Falsi problemi per distruggere la tradizione. Uno sfogo contro la FIFA e le divise monocromatiche

Questo articolo di A52 è uno sfogo che viene dal cuore.

Per prima cosa, lasciamo parlare le immagini. Quelle che vedete sono le divise che le nazionali di Germania, Spagna, Argentina e Colombia indosseranno ai prossimi mondiali di calcio in Brasile (le foto provengono tutte dal sito Passione Maglie, una bibbia per gli appassionati del settore).

Germania in bianco

Spagna in rosso

Argentina Pescara

colombia

Notate qualcosa di strano? Esatto, i pantaloncini. La nostra cara FIFA, che come abbiamo visto in passato proprio popolata da geni non è, pare se ne sia venuta fuori con un’altra delle sue. Per i prossimi mondiali infatti, gli amici di Zurigo avrebbero imposto, o quanto meno caldamente consigliato, l’utilizzo di kit monocromatici. Il motivo? La migliore visibilità delle partite.

Ora, facciamo due conti. I mondiali si giocano dal 1930, sono trasmessi in TV da almeno 60 anni e da quasi 40 ce li guardiamo a colori. Per tutto questo tempo nessuno ha avuto niente da ridire sulla visibilità di una partita con in campo una squadra con maglia chiara e pantaloncino scuro e un’altra con l’abbinamento inverso. Nessuno. Nemmeno quando si usavano televisori in bianco e nero dove era grassa se distinguevi 3 sfumature di grigio.

Tutto d’un tratto, alla FIFA si son resi conto che si creava confusione. Così, senza che nessuno glielo avesse mai chiesto. Dopo decenni di partita giocate e teletrasmesse. Senza che nessuno sollevasse il problema. Ripeto, senza che nessuno lo volesse.

Quindi a giugno ogni partita potrebbe essere chiari contro scuri, in barba alle tradizioni. Noi di A52 non siamo degli oltranzisti del passato, tutt’altro. Ma l’innovazione deve avere un senso. Questa che senso ha? Che senso ha la Germania all-white? L’Argentina travestita da Pescara? La Spagna con la maglia del Bayern (tra l’altro il cambio degli spagnoli è ancora più assurdo. Se il problema era il contrasto chiaro-scuro, perchè non hanno lasciato i classici pantaloncini blu?)?

Le divise che vi abbiamo mostrato sono tutte Adidas (azienda vicino alla FIFA), ma probabilmente anche le altre case di abbigliamento sportivo si adegueranno. L’Italia, come sapete, veste Puma. Il kit monocolore per noi è familiare da più di un decennio (ci abbiamo vinto pure mondiale) e l’impatto sarà probabilmente meno duro. Per altre nazionali si rischia il trauma.

Persino il Brasile, padrone di casa, forse manderà al diavolo il classico giallo-blu-bianco per un insulso giallo-bianco-bianco, simile a quello visto per la Colombia. Altra domanda: a quel punto non conveniva un più accattivante completo tutto giallo?

Rischiamo un Brasile così...(fonte: youmedia.fanpage.it)

Rischiamo un Brasile così…(fonte: youmedia.fanpage.it)

Si rendono conto dello scempio? Il Brasile adottò la sua divisa iconica proprio dopo i precedenti mondiali casalinghi. Dopo 64 anni la competizione torna da loro e questi gli fanno festeggiare la commemorazione vestendoli come bagnini…

Insomma la FIFA per assoluta mancanza di alternative con cui riempire il tempo libero, sta demolendo decenni di ricordi e tradizioni per motivazioni assurde. Il mondiale in Brasile, dal punto di vista del colore, è già un mezzo fallimento. Un colmo.

Ora, magari sono una faina io (ne dubito…), ma vi sembra confusionaria questa partita?

(fonte: corriere.it)

(fonte: corriere.it)

E questa?

(fonte: wikipedia.it)

(fonte: wikipedia.it)

Dirà qualcuno: beh, ma magari lo hanno fatto per quei posti in cui non esistono ancora i televisori a colori! Dite? Esistono ancora angoli nel mondo con il bianco e nero imperante? Ok, diamolo per buono. Quasi sicuramente sono una minoranza del globo e non vedo perchè penalizzare tutti gli altri. Ma facciamo finta che per una volta a Zurigo siano stati intrisi da un fervore comunistico-umanitario. Ecco, questa vi sembra una partita confusionaria?

(fonte: sport.sky.it)

(fonte: sport.sky.it)

Tagliando corto, si tratta di una questione, alla fine, di poco conto. I mondiali sarebbero stupendi pure se Italia-Germania si giocasse con noi vestiti da Pulcinella e loro tipo i Rammstein in concerto.

Quello che indigna non è la sostanza in sè. È l’atteggiamento di chi governa il calcio che, incurante delle vere richieste degli appassionati che hanno a cuore le sorti di questo sport, si inventa problemi inutili e pretestuosi quasi solo per giustificare la propria esistenza.

Senza che nessuno gli abbia chiesto niente.

P.S. Noi di A52 torneremo a parlare di Brasile 2014 quando verranno sorteggiati i gironi della fase finale. Proveremo un pronostico di un certo peso. A presto.

Pedate dei Caraibi – Storie di Mondiali, ricordando la partita più strana di sempre

In questo articolo ci spostiamo qua

In questo articolo ci spostiamo qua

La Confederations Cup che si è giocata in questi giorni ci ha ricordato due cose.

La prima riguarda la partecipazione della nazionale di Tahiti. 22 onesti e volenterosi dilettanti guidati da un solo professionista, Marama Vahirua, neanche di primo livello. La loro presenza è stata un momento di riscatto per tutto quel calcio che potremmo definire “altro“. Niente milioni di euro, niente businness, solo passione e calore. E chissene se poi si finisce per prendere 24 gol in 3 partite.

Il secondo promemoria è un po’ meno romantico. La Confederations Cup rimarrà negli annali anche per quello che è successo fuori dagli stadi. Le proteste del popolo brasiliano hanno fatto notizia, traendo giovamento dalla cassa di risonanza creata dal calcio. Ma i vertici di questo sport, soprattutto un certo settantenne svizzero dalle idee sempre un po’ confuse, se ne sono usciti con commenti infelici, ciechi e dimenticabili. Insomma, tutto ciò ci ha mostrato ancora di più come i dirigenti che controllano il pallone siano spesso inadeguati.

Marama Vahirua, l'unico professionista di Tahiti

Marama Vahirua, l’unico professionista di Tahiti

Questo lungo cappello sull’attualità ci serve da preambolo per una storia legata a questi due punti: il calcio sommerso e l’incopetenza dirigenziale.

Torniamo indietro di una ventina d’anni. Dove andiamo? Dai, per una volta un posto caldo e soleggiato. Vanno bene i Caraibi? Ottimo.

Il calcio da quelle parti non ha mai avuto grandissimo successo, anche perchè risente della concorrenza di altri sport più radicati (cricket o baseball) o molto più remunerativi per le caratteristiche degli indigeni (atletica leggera).

Nonostante questo a pallone si gioca. Il calcio caraibico, a livello mondiale, ha avuto quattro momenti di gloria, coincidenti con le partecipazioni delle nazionali della zona alla Coppa del Mondo.

L'uomo che ci mise paura nel 1974

L’uomo che ci mise paura nel 1974

Nel 1938 fu Cuba a rompere il ghiaccio. Fidel Castro e il socialismo sono una ventina d’anni dall’arrivare, Fulgencio Batista governa e la nazionale riesce a qualificarsi per il Mondiale. Oddio, riesce…in pratica nella loro zona si ritirano tutti per protesta contro la FIFA, colpevole di aver mandato a ramengo dopo tre edizioni il proposito si alternare la sede del torneo tra vecchio e nuovo continente. I cubani, mica scemi, non rinunciano e vanno.

Al primo turno c’è la Romania. Finisce 2-2 al 90′ e 3-3 dopo i supplementari. I rigori ancora non esistono e si rigioca quattro giorni dopo. Tra la sorpresa generale i caraibici vincono 2-1 in rimonta e passano ai quarti. Avversario la Svezia, ma finisce maluccio, 8-0 per gli scandinavi.

Per rivedere i Caraibi ai mondiali bisogna aspettare quasi 40 anni. Nel 1974, in Germania, è la volta di Haiti. Partecipazione celeberrima in Italia. Contro di loro giochiamo la famosa partita del gol di Sanon, che interrompe il record di imbattibilità di Zoff, e del vaffa in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi. Finisce 3-1 per gli azzurri e per qualche giorno si pensa che gli haitiani non siano poi così malvagi. Peccato che poi ne prendano 7 dalla Polonia e 4 dall’Argentina. Insomma il problema siamo noi e infatti andiamo subito a casa.

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Nel 1998 la Coppa del Mondo torna in Francia e tornano anche i Caraibi. A qualificarsi è la Giamaica. Contro Croazia e Argentina finisce male, ma all’ultima partita arriva la storica vittoria contro il Giappone.

L’ultimo caso è recente, nel 2006. In Germania arriva Trinidad e Tobago, guidata da quello che forse è il più forte caraibico di sempre, l’attaccante Dwight Yorke. Attaccante che per l’occasione arretra a centrocampo per dare un po’ più di costrutto alla manovra. All’esordio è un ottimo 0-0 contro la Svezia. Nella seconda partita si resiste per 83 minuti contro l’Inghilterra, per poi capitolare e di fatto uscire.

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Come vedete, il calcio caraibico ha sempre fatto un po’ di fatica ad imporsi nel mondo. Per le nazionali della zona, più che la Gold Cup, il torneo della CONCACAF dove comunque son sempre schiaffoni, il vero obiettivo è la Caribbean Cup, la Coppa dei Caraibi.

Si svolge proprio durante una partita di qualificazione a questo torneo il fatto di cui facevo cenno prima di questo nostro excursus.

È il 1993 e ci si gioca un posto per l’edizione dell’anno successivo. Nel Gruppo 1 sono inserite Porto Rico, Barbados e Grenada. Tre stati in cui il calcio non ha il primato. A Porto Rico domina da sempre il basket, mentre da Barbados sono usciti alcuni buoni velocisti (Obadele Thompson su tutti). E a Grenada? Beh, hanno il cricket. E una sciatrice. Sì, non avete letto male. Nel paese il monte più alto non raggiunge i 900 metri e la neve è un concetto abbastanza oscuro, ma a fine anni ’90, l’austriaca Elfi Eder, slalomista di buon livello, va in rotta con la sua federazione e decide di gareggiare con i colori caraibici. Purtroppo ha già sparato le cartucce migliori della carriera.

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno...

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno…

Torniamo al calcio. Nella prima sfida Porto Rico regola Barbados per 1-0. La partita successiva tra i portoricani e Grenada finisce 0-0. Si va ai supplementari. Ma come? Siamo nel girone, un punto a testa, no? No, perchè gli organizzatori hanno deciso che il pareggio pare brutto. Prima del 120′ comunque è Grenada a segnare il primo gol della partita. Gol che vale il…2-0! Sì, sempre colpa degli organizzatori. Il gol nei supplementari è un golden goal e vale doppio. Vi sembra una scemenza? Aspettate il resto della storia…

Passa solo la prima. Porto Rico è ormai fuori dai giochi. Barbados-Grenada è decisiva. Ai primi serve una vittoria con due gol di scarto, agli altri basta tutto il resto.

A dieci minuti dalla fine Barbados sembra farcela. Vince 2-0. All’83’ però arriva il gol di Grenada che rovina tutto. Serve un altro gol. Il 3-1, ovvio. O forse no? I barbadiani mettono in moto l’ingegno e intuiscono la mandrakata. Difficile segnare con così poco tempo a disposizione. Meglio andare ai supplementari e avere mezz’ora a disposizione per mettere a segno una rete che vale doppio. Ergo, all’87’ si fanno autogol di proposito.

L'autogol volontario di Barbados

L’autogol volontario di Barbados

I grenadini sono storditi dalla cosa. Poi ci arrivano. Qua ci vogliono coglionare. Capiscono che ora anche loro hanno bisogno di un gol. Uno qualsiasi, per loro o per gli altri basta che sia gol. Gli ultimi tre minuti sono puro teatro dell’assurdo. Da una parte una squadra che cerca di infilare il pallone in una qualsiasi delle porte, dall’altra una che le difende entrambe.

Hanno la meglio quest’ultimi perchè al novantesimo finisce 2-2. Ai supplementari, forse ancora in stato confusionale, Grenada cede e subisce il 3-2. Pardon, 4-2.

Barbados passa il turno e va a giocare la fase finale della Coppa dei Caraibi dove però esce fuori subito. Nel frattempo quella partita entra nel mito e diventa quasi una leggenda metropolitana. Tutto per una decisione discutibile dei dirigenti, di quelli che comandano.

Mi sento fregato. La persona che se n’è uscita con queste regole dovrebbe essere rinchiusa in manicomio“, dichiara nel post-partita James Clarkson, allenatore di Grenada.

E vagli a dare torto…

Ad A52 si studia per l’estate: la Confederations Cup!

In questa puntata si parla anche di lui, Cuauhtémoc Blanco

In questa puntata si parla anche di lui, Cuauhtémoc Blanco

Quest’estate si giocherà la nona edizione della Confederations Cup. Torneo spesso vituperato e osteggiato, ma è pur sempre sport ed è sempre bello parlarne.

Per l’occasione, con i compari di Radio Doppio Malto, sono andato a ripercorrerne la storia. Sceicchi, presunti fenomeni, momenti tragici e altri memorabili.

Abbiamo un mese abbondante per studiare.

Come sempre, buon ascolto.

Ciao Denilson! La storia di un giullare che sembrava re.

Denilson era uno che dava del tu al pallone...

Denilson era uno che dava del tu al pallone…

Lo scrittore canadese Stephen Leacock amava descrivere la pubblicità come la scienza di fermare l’intelligenza umana per il tempo necessario a spillarle quattrini. Dovendo trasferire questa massima in ambito calcistico, possiamo sostituire “pubblicità” con “tecnica individuale” e intendere per “intelligenza umana” quella di tanti presidenti.

Nel calcio, niente è così simile ad uno spot come un gesto di classe. Ma la pubblicità può essere ingannevole, molto ingannevole.

Questo concetto ha avuto la sua espressione più sublime e originaria col personaggio di cui voglio parlarvi: Denílson de Oliveira Araújo, per gli appassionati di calcio solo Denilson.

Denilson nasce il 24 agosto del 1977 in una cittadina brasiliana dello stato di San Paolo chiamata Diadema. Sì, proprio come il gioiello. Bello a vedersi, ma abbastanza inutile. Non poteva nascere in un posto migliore. Il pallone è un suo compagno fedele e il piede sinistro col tempo si affina e si educa. Entra nelle giovanili del San Paolo e nel 1994, a soli 17 anni, debutta in prima squadra.

Un pò mezzapunta, un pò esterno, fantasista totale. Il suo stile di gioco non passa inosservato. Per Tele Santana, l’allenatore che lo ha scoperto, è il miglior mancino del paese. Il paso doble declinato all’ennesima potenza. Inizia a farsi una reputazione e nel 1996, non ancora ventenne, viene convocato per la prima volta in nazionale. Sarà grazie alla Seleçao che acquisterà notorietà mondiale. L’anno magico è il 1997.

In Italia lo scopriamo durante l’estate. La Franca, in preparazione dei mondiali dell’anno successivo, organizza un torneo a quattro squadre invitando Inghilterra, Brasile e Italia. Si tratta di un classico girone all’italiana. Alla seconda giornata gli azzurri giocano contro i fortissimi brasiliani, campioni del mondo in carica. Ne viene fuori una sfida bellissima e ricca di reti. Finisce 3 a 3 con Denilson tra i protagonisti principali. Non segna, ma esibisce un repertorio tecnico sorprendente.

Ovviamente parte l’asta e il giro di frasi iperboliche. Si interessano a lui le maggiori squadre europee. In Italia sembra avere un grande estimatore in Sergio Cragnotti, presidente di una Lazio al sugo che non bada a spese. Ancelotti scomoda un grande del passato per descriverlo: «mi ricorda Rivelino», storico mancino del Brasile degli anni ’70. Lo vogliono in tanti e non solo perchè Zico arriva a dichiarare che «chi lo compra, si sistema per un decennio».

La lista di pretendenti è talmente lunga che lui può permettersi di ammetere: «vado da chi paga di più». Il 1997 prosegue molto bene per lui. Col Brasile vince la Copa America e la Confederations Cup, dove viene persino eletto miglior giocatore del torneo.

Diventa un personaggio. A livello di notorietà forse è secondo al solo Ronaldo. La Nike lo inserisce in uno degli spot più belli di sempre, quello della nazionale brasiliana che, annoiata da un’attesa in aereoporto, si mette a giocare tra bagagli, viaggiatori e aerei. La regia è di un certo John Woo. In Italia avrà persino una citazione al cinema, nel film Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo, durante la memorabile scena del furto d’auto ai danni di Giovanni.

Nonostente le voci di mercato rimane un altro anno in Brasile. Col San Paolo vince il campionato paulista, poi vola in Francia per partecipare al mondiale. È uno dei più attesi, ma le cose non vanno come dovrebbero. Il Brasile perde in finale. Lui gioca tutte le partite, ma solo una da titolare. Un segnale? Può essere, ma durante il calciomercato è ancora ambitissimo.

Manuel Ruiz de Lopera. L'uomo, non lo stadio...

Manuel Ruiz de Lopera. L’uomo, non lo stadio…

Bene, qua entra in scena il personaggio chiave, quello che da al tutto un tocco di assoluta incoscienza. Sto parlando di Manuel Ruiz de Lopera, allora presidente del Real Betis di Siviglia. Il nostro è un tipo abbastanza estroso e con una discreta dose di denaro e autostima. Impresario nel settore immobiliare, di lui si ricordando prodezze come l’aver donato alla Vergine della Sofferenza, patrona della città, un mantello di broccato in oro e pietre preziose del valore di circa 3 milioni di euro. Fu sempre lui, qualche anno più tardi, a decidere che l’Estadio Benito Villamarin, l’impianto dove gioca il Betis, dovesse chiamarsi Estadio Manuel Ruiz de Lopera. E no, non si tratta di un omonimo.

La sua più grande mandrakata però risale a quella calda estate del 1998. Innamoratosi delle doti di Denilson, decide che sarà lui la pietra miliare su cui costruire un grande Betis e fa la pazzia, lo compra. La notizia crea una certa sorpresa perchè il Betis, nonostante le mire del suo presidente, non è certo una grande d’Europa. Al San Paolo vanno 32 milioni di euro, l’acquisto più costoso di sempre all’epoca. Viene decisa una clausula rescissoria altissima (si parla di cifre che superano di molto i 100 miliardi delle vecchie lire), il contratto è principesco e la sua durata assurda: 12 anni. Vabbè che Zico aveva parlato di un decennio di vittorie, ma forse Lopera ha preso la faccenda un pò troppo alla lettera.

Lui però è convintissimo. Con Denilson il Betis sarà grande. Come è andata a finire? Primo anno, discreto. 35 presenze, 2 gol e squadra che non va oltre un modesto undicesimo posto. Beh, un campionato di transizione prima di una grande crescita, penserete. Ecco, sì, ma magari no. Nella stagione 1999-2000 il nostro eroe segna un gol in più, ma il Betis arriva diciottesimo e retrocede. Improvvisamente, a Lopera quei dodici anni di contratto non devono essere sembrati sto affare del secolo.

In Europa si capisce veramente cosa sia Denilson. Un funambolo, un giocoliere, ma troppo egoista e umorale, con una scarsa propensione per il gol. Si fa sei mesi in prestito al Flamengo, poi torna in Spagna, aiuta il Betis a tornare in Liga e resta a Siviglia altre quattro stagioni. Nel frattempo riesce a non essere sbalzato fuori dal giro della nazionale. Il problema è che nello stesso periodo sulle scene mondiali è apparso Ronaldinho che, in pratica, rappresenta quello che avrebbe potuto diventare lui se tutto fosse andato bene. Il tecnico Scolari lo inserisce nei 23 per i vittoriosi mondiali asiatici del 2002, ma gioca solo qualche spezzone. In uno di questi, durante una telecronaca della Gialappa’s Band su Radio2, Giorgio Gherarducci, esasperato dai continui e inutili paso doble, gli rivolge un urlo che bene sintetizza tutta la carriera del brasiliano: «Passala, coglione!».

Nel 2005 la situazione finanziaria del Betis inizia a farsi complicata e Denilson viene svenduto in Francia, al Bordeaux. Gioca bene, ma il fenomeno che sembrava essere ce lo possiamo scordare. Nell’estate del 2006 va ad arrotondare in Arabia Saudita, dove può permettersi di signoreggiare col pallone. L’anno successivo ci prova negli Stati Uniti con Dallas, ma la condizione fisica lo tradisce e gioca solo 8 partite. Torna in Brasile, nel Palmeiras. Contratto annuale a prestazioni. Che sono buone, ma non tanto da garantirgli un rinnovo.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

Vorrebbe tornare in Europa, ma non è come dirlo. A inizio 2009 fa un periodo di prova al Bolton, in Inghilterra. Niente. Fa un sondaggio anche il Torino, ma non si va oltre. Ritorna quindi a casa per giocare in terza serie con l’Itumbiara, quindi a giugno di quell’anno arriva il colpo di classe. Firma per lo Xi Mang Hai Phong, squadra del Vietnam che, calcisticamente parlando, equivale ad essere dispersi in mare aperto. Lui però ci crede, anche se dichiara: «non so nulla del calcio vietnamita». Non è l’unico, se devo essere sincero. L’esordio con la nuova squadra è da sogno. Subito in gol e pubblico in delirio. Nel secondo tempo però si infortuna, esce dal campo e a quel punto deve aver pensato “ah, ma è questo il calcio vietnamita?”, perchè subito dopo rescinde il contratto e saluta.

Nel 2010 l’ultima comparsata. Va in Grecia. Contratto biennale con il Kavala. Dura due mesi e mezzo, senza vedere mai il campo. Rimane la sua ultima avventura nel calcio giocato. Dopo un pò arriva, inesorabile, il ritiro. Oggi è commentatore per Rede Bandeirantes, rete televisiva di San Paolo.

Magari non sarà diventato un crack, magari non ha dato inizio a nessun decennio di successi, ma tutto si può dire di Denilson, tranne che non abbia segnato un’epoca. Suo malgrado è diventato il simbolo del calciomercato impazzito degli anni ’90, ma a suo modo è stato un precursore. I giochi di classe di Ronaldinho, Robinho, Neymar e compagnia sono anche un pò merito suo. E la prossima volta che vedrete su YouTube un video che sponsorizza un nuovo presunto fenomeno dall’alto di qualche trick, ricordatevi di lui. Ricordatevi di Denilson, il funambolo che sembrava re e rimase giullare.