Ultimo posto, 2 vittorie, 3 pareggi, 22 sconfitte, 16 gol fatti e 78 subiti. Il computo totale è di 9, immagino sudatissimi, punti. Il ruolino esterno è da paura: 1 pareggio e 13 sconfitte, anche se per assurdo l’attacco ha fatto più gol in trasferta che tra le mura amiche. E chiamale amiche…

Il castello di Srebrenik (fonte: ermaktravel.com)

Il castello di Srebrenik (fonte: ermaktravel.com)

Lasciamo stare i volenterosi pescatori del nord e andiamo ancora più a sud per incontrare i vincitori della medaglia d’argento. Andiamo nei Balcani, regione storicamente fertile di squadracce, per la precisione in Bosnia.

Vi dice niente la città di Srebrenik? No, non ho detto Srebrenica e non ho sbagliato a scrivere. Intendo proprio Srebrenik. In Bosnia esistono sia Srebrenica, che Srebrenik. La prima è un piccolo centro, tristemente noto per fatti di guerra. La seconda, pur essendo meno conosciuta, è una cittadina di quasi 50.000 abitanti, sede di un famoso castello.

A rappresentare Srebrenik nei campionati di calcio è l’NK Gradina. La squadra non aveva mai preso parte al massimo campionato bosniaco, ma al termine della stagione 2011-2012 riesce a centrare la storica promozione.

In questi casi, saper scegliere l’allenatore giusto è di vitale importanza. Tanto per dire, il presidente Dževad Drapić nella stagione in esame ci prova 6 volte. Il rendimento del Gradina, fin da subito, è alquanto deficitario e a farne le spese sono i tecnici. Tutto il mondo è paese in questi casi. E io tifo Palermo. So di cosa parlo.

Lo stemma dell'NK Gradina

Lo stemma dell’NK Gradina

Nell’ordine si susseguono: Samir Adanalić, Denis Sadiković, Boris Gavran, Nedžad Bajrović, Fuad Grbešić e di nuovo Bajrović. Fossero stati disponibili, pure Mourinho e Guardiola avrebbero fatto una brutta fine in questa tonnara.

La squadra, già di suo non composta da fenomeni, deve percepire un minimo di disorientamento, anche perchè è costretta a giocare metà campionato in altre due città, a causa dei lavori di adattamento che deve subire lo stadio di Srebrenik.

La girandola di allenatori e campi da gioco si conclude dopo 30 giornate con un ruolino di tutto rispetto: 1 vittoria, 6 pareggi, 23 sconfitte, 17 gol fatti, 57 gol subiti, 9 punti totali. Da segnalare anche una striscia di 11 KO di fila e una di ben 27 risultati inutili consecutivi. Dai numeri si capisce che la difesa fa moderatamente schifo, ma è l’attacco il vero fiore all’occhiello, visto che fa fatica a segnare anche con le mani. Anche qua, come per il Suðuroy, colpisce il rendimento esterno. 1 pareggio e tante brutte figure collezionate in giro per la Bosnia.

Il mostro di Ayia Napa dovrebbe essere più o meno così...

Il mostro di Ayia Napa dovrebbe essere più o meno così…

Bene, fino a qua abbiamo scoperto squadre terribili e che ricorderemo sempre con affetto. Ma la vera regina dello squallore della stagione 2012-2013 è un’altra. Un squadra suo malgrado incapace perfino di fare schifo fino in fondo.

Il campionato in cui piombiamo è quello cipriota. Negli ultimi anni il calcio dell’isola ha fatto enormi progressi (ricorderete la straordinaria campagna europea dell’APOEL nel 2011-2012), ma qualcuno è rimasto indietro lo stesso.

Per esempio ad Ayia Napa, ridente borgo marittimo famoso per essere una rinomata metà turistica. In paese c’è tutto, persino un mostro marittimo. Una leggenda vuole che una creatura mitologica, a metà strada tra un idra e drago, abiti i mari della costa e in molti giurano di averlo avvistato.

In paese esiste comunque qualcosa sicuramente più reale e senza dubbio molto più terrificante.

Lo stemma dell'AEP Paphos con simil-Elvis al centro

Lo stemma dell’AEP Paphos con simil-Elvis al centro

Sto parlando dell’AO Ayia Napa, la squadra locale. Retrocessa nel 2010 in terza serie, si risolleva in grande stile, riconquistando la Divisione A con due promozioni in due anni.

Sarà stato lo sforzo o chissà cosa, lì inizia lo strazio. La stagione 2012-2013 vede l’Ayia Napa arrancare da subito. In classifica rimane sempre nei bassifondi, cogliendo alla fine la miseria di 8 punti, frutto di 2 vittorie, 2 pareggi e parecchia mestizia. L’attacco si rivela avaro di emozioni: 15 gol fatti, 3 in meno del solo Bernardo Vasconcelos, che non è una squadra dal nome esotico, ma bensì il capocannoniere del campionato. Insomma, un pianto.

Con un ruolino del genere l’ultimo posto in classifica sarà stato assicurato, penserete voi. Ebbene no. Sta qua il colpo di classe della tristezza. L’Ayia Napa non è riuscita nemmeno ad essere la squadra peggiore del campionato. Sulla sua strada si è infatti imbattuta l’AEP Paphos.

Se andate a vedere il loro stemma, sembra che in mezzo vi sia un ritratto di Elvis. Non è lui, tranquilli, e nemmeno il Dave Gahan dei tempi belli. Trattasi di Evagoras Pallikarides, un eroe nazionale cipriota. Che si starà rivoltando nella tomba sapendo di essere diventato il simbolo di una squadra retrocessa con soli 3 punti, di cui 16 conquistati sul campo, 9 detratti dalla federazione cipriota per motivi finanziari e 3 tolti direttamente dalla FIFA per gli stessi motivi.

Lo stemma dell'AO Ayia Napa. Triste quasi quanto la squadra...

Lo stemma dell’AO Ayia Napa. Triste quasi quanto la squadra…

Ultimo posto a loro quindi. Ma le regole del nostro premio sono ferree. Lo schifo bisogna dimostrarlo sul campo, non nelle aulee di tribunale. Proprio per questo il titolo di Squadraccia d’Europa 2012-2013 non può non andare all’AO Ayia Napa. Una squadra così sfigata che nella gara cipriota al più sfigato è arrivato secondo. Perchè? Perchè è sfigata.

P.S. Per festeggiare il premio ci sta proprio bene il ballo faroense tipico di cui sopra. Scateniamoci!

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Gli impresentabili – Continua il viaggio alla scoperta delle squadre peggiori d’Europa

Continua il nostro viaggio nell’albo d’oro del premio Squadraccia d’Europa.

Lo stemma dell'Ajax Lasnamae (fonte: logo-city.org)

Lo stemma dell’Ajax Lasnamae (fonte: logo-city.org)

2007-2008 – Quando nel calcio dici Ajax non puoi non emozionarti. Vale anche per la storia di questo premio. Ovvio, non parlo dell’Ajax olandese, ma del fenomenale Ajax Lasnamae, compagine della città di Tallinn, in Estonia. Nel 2005 arriva per la prima volta nella Meistriliiga, la massima serie. Al primo anno tra i grandi ottiene una salvezza che ha del miracoloso. Come si sa, i miracoli di solito non si ripetono e nel 2007 è rumba.

Ultimo posto con solo 5 punti, frutto di una vittoria, 2 pareggi e 33 sconfitte. Tra i risultati da ricordare un 0-13, un 0-11, due 0-10 e due 1-7. Ironia della sorte, l’unico successo arriva contro l’F.C. Kuressaare, la squadra che aveva inaugurato il nostro albo d’oro e che con l’Ajax Lasnamae condivide anche i colori sociali. Insomma, la morale è che se sei gialloblu e giochi in Estonia sono cazzi acidi.

Lo stadio del Ranger's. No, magari pensavate fosse il Camp Nou... (fonte: soccerway.it)

Lo stadio del Ranger’s. No, magari pensavate fosse il Camp Nou… (fonte: soccerway.it)

2008-2009 – Si può passare nel giro di pochi anni dall’essere campioni nazionali ad essere la squadra peggiore d’Europa? Sì, è successo al Ranger’s di Andorra la Vella. Beh, se giochi ad Andorra è facile, ma comunque è notevole. I pirenaici, che sono stati anche i primi ad interrompere l’egemonia orientale del nostro titolo, hanno vinto il loro campionato due volte, nel 2005-2006 e nel 2006-2007. Grazie a questi risultati hanno anche respirato l’aria delle coppe europee, sebbene siano sempre stati eliminati quasi subito. Nel 2007-2008 arriva un onorevole terzo posto. Poi la dignità finisce.

Durante l’estate i migliori giocatori se ne vanno. Campionato duro quindi? Durissimo…Il torneo è diviso in due. Nella prima parte tutti affrontano tutti per un totale di 14 partite. Ii nostri vincono 4-1 contro l’Engordany, ma purtroppo le restanti 13 le perdono tutte. Si segnalano uno 0-12 contro il Santa Coloma e ben tre 0-7. C’è ancora il Relegation Round però. Nella fase successiva il campionato viene diviso in due gironi da 4. Tra i migliori ci si gioca lo scudetto, tra gli altri si cerca di evitare l’unico posto prenotato per la retrocessione. L’Inter Escaldes, penultima, dista solo 4 punti. L’impresa è ancora fattibile. Forse. Altre 6 partite, altre 6 sconfitte, 2 gol fatti, 29 subiti. Adeu, Ranger’s…

Lo stemma del Milano Kumanovo (fonte: uefaclubs.com)

Lo stemma del Milano Kumanovo (fonte: uefaclubs.com)

2009-2010 – Diventare una Squadraccia d’Europa non è cosa semplice. Gli avversari possono utilizzare qualsiasi mezzo e bisogna stare sempre sulle spine. Ne sa qualcosa il Milano Kumanovo, squadra macedone della città di Kumanovo. Ah, questi si chiamano Milano e hanno le maglie rossonere, ma le coincidenze si fermano qua.

In quella stagione il campionato macedone è alquanto movimentato. Innanzitutto il Pobeda viene punito dalla UEFA per un tentativo di combine in occasione di un preliminare di Champions del 2004. La squadra viene esclusa dai tornei europei per 8 anni e la federazione macedone si allinea escludendoli anche dal loro campionato. In più vengono annullate tutte le loro partite di quell’anno. Non finisce qui. Lo Sloga Jugomagnat e il Makedonija, in aperta polemica con la federazione, decidono di boicottare il torneo e non si presentano a due partite consecutive. Subiscono la stessa sorte del Pobeda. Il Turnovo e il Vardar si fermano invece ad una rinuncia, beccando come punizione solo tre punti di penalizzazione.

In una situazione del genere parrebbe semplice salvarsi. Parrebbe, appunto. Il Milano Kumanovo non si lascia condizionare e sbanca tutto conquistando solo 6 punti, grazie ad una vittoria e 3 pareggi. Tecnicamente avrebbe ancora la possibilità di salvarsi, dovendo giocare uno spareggio contro il Bregalnica Stip, quarto in serie B. Avrebbe, appunto. Perdono 2-1 ai supplementari. E pensare che in campionato le vittorie sarebbero state anche 2. Ma una era stata ottenuta contro il Pobeda, quindi non valeva più…

Un'esultanza dei giocatori del Čukarički. Incredibilmente pare essere dell'annata 2010-2011 (fonte: http://fudbalsrbija.net)

Un’esultanza dei giocatori del Čukarički. Incredibilmente pare essere dell’annata 2010-2011 (fonte: http://fudbalsrbija.net)

2010-2011 – Calcisticamente parlando in Serbia comanda Belgrado. E a Belgrado comandano Stella Rossa e Partizan, rivali eterni e mai conciliabili. La rivalità tra questi due club è talmente ingombrante che spesso ci si dimentica che nella capitale serba ci sono anche altre squadre, come il Rad, l’OFK e alcune che vengono dai sobborghi, tipo il Borča e il Čukarički.

Quest’ultima ha provato a mettersi sulla mappa del calcio con la straordinaria stagione 2010-2011, nel quale ha conquistato 5 punti in 30 partite. Posizione finale in classifica? Dai, non fatemi ridere… Ah, tutti pareggi, sia chiaro. Il vero punto di forza è stato l’attacco: 10 gol, di cui solo 3 in trasferta. A fine anno ben tre calciatori (di altre squadre, ovviamente) da soli avevano fatto uguale o addirittura meglio. Sembrerà strano, ma una simile primizia non è stata apprezzata dai tifosi. Durante l’anno la media spettatori è stata di sole 477 persone, in uno stadio che ne poteva contenerne fino a 7.000. Incompetenti…

Una foto che ben sintetizza le straordinarie annate dell'Ajax Lasnamae (fonte: lavanguardia.com)

Una foto che ben sintetizza le straordinarie annate dell’Ajax Lasnamae (fonte: lavanguardia.com)

2011-2012 – Parliamoci chiaro, senza giri di parole. A fare una stagione di merda sono capaci tutti. Ma fare una stagione di merda, retrocedere, tornare in Serie A e farne una ancora peggiore è roba da professionisti. E tali dovrebbero essere definiti tutti coloro che gravitano intorno all’Ajax Lasnamae. Dopo il grande successo del 2007, la squadra ha vissuto momenti tristi in Serie B, ma nel 2011 è tornata tra i grandi.

E ce n’è stato per tutti. Le parole non bastano. Cito qualche risultato conquistato durante l’anno: 0-14, 1-13, 0-12, 0-11, 0-9. I 7 a 0 al passivo sono addirittura sette. Il reparto arretrato è spettacolare. A fine campionato sotto la colonnina dei gol subiti compare un memorabile 192, per una media di 6.4 a partita. La differenza reti, -181, è quasi zero assoluto. Di vincere partite non se ne parla nemmeno, ma vengono colti comunque 4 pareggi. Tre di questi arrivano contro il solito Kuressaare. Il che mi fa pensare che gli regalino punti apposta per evitare che battano tutti i record. Il problema è che l’Ajax è davvero una macchina da guerra. Il Kuressaare è fortissimo, ma gli altri sono degli extraterrestri. Insomma, una storia tipo Real Madrid e Barcelona nella Liga degli ultimi anni. Ecco sì, una specie…

Bene, il percorso storico è terminato. Vi aspetto verso metà agosto per conoscere il podio della stagione 2012-2013. Un saluto

Gli impresentabili – L’impero colpisce Ancona

Con questo articolo inauguro una serie di ritratti di squadre particolari. Detta senza troppi giri di parole, si parlerà di compagini che sono andate male, hanno fatto fatica, hanno fatto disperare i loro tifosi e, in fondo, ci hanno fatto tanto ridere. Loro malgrado. Si inizia con un must assoluto: l’Ancona del 2003-2004.

La rosa di quella squadra

La rosa di quella squadra

Ad Ancona la Serie A l’aspettavano da tempo. L’avevano assaggiata solo una volta. Stagione 1992-1993, Vincenzo Guerini allenatore, Sergio Zarate (fratello del Mauro laziale e tra i bidoni storici del calcio italiano) in attacco e retrocessione immediata.

Nella città dorica devono attendere più di dieci anni per poterne assaporare ancora una volta il gusto. La figura chiave è quella di Ermanno Pieroni. Già dirigente di Messina e Perugia, gran scopritore di talenti, figura controversa. Quanto meno per quei magistrati che lo hanno indagato per raffinatezze come falso, truffa, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta.

Il presidente

Il presidente

Ma i tribunali, le toghe e le inchieste appartengono ad un periodo successivo che non ci interessa. Torniamo indietro. Nel 2002 il nostro diventa presidente dell’Ancona. I programmi sono ambiziosi e, alla fine della stagione 2002-2003, arriva la promozione in Serie A con Gigi Simoni timoniere dalla panchina.

Il tecnico però a fine anno non viene riconfermato. Bene, ora immaginatevi il momento. Squadra che torna in A dopo anni, periodo di grande attesa, l’artefice principale se ne è andato e bisogna trovare un sostituto. Insomma, scegliere il nome giusto deve essere una priorità, un buon viatico per un campionato di livello.

Pieroni lo sa e pare aver scelto: Carletto Mazzone. Beh caspita, il Sor Magara, tecnico esperto, abituato a lavorare in provincia, un decano di sicuro affidamento. Tutti contenti? Sì, ma anche no, perchè nelle Marche il nome di Mazzone fa rima con Ascoli (9 anni da giocatore e più di dieci da allenatore dei bianconeri). Mettere un simbolo dell’Ascoli sulla panchina dell’Ancona? Brutta idea…

Leonardo Menichini. L'allenatore. Il primo...

Leonardo Menichini. L’allenatore. Il primo…

In città, tra i tifosi, scoppia il finimondo. A Mazzone pare vengano recapitate persino delle minacce di morte. Il clima si fa pesantuccio e il tecnico romano alla fine preferisce defilarsi. Chi lo sostituisce? Leonardo Menichini, suo vice storico e con addosso molta meno puzza di bianconero.

Superato questo patema e costruita la squadra con qualche nome importante si parte. Per cominciare sono un punto nelle prime 5 partite con 2 gol fatti e 12 subiti. Menichini in bilico? Eh sì, anzi proprio buttato giù dalla panca. Lo sostituisce Nedo Sonetti, l’uomo di Piombino, esperto in situazioni disperate. Appunto, non in miracoli. Coglie altri 4 pareggi in 13 gare e viene mandato a casa anche lui.

Arriva Giovanni Galeone, altro vecchio bucaniere delle panchine italiane. Risultati? Pochini. Vittorie? Fino alla 29esima giornata non se ne parla neanche. In pieno aprile, è il Bologna a cadere per la prima volta sotto i colpi dorici. Ironia della sorte, chi siede sulla panchina rossoblu? Carlo Mazzone…

Almeno lo stadio era bello, dai...

Almeno lo stadio era bello, dai…

A quel punto però i buoi sono già scappati dal recinto da un bel pezzo. La retrocessione è ormai una certezza e a niente serve una secondo vittoria, alla penultima giornata, contro l’Empoli. A fine anno la classifica vede l’Ancona ultimo, ça va sans dire, con 13 punti, 2 vittorie, 7 pareggi e 25 sconfitte. I gol fatti sono 21 (peggiore attacco), quelli subiti 70 (non dovreste neanche domandare a questo punto…). 17 sono i punti di distacco dalla penultima, 21 quelli dalla salvezza. Benissimo, insomma…

Ma era davvero così scarsa quella squadra? Innanzitutto specifichiamo una cosa. Parlare di squadra, al singolare, è riduttivo perchè a gennaio, visti i risultati non proprio soddisfacenti, Pieroni ha pensato bene di rivoluzionare tutto, stravolgendo l’organico. A fine anno i giocatori scesi in campo almeno una volta superano senza problemi le 40 unità.

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Andiamo a vedere i reparti.

In porta gioca nella prima parte Alessio Scarpi e nella seconda Sergio Marcon. Sarebbe ingiusto dire che fossero inadeguati, sicuramente tra i meno colpevoli. Nel caos riesce a racimolare 3 presenze anche lo svedese Magnus Hedman, portiere titolare della nazionale svedese, che però viene ricordato dai più solo per Magdalena Graaf, la bellissima moglie.

In difesa si alternano onesti giocatori, ma si tratta per lo più di gente un pò troppo in là con gli anni o che ha già dato quello che poteva dare. In più una serie di mestieranti, tipo il brasiliano Fabio Bilica e il serbo Drazen Bolic. Niente di serio. Da segnalare la meteora Bruce Dombolo Pungu, francese di colore con nome da cartone animato e una leggenda che lo vuole affiliato al clan dei marsigliesi.

A centrocampo abbiamo Helguera, Jorgensen e Baggio. Peccato che non siano Ivan, Martin e Roberto, ma i parenti o omonimi Luis, Mads e Dino (a suo tempo grande centrocampista, ma per l’occasione ad uno degli ultimi e poco convincenti giri della sua carriera).

Jardel durante la presentazione

Jardel durante la presentazione

Tra i centrocampisti è passato alla storia Pietro Parente. Vi anticipo subito la domanda: non per meriti sportivi, bensì per uno spavento. Uno spavento? Sì. La partita è Ancona-Lazio. Ad un certo punto Jaap Stam, colosso olandese con il quale nessuno litigherebbe neanche per un parcheggio, entra in scivolata su Parente. Il nostro lo evita e d’istinto reagisce con una pedata. Stam la prende bene il giusto. Si rialza, prende il dorico per il collo e gli spiega a modo suo un paio di cose. La faccia impietrita di Parente durante quei cinque interminabili secondi è diventata un cult in rete.

L’attacco presenta i nomi più caldi di tutta la rosa. Durante la stagione si alternano alcuni degli avanti più rappresentativi degli anni ’90: Maurizio “El segna semper lu” Ganz, Dario “Tatanka” Hubner, Pasquale “il toro di Sora” Luiso e Paolino “sì, proprio quello delle figurine delle chewing-gum” Poggi. Tutto molto bello se fosse il 1998. Nel 2004 un attimo meno.

Il reparto è completato da Milan Rapaic (croato, talentuoso, tra i meno peggio, ma discontinuo e lunatico come pochi) Christian Bucchi, Salvatore Bruno, Corrado Grabbi (buoni, ma forse più adatti alla B) e da un giovane promettente in prestito dall’Inter, tale Goran Pandev.

A gennaio, Pieroni tenta la mandrakata vera. Vuole il nome di grido. Compra Mario Jardel, attaccante brasiliano. Non uno qualsiasi. Due volte Scarpa d’Oro, per anni ha timbrato con una regolarità impressionante le reti portoghesi e turche con le maglie di Porto, Sporting e Galatasaray. Per queste tre squadre scende in campo 274 volte segnando 266 gol.

Jardel dopo la presentazione

Jardel dopo la presentazione

Un fenomeno che nei giorni migliori era accostato un giorno sì e l’altro pure alle grandi. Appunto, alle grandi. Che ci fa un tipo del genere ad Ancona? Rimpiange il tempo che fu, in pratica. Arriva nelle Marche che è nel pieno dei suoi problemi con la cocaina che gli rovinano la carriera. È depresso e visibilmente sovrappeso, tanto che per i tifosi diventa Lardel.

All’arrivo in Italia sfodera parole ambiziose.«Questa volta l’Italia l’ho presa e non la perdo più», «Lasciatemi fare gol, salvare l’Ancona, e allora qualcuno arriverà a richiedermi. Io ci credo ancora a una grande italiana», «Ho qualche chilo da smaltire, ma presto vedrete il vero Jardel».

Dura 3 partite, una più imbarazzante dell’altra. Non arriva a giugno. L’Ancona sì. Ma sarebbe stato meglio neanche cominciare.