Gli impresentabili – Ecco a voi la Squadraccia d’Europa 2012/2013

Una cartina per avere le idee chiare

Una cartina per avere le idee chiare

Con colpevole ritardo, oggi annunciamo il podio dell’ambitissimo premio “Squadraccia d’Europa” per la stagione calcistica 2012-2013 (o 2012 e basta per quei campionati che si svolgono nell’anno solare).

Un premessa: è stata un’edizione sottotono. Molte squadre hanno fatto schifo, ma nessuna ha primeggiato per distacco sulle altre come in altre occasioni. Poco male, gli spunti comunque non sono mancati.

Il gradino più basso del podio è occupato da una squadra che rappresenta una nazione storica del calcio europeo: le isole Fær Øer. Sì ok, forse ho un filo esagerato, ma facciamo finta di niente. Gli isolani, pur essendo impegnati per lo più in lavori veri, giocano anche a calcio. La loro nazionale è rinomata come squadra materasso per antonomasia delle qualificazioni di Europei e Mondiali, anche se di recente ha battuto qualche colpo notevole (anche contro di noi).

Meno conosciuto è forse il campionato. È formato da 10 squadre che si affrontano tra di loro 3 volte. La squadra più titolata della nazione è l’HB Tórshavn, compagine della capitale che comanda l’albo d’oro dall’alto dei suoi 21 titoli. A noi però non interessa. Per trovare il motivo per cui ci troviamo qui dobbiamo scendere. Sia in classifica che in senso geografico.

Un momento di una partita dell'FC Suðuroy

Un momento di una partita dell’FC Suðuroy

Suðuroy è l’isola più meridionale delle Fær Øer. Una delle sue città più importanti è Vágur, famosa per essere stata la sede della prima centrale idroelettrica della nazione. Orgoglio ed entusiasmo a mille per gli indigeni, suppongo. Di sicuro non potrebbero provare certi sentimenti per la loro squadra di calcio, l’FC Suðuroy.

La squadra nasce da una fusione tra una vecchia squadra della città, il VB Vágur, e il SI Sumba, compagine di un villaggio omonimo, celebre per essere la capitale del ballo popolare tipico delle Fær Øer. In realtà questa unione è un bis. Le due squadre ci avevano già provato nel 1995, ma la cosa era durata solo una stagione. Nel 2005 ci riprovano, invitando anche altre squadre. Queste però rifiutano. Vedendo come è finito il campionato del 2012 mi viene da capire il perchè.

Ultimo posto, 2 vittorie, 3 pareggi, 22 sconfitte, 16 gol fatti e 78 subiti. Il computo totale è di 9, immagino sudatissimi, punti. Il ruolino esterno è da paura: 1 pareggio e 13 sconfitte, anche se per assurdo l’attacco ha fatto più gol in trasferta che tra le mura amiche. E chiamale amiche…

Il castello di Srebrenik (fonte: ermaktravel.com)

Il castello di Srebrenik (fonte: ermaktravel.com)

Lasciamo stare i volenterosi pescatori del nord e andiamo ancora più a sud per incontrare i vincitori della medaglia d’argento. Andiamo nei Balcani, regione storicamente fertile di squadracce, per la precisione in Bosnia.

Vi dice niente la città di Srebrenik? No, non ho detto Srebrenica e non ho sbagliato a scrivere. Intendo proprio Srebrenik. In Bosnia esistono sia Srebrenica, che Srebrenik. La prima è un piccolo centro, tristemente noto per fatti di guerra. La seconda, pur essendo meno conosciuta, è una cittadina di quasi 50.000 abitanti, sede di un famoso castello.

A rappresentare Srebrenik nei campionati di calcio è l’NK Gradina. La squadra non aveva mai preso parte al massimo campionato bosniaco, ma al termine della stagione 2011-2012 riesce a centrare la storica promozione.

In questi casi, saper scegliere l’allenatore giusto è di vitale importanza. Tanto per dire, il presidente Dževad Drapić nella stagione in esame ci prova 6 volte. Il rendimento del Gradina, fin da subito, è alquanto deficitario e a farne le spese sono i tecnici. Tutto il mondo è paese in questi casi. E io tifo Palermo. So di cosa parlo.

Lo stemma dell'NK Gradina

Lo stemma dell’NK Gradina

Nell’ordine si susseguono: Samir Adanalić, Denis Sadiković, Boris Gavran, Nedžad Bajrović, Fuad Grbešić e di nuovo Bajrović. Fossero stati disponibili, pure Mourinho e Guardiola avrebbero fatto una brutta fine in questa tonnara.

La squadra, già di suo non composta da fenomeni, deve percepire un minimo di disorientamento, anche perchè è costretta a giocare metà campionato in altre due città, a causa dei lavori di adattamento che deve subire lo stadio di Srebrenik.

La girandola di allenatori e campi da gioco si conclude dopo 30 giornate con un ruolino di tutto rispetto: 1 vittoria, 6 pareggi, 23 sconfitte, 17 gol fatti, 57 gol subiti, 9 punti totali. Da segnalare anche una striscia di 11 KO di fila e una di ben 27 risultati inutili consecutivi. Dai numeri si capisce che la difesa fa moderatamente schifo, ma è l’attacco il vero fiore all’occhiello, visto che fa fatica a segnare anche con le mani. Anche qua, come per il Suðuroy, colpisce il rendimento esterno. 1 pareggio e tante brutte figure collezionate in giro per la Bosnia.

Il mostro di Ayia Napa dovrebbe essere più o meno così...

Il mostro di Ayia Napa dovrebbe essere più o meno così…

Bene, fino a qua abbiamo scoperto squadre terribili e che ricorderemo sempre con affetto. Ma la vera regina dello squallore della stagione 2012-2013 è un’altra. Un squadra suo malgrado incapace perfino di fare schifo fino in fondo.

Il campionato in cui piombiamo è quello cipriota. Negli ultimi anni il calcio dell’isola ha fatto enormi progressi (ricorderete la straordinaria campagna europea dell’APOEL nel 2011-2012), ma qualcuno è rimasto indietro lo stesso.

Per esempio ad Ayia Napa, ridente borgo marittimo famoso per essere una rinomata metà turistica. In paese c’è tutto, persino un mostro marittimo. Una leggenda vuole che una creatura mitologica, a metà strada tra un idra e drago, abiti i mari della costa e in molti giurano di averlo avvistato.

In paese esiste comunque qualcosa sicuramente più reale e senza dubbio molto più terrificante.

Lo stemma dell'AEP Paphos con simil-Elvis al centro

Lo stemma dell’AEP Paphos con simil-Elvis al centro

Sto parlando dell’AO Ayia Napa, la squadra locale. Retrocessa nel 2010 in terza serie, si risolleva in grande stile, riconquistando la Divisione A con due promozioni in due anni.

Sarà stato lo sforzo o chissà cosa, lì inizia lo strazio. La stagione 2012-2013 vede l’Ayia Napa arrancare da subito. In classifica rimane sempre nei bassifondi, cogliendo alla fine la miseria di 8 punti, frutto di 2 vittorie, 2 pareggi e parecchia mestizia. L’attacco si rivela avaro di emozioni: 15 gol fatti, 3 in meno del solo Bernardo Vasconcelos, che non è una squadra dal nome esotico, ma bensì il capocannoniere del campionato. Insomma, un pianto.

Con un ruolino del genere l’ultimo posto in classifica sarà stato assicurato, penserete voi. Ebbene no. Sta qua il colpo di classe della tristezza. L’Ayia Napa non è riuscita nemmeno ad essere la squadra peggiore del campionato. Sulla sua strada si è infatti imbattuta l’AEP Paphos.

Se andate a vedere il loro stemma, sembra che in mezzo vi sia un ritratto di Elvis. Non è lui, tranquilli, e nemmeno il Dave Gahan dei tempi belli. Trattasi di Evagoras Pallikarides, un eroe nazionale cipriota. Che si starà rivoltando nella tomba sapendo di essere diventato il simbolo di una squadra retrocessa con soli 3 punti, di cui 16 conquistati sul campo, 9 detratti dalla federazione cipriota per motivi finanziari e 3 tolti direttamente dalla FIFA per gli stessi motivi.

Lo stemma dell'AO Ayia Napa. Triste quasi quanto la squadra...

Lo stemma dell’AO Ayia Napa. Triste quasi quanto la squadra…

Ultimo posto a loro quindi. Ma le regole del nostro premio sono ferree. Lo schifo bisogna dimostrarlo sul campo, non nelle aulee di tribunale. Proprio per questo il titolo di Squadraccia d’Europa 2012-2013 non può non andare all’AO Ayia Napa. Una squadra così sfigata che nella gara cipriota al più sfigato è arrivato secondo. Perchè? Perchè è sfigata.

P.S. Per festeggiare il premio ci sta proprio bene il ballo faroense tipico di cui sopra. Scateniamoci!

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La storia di Cosmin Contra, sparatutto rumeno ad alto rischio

L'11 titolare dell'Alaves nella famosa finale del 2001 (fonte: euskomedia.org)

L’11 titolare dell’Alaves nella famosa finale del 2001 (fonte: euskomedia.org)

Ve la immaginate una squadra non proprio di blasone, tipo l’Empoli o l’Avellino (con tutto il rispetto per due piazze storiche del calcio italiano), che arriva in Serie A, si qualifica per l’Europa League e va fino in finale perdendo solo ai supplementari contro una big come il Liverpool, giusto per fare un nome?

Al giorno d’oggi è difficile, ma una decina di anni fa storie del genere erano ancora possibili. E accadevano. Molti di voi si ricorderanno la straordinaria cavalcata nella Coppa UEFA 2000-2001 del Deportivo Alaves, squadra spagnola della città di Vitoria.

Erano alla loro prima partecipazione in una competizione europea e nessuno gli dava mezza peseta. Dopo il sorteggio del primo turno, il presidente dei turchi del Gaziantepspor, contro cui erano stati sorteggiati, disse «abbiamo beccato la squadra più scarsa del torneo». Matematico, quella sfida divenne la prima impresa di una lunga serie.

Jordi Crujiff, leader dell'Alaves 2001 (fonte: goal.com)

Jordi Crujiff, leader dell’Alaves 2001 (fonte: goal.com)

La finale si giocò a Dortmund contro il Liverpool (ecco sì, all’inizio non era stato proprio un nome sparato a caso…). Fu una delle partite più belle di sempre. Finì 5-4 per gli inglesi, con un golden gol, che in realtà fu un’autorete, negli ultimi minuti dei tempi supplementari. Per l’Alaves fu una beffa atroce dal quale in pratica non si riprese più.

Era una squadra di onesti mestieranti che si basava sul talento di un paio di giocatori e sull’exploit temporaneo degli altri. Il calciatore simbolo riassumeva entrambe le situazioni: Jordi Cruijff. Figlio del divino Johan, nessuno si è mai azzardato a paragonarlo al padre, ma se c’è stato un anno in cui è andato anche vagamente vicino ad emularlo, fu quello.

Qualcuno si interessò ai gioielli di quel gruppo e ci fu chi se ne prese un paio. Nell’estate del 2001 il Milan decise di scommettere su due protagonisti di quella squadra. Il primo nome era quello di Javi Moreno, il centravanti. Meglio lasciar stare…

Cosmin Contra in maglia rossonera (fonte: spaziomilani.it)

Cosmin Contra in maglia rossonera (fonte: spaziomilani.it)

L’altro acquisto fu il promettente terzino rumeno Cosmin Contra. Nato a Timisoara, il 15 dicembre 1975, era un terzino destro dall’attitudine brasiliana e il carattere facilmente infiammabile. Insomma, l’esatto opposto di quel ghiacciolo di Thomas Helveg che i dirigenti rossoneri cercavano in tutti i modi di sostituire. Le caratteristiche del rumeno erano chiare: tanta corsa in fase offensiva, un po’ meno in quella difensiva, grinta e temperamento a pacchi da venti e capacità di sparare delle mine paurose dalla distanza.

Una di queste lo consacrò a idolo estemporaneo della curva sud. Il 21 ottobre si giocò il derby contro l’Inter. I nerazzurri passarono in vantaggio con un gol di Nicolino Ventola in apertura. Il Milan reagì nella ripresa. Al 59′ pareggiò Shevchenko. Tre minuti dopo il nostro ricevette un passaggio sulla destra, si accentrò e fece partire una bordata ignorante sotto la traversa. Non contento, dopo altri tre minuti pennellò un cross al bacio per il terzo gol, firmato Pippo Inzaghi.

Edgar Davids, il gentiluomo con cui contra ebbe a che fare nel Trofeo TIM 2002 (fonte: affaritaliani.it)

Edgar Davids, il gentiluomo con cui contra ebbe a che fare nel Trofeo TIM 2002 (fonte: affaritaliani.it)

Il campionato di Contra proseguì tra alti e bassi, come tutto quel Milan. Prima di Natale visse un altro highlight, segnando in pieno recupero il gol vittoria contro l’Hellas Verona. Il 24 febbraio, contro il Venezia arrivò anche la terza segnatura in campionato.

La prima stagione di Contra in Italia sembrò dunque incoraggiante, tanto che venne confermato anche per l’anno successivo, nonostante qualche dubbio di natura tattica. Cioè, l’intenzione era quella, ma il misfatto era dietro l’angolo e aveva le fattezze poco rassicuranti del pitbull Edgar Davids.

Il 31 luglio 2002 si giocò la seconda edizione del Trofeo TIM, il triangolare estivo tra Milan, Juve e Inter. Nella sfida tra rossoneri e bianconeri, Contra e Davids ebbero modo di scambiarsi opinioni. Al quarto minuto, l’olandese entrò in modo troppo duro su Ringhio Gattuso e Contra corse in suo aiuto. La rissa fu inevitabile e non priva di finezze. Dopo aver riportato la calma, l’arbitro non potè fare altro che espellerli entrambi.

Vabbè dai, era un’amichevole, non contava niente, c’era caldo. Si sono menati, si sono sfogati, hanno capito la cazzata e si sono rippacificati subito dopo in un tripudio di pacche sulle spalle. Magari. La rissa non solo proseguì negli spogliatoi, ma degenerò pure. Per cinque minuti i due si insultarono e continuarono a scazzottarsi. Ci provarono un po’ tutti a dividerli, ma con scarso successo. Persino Paolo Montero cercò di riportarli alla ragione. Una rissa con Montero nel ruolo di paciere. Riuscite solo ad immaginare cosa possa essere stata?

Contra, il videogioco (fonte: collider.com)

Contra, il videogioco (fonte: collider.com)

Oh, del resto i romani dicevano “nomen omen” e, da uno che si chiamava come uno dei più famosi videogiochi sparatutto di tutti i tempi, cosa vi aspettavate? Ricami e merletti?

Dopo il fattaccio, il Milan si sentì in imbarazzo e fece partire Contra in fretta e furia verso l’Atletico Madrid. Vi giocò per due anni, senza lasciare particolari ricordi positivi. Dal 2004 fu coinvolto in una serie di prestiti: West Bromwich Albion, Politehnica Timisoara, Getafe. Con quest’ultimi il rendimento fu positivo, tanto che fu acquistato definitivamente. Rimase con loro fino al 2010.

Il suo anno buono fu il 2007-2008, quando fu uno dei protagonisti del cammino europeo degli spagnoli. Poche ore prima del ritorno dei sedicesimi di Coppa UEFA contro l’AEK Atene, venne a sapere della morte del padre. Vi pare che uno che si è menato con Davids possa scomporsi per questo? Non si lasciò travolgere dall’emozione. Scese in campo e realizzò un rigore.

Cosmin Contra con la maglia del Getafe (fonte: ecodiario.eleconomistas.es)

Cosmin Contra con la maglia del Getafe (fonte: ecodiario.eleconomistas.es)

Il vero spannung fu ai quarti, contro il Bayern Monaco. All’Alianz Arena le cose si misero male. Luca Toni portò avanti i tedeschi al 26′. A poco più di 10 minuti dalla fine Contra entrò in campo. All’ultimo minuto si inventò il pareggio. Azione confusa e insistita, il rumeno prese palla al limite, entrò in area e scavalcò il portiere con un tocco sotto.

Il ritorno fu uno psicodramma. Il Getafe fu eliminato ai tempi supplementari, all’ultima azione, per la regola dei gol in transferta. Ma il primo gol degli spagnoli era stato ancora di Contra, con una delle sue classiche sassate d’altri tempi. Ah, quei tre gol in UEFA alla fine furono gli unici con la maglia degli azulones.

Contra rimase in Spagna fino al 2010. Nel frattempo aveva di nuovo deliziato le masse con esibizioni di galateo. Nel 2009, dopo una sostituzione rimastagli sullo stomaco, aggredì il tecnico Victor Munoz lanciandogli un parastinchi.

Giocò un altro anno, di nuovo in Romania, di nuovo al Politehnica, dove nel contempo iniziò anche ad allenare. Dopo qualche dissidio col presidente Marian Iancu (ma visti come sono i vertici del calcio rumeno è difficile fargliene una colpa. Roba da far venire una languida nostalgia di Matarrese e Abete…), venne esonerato.

Cosmin Contra in versione allenatore (fonte: it.uefa.com)

Cosmin Contra in versione allenatore (fonte: it.uefa.com)

Nel luglio del 2012 tornò per la terza volta in Spagna, diventando allentore del Fuenlabrada, in terza serie. Dopo pochi mesi arrivò un’offerta dal Petrolul Ploiesti, serie A rumena, e se ne andò.

L’ultimo acuto della parabola di Cosmin Contra è di qualche giorno fa. Nel terzo turno di qualificazione delle fasi preliminari di Europa League, il Petrolul ha eliminato i ben più quotati olandesi del Vitesse con un gol segnato al 95′.

Segno di una squadra che ci crede sempre, che combatte, che lotta, testarda. Proprio come il suo allenatore. Proprio come Cosmin Contra. A suo modo, un idolo.

Gli impresentabili – Continua il viaggio alla scoperta delle squadre peggiori d’Europa

Continua il nostro viaggio nell’albo d’oro del premio Squadraccia d’Europa.

Lo stemma dell'Ajax Lasnamae (fonte: logo-city.org)

Lo stemma dell’Ajax Lasnamae (fonte: logo-city.org)

2007-2008 – Quando nel calcio dici Ajax non puoi non emozionarti. Vale anche per la storia di questo premio. Ovvio, non parlo dell’Ajax olandese, ma del fenomenale Ajax Lasnamae, compagine della città di Tallinn, in Estonia. Nel 2005 arriva per la prima volta nella Meistriliiga, la massima serie. Al primo anno tra i grandi ottiene una salvezza che ha del miracoloso. Come si sa, i miracoli di solito non si ripetono e nel 2007 è rumba.

Ultimo posto con solo 5 punti, frutto di una vittoria, 2 pareggi e 33 sconfitte. Tra i risultati da ricordare un 0-13, un 0-11, due 0-10 e due 1-7. Ironia della sorte, l’unico successo arriva contro l’F.C. Kuressaare, la squadra che aveva inaugurato il nostro albo d’oro e che con l’Ajax Lasnamae condivide anche i colori sociali. Insomma, la morale è che se sei gialloblu e giochi in Estonia sono cazzi acidi.

Lo stadio del Ranger's. No, magari pensavate fosse il Camp Nou... (fonte: soccerway.it)

Lo stadio del Ranger’s. No, magari pensavate fosse il Camp Nou… (fonte: soccerway.it)

2008-2009 – Si può passare nel giro di pochi anni dall’essere campioni nazionali ad essere la squadra peggiore d’Europa? Sì, è successo al Ranger’s di Andorra la Vella. Beh, se giochi ad Andorra è facile, ma comunque è notevole. I pirenaici, che sono stati anche i primi ad interrompere l’egemonia orientale del nostro titolo, hanno vinto il loro campionato due volte, nel 2005-2006 e nel 2006-2007. Grazie a questi risultati hanno anche respirato l’aria delle coppe europee, sebbene siano sempre stati eliminati quasi subito. Nel 2007-2008 arriva un onorevole terzo posto. Poi la dignità finisce.

Durante l’estate i migliori giocatori se ne vanno. Campionato duro quindi? Durissimo…Il torneo è diviso in due. Nella prima parte tutti affrontano tutti per un totale di 14 partite. Ii nostri vincono 4-1 contro l’Engordany, ma purtroppo le restanti 13 le perdono tutte. Si segnalano uno 0-12 contro il Santa Coloma e ben tre 0-7. C’è ancora il Relegation Round però. Nella fase successiva il campionato viene diviso in due gironi da 4. Tra i migliori ci si gioca lo scudetto, tra gli altri si cerca di evitare l’unico posto prenotato per la retrocessione. L’Inter Escaldes, penultima, dista solo 4 punti. L’impresa è ancora fattibile. Forse. Altre 6 partite, altre 6 sconfitte, 2 gol fatti, 29 subiti. Adeu, Ranger’s…

Lo stemma del Milano Kumanovo (fonte: uefaclubs.com)

Lo stemma del Milano Kumanovo (fonte: uefaclubs.com)

2009-2010 – Diventare una Squadraccia d’Europa non è cosa semplice. Gli avversari possono utilizzare qualsiasi mezzo e bisogna stare sempre sulle spine. Ne sa qualcosa il Milano Kumanovo, squadra macedone della città di Kumanovo. Ah, questi si chiamano Milano e hanno le maglie rossonere, ma le coincidenze si fermano qua.

In quella stagione il campionato macedone è alquanto movimentato. Innanzitutto il Pobeda viene punito dalla UEFA per un tentativo di combine in occasione di un preliminare di Champions del 2004. La squadra viene esclusa dai tornei europei per 8 anni e la federazione macedone si allinea escludendoli anche dal loro campionato. In più vengono annullate tutte le loro partite di quell’anno. Non finisce qui. Lo Sloga Jugomagnat e il Makedonija, in aperta polemica con la federazione, decidono di boicottare il torneo e non si presentano a due partite consecutive. Subiscono la stessa sorte del Pobeda. Il Turnovo e il Vardar si fermano invece ad una rinuncia, beccando come punizione solo tre punti di penalizzazione.

In una situazione del genere parrebbe semplice salvarsi. Parrebbe, appunto. Il Milano Kumanovo non si lascia condizionare e sbanca tutto conquistando solo 6 punti, grazie ad una vittoria e 3 pareggi. Tecnicamente avrebbe ancora la possibilità di salvarsi, dovendo giocare uno spareggio contro il Bregalnica Stip, quarto in serie B. Avrebbe, appunto. Perdono 2-1 ai supplementari. E pensare che in campionato le vittorie sarebbero state anche 2. Ma una era stata ottenuta contro il Pobeda, quindi non valeva più…

Un'esultanza dei giocatori del Čukarički. Incredibilmente pare essere dell'annata 2010-2011 (fonte: http://fudbalsrbija.net)

Un’esultanza dei giocatori del Čukarički. Incredibilmente pare essere dell’annata 2010-2011 (fonte: http://fudbalsrbija.net)

2010-2011 – Calcisticamente parlando in Serbia comanda Belgrado. E a Belgrado comandano Stella Rossa e Partizan, rivali eterni e mai conciliabili. La rivalità tra questi due club è talmente ingombrante che spesso ci si dimentica che nella capitale serba ci sono anche altre squadre, come il Rad, l’OFK e alcune che vengono dai sobborghi, tipo il Borča e il Čukarički.

Quest’ultima ha provato a mettersi sulla mappa del calcio con la straordinaria stagione 2010-2011, nel quale ha conquistato 5 punti in 30 partite. Posizione finale in classifica? Dai, non fatemi ridere… Ah, tutti pareggi, sia chiaro. Il vero punto di forza è stato l’attacco: 10 gol, di cui solo 3 in trasferta. A fine anno ben tre calciatori (di altre squadre, ovviamente) da soli avevano fatto uguale o addirittura meglio. Sembrerà strano, ma una simile primizia non è stata apprezzata dai tifosi. Durante l’anno la media spettatori è stata di sole 477 persone, in uno stadio che ne poteva contenerne fino a 7.000. Incompetenti…

Una foto che ben sintetizza le straordinarie annate dell'Ajax Lasnamae (fonte: lavanguardia.com)

Una foto che ben sintetizza le straordinarie annate dell’Ajax Lasnamae (fonte: lavanguardia.com)

2011-2012 – Parliamoci chiaro, senza giri di parole. A fare una stagione di merda sono capaci tutti. Ma fare una stagione di merda, retrocedere, tornare in Serie A e farne una ancora peggiore è roba da professionisti. E tali dovrebbero essere definiti tutti coloro che gravitano intorno all’Ajax Lasnamae. Dopo il grande successo del 2007, la squadra ha vissuto momenti tristi in Serie B, ma nel 2011 è tornata tra i grandi.

E ce n’è stato per tutti. Le parole non bastano. Cito qualche risultato conquistato durante l’anno: 0-14, 1-13, 0-12, 0-11, 0-9. I 7 a 0 al passivo sono addirittura sette. Il reparto arretrato è spettacolare. A fine campionato sotto la colonnina dei gol subiti compare un memorabile 192, per una media di 6.4 a partita. La differenza reti, -181, è quasi zero assoluto. Di vincere partite non se ne parla nemmeno, ma vengono colti comunque 4 pareggi. Tre di questi arrivano contro il solito Kuressaare. Il che mi fa pensare che gli regalino punti apposta per evitare che battano tutti i record. Il problema è che l’Ajax è davvero una macchina da guerra. Il Kuressaare è fortissimo, ma gli altri sono degli extraterrestri. Insomma, una storia tipo Real Madrid e Barcelona nella Liga degli ultimi anni. Ecco sì, una specie…

Bene, il percorso storico è terminato. Vi aspetto verso metà agosto per conoscere il podio della stagione 2012-2013. Un saluto

Gli impresentabili – Alla scoperta delle squadre peggiori d’Europa

Una vecchia copertina del glorioso Guerino (fonte: primoluglio2004.it)

Una vecchia copertina del glorioso Guerino (fonte: primoluglio2004.it)

Quando ero più giovane passavo i miei pomeriggi estivi a leggere giornali sportivi e sudare. Tra i giornali vi era (e vi è ancora nonostante il tempo libero sia molto meno) il glorioso Guerin Sportivo, vero totem della stampa sportiva italiana di qualità.

Un appuntamento imperdibile con questa rivista arrivava a metà agosto, di solito nel numero che precedeva la pausa estiva. Si trattava (e si tratta ancora nonostante non vi sia più nessuna pausa, visto che nel frattempo la cadenza è passata da settimanale a mensile) dell’inserto Regine d’Europa.

Questo è la raccolta di tutte le classifiche di tutti i campionati europei di calcio. Qualcosa di essenziale e semplice, ma allo stesso tempo irrinunciabile. Ci sono proprio tutte le nazioni, dall’Italia a San Marino, passando per Spagna, Cipro e molte altre.

In poche pagine si riassumono mesi di calcio giocato e di vittorie. Tutte le vincitrici sono lì, a portata di pagina.

Un'altra vecchia copertina del Guerino (fonte: asrtalenti.altervista.org)

Un’altra vecchia copertina del Guerino (fonte: asrtalenti.altervista.org)

Tutto molto bello ma io, come al solito, ho iniziato a notare il lato B della faccenda. Più che appassionarmi agli esiti dei campionati, mi premeva andare a scovare cosa era rimasto in fondo alle classifiche, quali orrori si erano sedimentati nei bassifondi.

Per farla breve, la mia curiosità era tutta per le altre, per gli ultimi. Da lì il passo è stato naturale. Tra tutte le ultime quale sarà la più ultima di tutte? Da questa domanda è nata una tradizione farlocca. Ogni anno aspetto Regine d’Europa per scovare e incoronare lei, la compagine più sgrausa del continente, la Squadraccia d’Europa.

L’operazione non è semplice. Non si tratta solo di un mero calcolo matematico, c’è qualcosa di più, c’è il sentimento.

Anche quest’anno la lotta per il titolo sarà serratissima. Per ingannare l’attesa della prossima edizione vi propongo l’albo d’oro di questo titolo fantomatico, platonico e sostanzialmente inutile.

Lo stemma degli estoni del F.C. Kuressaare (fonte: saaresport.ee(

Lo stemma degli estoni del F.C. Kuressaare (fonte: saaresport.ee)

2003-2004 – Per scovare il primo trionfatore bisogna andare sul Baltico, in Estonia. Al largo della costa vi sono alcune isole. Le più grandi sono Hiiumaa e Saaremaa, che secondo alcuni sarebbe addirittura il centro geografico dell’Europa. Ci interessa quest’ultima. La sua città più importante è Kuressaare, dove ha sede l’F.C. Kuressaare. La maglia è gialloblu e i giocatori sono soprannominati per questo le “gru gialle”. Negli anni le gru si son fatti la fama di squadra ascensore, ossia di compagine avezza a retrocedere e risalire subito con grande frequenza.

Nel 2003, non a caso, si era reduci da una promozione. Obiettivo salvezza tranquilla? Eh sì, magari…Il campionato dei nostri è di altissimo livello. Su 28 partite giocate abbiamo 1 vittoria, 2 pareggi e 25 sconfitte. Tra queste notevole il 17 a 0 subito dalla capolista Flora Tallin. La differenza reti è gelo puro: -110, frutto di 11 gol fatti e 121 subiti. L’attacco rimane a secco per 21 partite e nell’unica in cui riesce a farne 3, la difesa ne prende 9. L’unica vittoria è un 2 a 1 al F.C. Valga, penultimo a fine anno. Anche per loro un bel campionatuccio, ma di fronte avevano dei fenomeni. Impossibile fare peggio.

Una vista aerea della ridente Laç, in Albania

Una vista aerea della ridente Laç, in Albania

2004-2005 – Rimaniamo ad est, ma ci spostiamo vicino a casa. Limitiamoci ad attraversare l’Adriatico e sbarchiamo nella Prefettura di Alessio, in Albania. Qualche ora di viaggio verso l’entroterra e siamo arrivati a Laç, la nostra meta. Qui gioca il KF Laçi, orgoglio di tutta la regione. Anche questa è squadra da discese ardite e da risalite. Peccato che quell’anno la discesa sia un filo troppo ardita.

Il campionato albanese è composto da 10 squadre per un totale di 36 partite. Bene i nostri non ne vincono mezza. E i pareggi sono 2, mica 20. A fine hanno sono 2 punti e 34 sconfitte, 13 gol fatti e 124 subiti. Il distacco dalla penultima è di 26 punti, quello dalla terzultima, e quindi dalla quota salvezza, è un omerico -44. La celebre “matematica certezza” deve essere arrivata abbastanza in fretta. La cosa singolare è che negli anni il Laçi tornerà nella Kategoria Superiore, la Serie A albanese, e si consoliderà anche come una buona squadra. Nel 2010 giocherà perfino i turni preliminari di Europa League contro i bielorussi del Dnepr Mogilev. All’andata è in vantaggio fino al 92′, poi subisce il pareggio. Al ritorno qualcuno coltiva speranze. Finisce 1-7 e tanti saluti. Ah, il Dnepr, mica il Bayern…

Lo stemma del F.C. Bolat di Temirtau (fonte: pagina Twitter del F.C. Bolat)

Lo stemma del F.C. Bolat di Temirtau (fonte: pagina Twitter del F.C. Bolat)

2005-2006 – Come avrete capito, l’est-Europa domina e ci staremo per un bel po’. Per la stagione 2005-2006 bisogna andare nel campionato kazako, che per me dovrebbe vincere senza discussioni il premio di campionato con le squadre dai nomi più fighi della terra (Agtobe Lento, Tobol Qostanai, Ekibastuzetc, giusto per darvi un’idea). La compagine che ci interessa non è da ricordare per la denominazione (anche se comunque si piazza bene anche lì), ma per questa straordinaria annata.

Parliamo del F.C. Bolat di Temirtau, cittadina famosa per le attività siderurgiche. Acciaio quindi, ma la squadra non è manco di latta. Non è niente. Impietose le statistiche. A fine hanno il Bolat conquista un pareggio. E…? E niente! Basta, tutto qui. Un punto in 30 partite. Brutto colpo, considerato che era una neopromossa. Cosa che non sarà mai più, visto che non è più tornata nella massima serie. Peccato, vien da dire…

Ivaylo Drazhev, il presidentissimo (fonte: sofiaecho.com)

Ivaylo Drazhev, il presidentissimo (fonte: sofiaecho.com)

2006-2007 – Questa è una storia meravigliosa. Una squadraccia sotto mentite spoglie. In Bulgaria esiste, dal 1919, il Chernomorets Burgas, squadra della città di Burgas con una buona tradizione. Nel 1997 viene comprata da Ivaylo Drazhev, politico e maneggione di successo che qualche anno più tardi finirà inevitabilmente arrestato. Con un personaggio simile al comando, non è un caso che nel 2004 si vada in bancarotta, con relative retrocessioni. Nell’estate del 2005 il sindaco di Burgas riforma il club. La cosa non sta per niente bene a Drazhev che, l’anno successivo, decide di ricorrere alle maniere forti. Prende il Conegliano German, squadra fondata nel 2001 a Sofia e neopromossa in massima serie, e ne cambia il nome in Chernomorets Burgas Sofia. Per capirci, è come se i Della Valle lasciassero la Fiorentina, si comprassero il Torino e lo ribattezzassero Fiorentina Torino.

Con questi presupposti dove vuoi andare? La squadra è impresentabile. Un pareggio in 30 partite, con 8 gol fatti e 131 subiti. Può andare peggio di così? Sì, perchè i nostri pensano bene di non schierare per la prima giornata il numero di giovani previsto dal regolamento. Risultato? Sconfitta a tavolino e 3 punti di penalizzazione che fanno arrivare il punteggio finale in classifica ad un inarrivabile -2. Oggi il Chernomorets originale è tornato nel calcio che conta. Quello di Sofia arranca nelle serie minori. Ma è per sempre nel mito e nei nostri cuori.

Fine della prima parte. Appuntamento alla prossima settimana per le altre vincitrici.

Pedate dei Caraibi – Storie di Mondiali, ricordando la partita più strana di sempre

In questo articolo ci spostiamo qua

In questo articolo ci spostiamo qua

La Confederations Cup che si è giocata in questi giorni ci ha ricordato due cose.

La prima riguarda la partecipazione della nazionale di Tahiti. 22 onesti e volenterosi dilettanti guidati da un solo professionista, Marama Vahirua, neanche di primo livello. La loro presenza è stata un momento di riscatto per tutto quel calcio che potremmo definire “altro“. Niente milioni di euro, niente businness, solo passione e calore. E chissene se poi si finisce per prendere 24 gol in 3 partite.

Il secondo promemoria è un po’ meno romantico. La Confederations Cup rimarrà negli annali anche per quello che è successo fuori dagli stadi. Le proteste del popolo brasiliano hanno fatto notizia, traendo giovamento dalla cassa di risonanza creata dal calcio. Ma i vertici di questo sport, soprattutto un certo settantenne svizzero dalle idee sempre un po’ confuse, se ne sono usciti con commenti infelici, ciechi e dimenticabili. Insomma, tutto ciò ci ha mostrato ancora di più come i dirigenti che controllano il pallone siano spesso inadeguati.

Marama Vahirua, l'unico professionista di Tahiti

Marama Vahirua, l’unico professionista di Tahiti

Questo lungo cappello sull’attualità ci serve da preambolo per una storia legata a questi due punti: il calcio sommerso e l’incopetenza dirigenziale.

Torniamo indietro di una ventina d’anni. Dove andiamo? Dai, per una volta un posto caldo e soleggiato. Vanno bene i Caraibi? Ottimo.

Il calcio da quelle parti non ha mai avuto grandissimo successo, anche perchè risente della concorrenza di altri sport più radicati (cricket o baseball) o molto più remunerativi per le caratteristiche degli indigeni (atletica leggera).

Nonostante questo a pallone si gioca. Il calcio caraibico, a livello mondiale, ha avuto quattro momenti di gloria, coincidenti con le partecipazioni delle nazionali della zona alla Coppa del Mondo.

L'uomo che ci mise paura nel 1974

L’uomo che ci mise paura nel 1974

Nel 1938 fu Cuba a rompere il ghiaccio. Fidel Castro e il socialismo sono una ventina d’anni dall’arrivare, Fulgencio Batista governa e la nazionale riesce a qualificarsi per il Mondiale. Oddio, riesce…in pratica nella loro zona si ritirano tutti per protesta contro la FIFA, colpevole di aver mandato a ramengo dopo tre edizioni il proposito si alternare la sede del torneo tra vecchio e nuovo continente. I cubani, mica scemi, non rinunciano e vanno.

Al primo turno c’è la Romania. Finisce 2-2 al 90′ e 3-3 dopo i supplementari. I rigori ancora non esistono e si rigioca quattro giorni dopo. Tra la sorpresa generale i caraibici vincono 2-1 in rimonta e passano ai quarti. Avversario la Svezia, ma finisce maluccio, 8-0 per gli scandinavi.

Per rivedere i Caraibi ai mondiali bisogna aspettare quasi 40 anni. Nel 1974, in Germania, è la volta di Haiti. Partecipazione celeberrima in Italia. Contro di loro giochiamo la famosa partita del gol di Sanon, che interrompe il record di imbattibilità di Zoff, e del vaffa in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi. Finisce 3-1 per gli azzurri e per qualche giorno si pensa che gli haitiani non siano poi così malvagi. Peccato che poi ne prendano 7 dalla Polonia e 4 dall’Argentina. Insomma il problema siamo noi e infatti andiamo subito a casa.

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Nel 1998 la Coppa del Mondo torna in Francia e tornano anche i Caraibi. A qualificarsi è la Giamaica. Contro Croazia e Argentina finisce male, ma all’ultima partita arriva la storica vittoria contro il Giappone.

L’ultimo caso è recente, nel 2006. In Germania arriva Trinidad e Tobago, guidata da quello che forse è il più forte caraibico di sempre, l’attaccante Dwight Yorke. Attaccante che per l’occasione arretra a centrocampo per dare un po’ più di costrutto alla manovra. All’esordio è un ottimo 0-0 contro la Svezia. Nella seconda partita si resiste per 83 minuti contro l’Inghilterra, per poi capitolare e di fatto uscire.

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Come vedete, il calcio caraibico ha sempre fatto un po’ di fatica ad imporsi nel mondo. Per le nazionali della zona, più che la Gold Cup, il torneo della CONCACAF dove comunque son sempre schiaffoni, il vero obiettivo è la Caribbean Cup, la Coppa dei Caraibi.

Si svolge proprio durante una partita di qualificazione a questo torneo il fatto di cui facevo cenno prima di questo nostro excursus.

È il 1993 e ci si gioca un posto per l’edizione dell’anno successivo. Nel Gruppo 1 sono inserite Porto Rico, Barbados e Grenada. Tre stati in cui il calcio non ha il primato. A Porto Rico domina da sempre il basket, mentre da Barbados sono usciti alcuni buoni velocisti (Obadele Thompson su tutti). E a Grenada? Beh, hanno il cricket. E una sciatrice. Sì, non avete letto male. Nel paese il monte più alto non raggiunge i 900 metri e la neve è un concetto abbastanza oscuro, ma a fine anni ’90, l’austriaca Elfi Eder, slalomista di buon livello, va in rotta con la sua federazione e decide di gareggiare con i colori caraibici. Purtroppo ha già sparato le cartucce migliori della carriera.

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno...

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno…

Torniamo al calcio. Nella prima sfida Porto Rico regola Barbados per 1-0. La partita successiva tra i portoricani e Grenada finisce 0-0. Si va ai supplementari. Ma come? Siamo nel girone, un punto a testa, no? No, perchè gli organizzatori hanno deciso che il pareggio pare brutto. Prima del 120′ comunque è Grenada a segnare il primo gol della partita. Gol che vale il…2-0! Sì, sempre colpa degli organizzatori. Il gol nei supplementari è un golden goal e vale doppio. Vi sembra una scemenza? Aspettate il resto della storia…

Passa solo la prima. Porto Rico è ormai fuori dai giochi. Barbados-Grenada è decisiva. Ai primi serve una vittoria con due gol di scarto, agli altri basta tutto il resto.

A dieci minuti dalla fine Barbados sembra farcela. Vince 2-0. All’83’ però arriva il gol di Grenada che rovina tutto. Serve un altro gol. Il 3-1, ovvio. O forse no? I barbadiani mettono in moto l’ingegno e intuiscono la mandrakata. Difficile segnare con così poco tempo a disposizione. Meglio andare ai supplementari e avere mezz’ora a disposizione per mettere a segno una rete che vale doppio. Ergo, all’87’ si fanno autogol di proposito.

L'autogol volontario di Barbados

L’autogol volontario di Barbados

I grenadini sono storditi dalla cosa. Poi ci arrivano. Qua ci vogliono coglionare. Capiscono che ora anche loro hanno bisogno di un gol. Uno qualsiasi, per loro o per gli altri basta che sia gol. Gli ultimi tre minuti sono puro teatro dell’assurdo. Da una parte una squadra che cerca di infilare il pallone in una qualsiasi delle porte, dall’altra una che le difende entrambe.

Hanno la meglio quest’ultimi perchè al novantesimo finisce 2-2. Ai supplementari, forse ancora in stato confusionale, Grenada cede e subisce il 3-2. Pardon, 4-2.

Barbados passa il turno e va a giocare la fase finale della Coppa dei Caraibi dove però esce fuori subito. Nel frattempo quella partita entra nel mito e diventa quasi una leggenda metropolitana. Tutto per una decisione discutibile dei dirigenti, di quelli che comandano.

Mi sento fregato. La persona che se n’è uscita con queste regole dovrebbe essere rinchiusa in manicomio“, dichiara nel post-partita James Clarkson, allenatore di Grenada.

E vagli a dare torto…

Viaggio a Southampton, tra calcio, santi, donne nude e attori porno

Il porto di Southampton

Il porto di Southampton

In questo blog abbiamo raccontato e racconteremo molte storie. Qualcuna commovente, altre edificanti, parecchie strane e curiose. Però ad un santo che diventa attore non ci siamo mai arrivati. Men che meno ad un santo che diventa attore porno…

Frenate un attimo e seguitemi. Si va, come spesso succede, lo ammetto, in Inghilterra. Londra? No, un pò più a sud. La nostra meta è Southampton, nell’Hampshire.

La città si trova in riva al mare, sul golfo del Solent, e ha di fronte la famosa Isola di Wight, quella resa celebre in Italia da una canzone dei Dik Dik che, alla fine della fiera, non era altro che una cover di una canzone inglese, come consuetudine dell’epoca.

Uno dei motivi per cui Southampton è conosciuta è il suo porto. Questo è stato ed è ancora un importante scalo per transatlantici. Fu da questi moli che nel 1912 il Titanic partì per il suo tragico viaggio verso il mito.

Un celebre sotonian

Un celebre sotonian

Da Southampton arrivano un paio di personaggi famosi, conosciuti anche in Italia. Il cantante R&B Craig David è originario della città, così come lo era il regista Ken Russell. Il mio indigeno preferito però è un altro: Alfred Hawthorn Hill. Vi dice niente? No? E se vi dicessi che era dai più conosciuto come Benny Hill e che aveva il vizio, televisivo s’intende, di finire sempre in strampalati inseguimenti?

Ma torniamo un attimo al motivo fondante di questo blog. Se molti di voi conoscono Southampton sono sicuro che sia per la sua squadra di calcio, il Southampton Football Club. Si tratta di una di quelle società inglesi che, pur avendo vinto poco niente nella loro storia, hanno una fortissima forza di attrazione nei confronti degli appasionati di calcio estranei al mondo anglosassone.

I motivi possono essere svariati. Nel nostro caso ha sicuramente aiutato lo stadio, il mitico The Dell, buco angusto e caratteristico, casa dei biancorossi dal 1898 al 2001. 103 anni in cui ha visto tre secoli ed è passato più o meno indenne da tante disavventure. Compreso un bombardamento nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 30 novembre del 1940 una bomba tedesca cadde in area di rigore provocando un cratere di 6 metri. Il Southampton fu costretto a giocare in altri stadi per il resto della stagione e in una occasione dovette addirittura cercare ospitalità a Fratton Park, casa dei rivali storici del Portsmouth. Uno smacco difficile da digerire…

The Dell in una veduta aerea

The Dell in una veduta aerea

Un altro motivo che ha contribuito ad aumentare l’appeal nei confronti del Southampton è stato uno dei suoi giocatori più rappresentativi, Matthew Le Tissier, uno degli ultimi eroi romantici del calcio. Le Tissier è nativo di Guernsey, una delle isole principali della Manica, famosa, prima di lui, per essere stata il luogo d’esilio di Victor Hugo tra il 1855 e il 1870. Fu nella sua casa della capitale St. Peter Port che lo scrittore francese portò a compimento la lunga stesura de I Miserabili.

A St. Peter Port Le Tissier nacque, ma fu a Southampton che divenne calciatore di conclamata fama. Rimase lì per più di 15 anni, giocandovi tutta la carriera, rifiutando ripetutamente le offerte che provenivano da squadre più blasonate, diventando una indiscussa e amata bandiera dall’alto dei suoi 209 gol in 540 presenze complessive. Giocando da centrocampista offensivo, mica da prima punta.

La leggenda Matthew Le Tissier

La leggenda Matthew Le Tissier

Uno dei record che lo hanno consacrato riguarda i calci di rigore. Su 48 massime punizioni battute in carriera, Le Tissier ne ha trasformate ben 47. Calcolatrice alla mano, una discreta percentuale di realizzazione.

In Inghilterra il Southampton è conosciuto anche per essere una sorta di Atalanta britannica per quanto riguarda la cura del settore giovanile. Dai campi dove si allenano le squadre dell’Academy sono passati giocatori come Alan Shearer, Mick Channon e, in tempi più recenti, Theo Walcott, Gareth Bale e Alex Oxlade-Chamberlain.

Come potete notare non tutti hanno seguito le orme di Le Tissier e la maggior parte di loro si è affermata nel calcio con addosso una divisa diversa dalla storica maglia biancorossa del Soton (espressione gergale per la squadra e la città, dal quale deriva anche l’aggettivo sotonian per indicare gli abitanti). Tra questi ce n’è uno che è addirittura riuscito a farsi un nome, non solo non indossando quella maglia, ma non indossando proprio nessuna maglia. E nemmeno i pantaloni. E nemmeno le mutande…

Un giovane Gareth Bale ai tempi del Southampton

Un giovane Gareth Bale ai tempi del Southampton

Danny Mountain è nato in Inghilterra il 18 luglio del 1984. Gli piaceva il calcio, ci sapeva fare col pallone e, all’età di 9 anni, riuscì ad entrare nel settore giovanile del Southampton. Il talento non gli mancava. A 12 anni Alan Ball e Geoff Hurst, due campioni del mondo con l’Inghilterra nel 1966, lo videro giocare e gli prospettarono un grande futuro. Alcune squadre di Londra fecero arrivare le loro offerte ma Danny, tifosissimo dei colori per cui giocava, non volle saperne di andar via.

I 16 anni sono un’età cruciale per un giovane calciatore, una sorta di crocevia, un bivio dove spesso si vede quale siano le reali potenzialità del ragazzo. Anche per Danny fu così, ma non come avrebbe sperato. Un tackle assassino gli distrusse un ginocchio e ogni possibilità di diventare un giocatore professionista. Fu costretto ad abbandonare il calcio.

Siccome di qualcosa bisogna pur vivere, finì a fare il carpentiere. Nonostante non fosse un mestiere da sogno, riusciva comunque ad avere un certo successo con le donne. È belloccio e fisicato. E ha doti molto apprezzate…Iniziò a frequentarsi con una ragazza molto bella, quella che noi chiameremmo “una ragazza da copertina”.

Un esempio di terza pagina inglese. Lo so, manca la parte più interessante...

Un esempio di terza pagina inglese. Lo so, manca la parte più interessante…

In Inghilterra usano un’altra espressione, ossia “ragazza da terza pagina” per l’abitudine dei tabloid, lanciata dal Sun a inizio anni ’70, di piazzare foto di femmine scarsamente vestite in quella sezione del giornale. È curioso notare come anche in Italia, tempo fa, avessimo pensato di inserire qualcosa di particolare in terza pagina. Ma da noi si trattava della pagina della cultura, da loro è quella delle donnine nude. Lungi da me sbilanciarmi su quale nazione abbia fatto la scelta migliore…

Torniamo a Danny e alla ragazza molto attraente. Lo era tanto da fare la modella. Il suo agente le propose di provare a fare un provino per un film porno. Lei non era molto per la quale, ma alla fine andò, accompagnata dal nostro. Come succede sempre in questi casi, alla fine venne preso lui e di lei si son perse le tracce.

Danny entrò così nell’industria pornografica e ben presto si trasferì negli Stati Uniti, che in un certo senso stanno al porno come l’Inghilterra sta al calcio. Ha lavorato per tutte le grandi case di produzioni a stelle e strisce: Elegant Angel, Wicked Pictures, Digital Playground, Penthouse, New Sensations, Brazzers e molte altre (non chiedetemi perchè le conosco…). Il tutto non usando mai un nome d’arte, circostanza che nel settore è probabile e ricorrente come quella di trovare una persona sobria in un pub di Dublino il 17 marzo…

Danny Mountain, in versione giovane calciatore e in versione attuale

Danny Mountain, in versione giovane calciatore e in versione attuale

Al giorno d’oggi, Danny Mountain è uno dei più apprezzati performer maschili dell’industria a luci rosse, sia dagli spettatori, che dagli addetti ai lavori. Di sicuro sembrano apprezzarlo molto le sue colleghe…

Bene, starete pensando, ma il santo dell’inizio dell’articolo? Presto detto. Il Southampton è nato sotto l’egidia di una associazione ricreativa ecclesiastica, la St. Mary Church Young Men’s Association. Per questo motivo i suoi calciatori vengono soprannominati Saints, i santi.

Anche Danny Mountain era un santo. Un santo diventato pornoattore.

Gli impresentabili – Treviso a cattivo gioco

Bepi da Preganziol

Bepi da Preganziol

La Serie A all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Quasi tutti i tifosi sono concordi nel ritenere che i successi più belli siano quelli non pronosticati, arrivati a sorpresa. Per dirla schietta: secondo voi hanno goduto di più i tifosi greci per l’Europeo del 2004 o quelli spagnoli per l’edizione del 2012? Chiaro, no?

A volte però l’effetto sorpresa può trasformarsi nel più doloroso dei boomerang. Ne sanno qualcosa a Treviso…

L’anno di grazia è il 2005. Il Treviso è in Serie B e gioca un onorevole campionato. L’inizio è difficile. Sotto la guida di coach Giancarlo D’Astoli i biancoazzurri fanno fatica e conquistano solo 5 punti in 9 partite. Scontato l’esonero. A subentrare è Giuseppe Pillon, per tutti Bepi. Segni particolari: baffo d’assalto. È un personaggio conosciuto sulle rive del Sile. È nato a Preganziol, a pochi kilometri dalla città, e ha già giocato e allenato all’Omobono Tenni.

Con lui la squadra si riprende e si toglie parecchie soddisfazioni. A fine anno la classifica vede nell’ordine: Genoa, Empoli, Torino, Perugia, Treviso e Ascoli. Le prime due vanno dirette in A, le altre si giocano i playoff.

Un 11 di quella stagione

Un 11 di quella stagione

Nella Marca, visto come si erano messe le cose, son già contenti così e nessuno si dispera troppo quando il Perugia li batte sia all’andata che al ritorno. Gli umbri vanno in finale contro il Torino, ma hanno la peggio dopo un soffertissimo doppio scontro.

Bene, promosse sono quindi Genoa, Empoli e Torino. Ehm…non proprio. Poco dopo la fine del campionato scoppia la bomba. Alcune indagini portano alla luce un tentativo di addomesticamento dell’ultima partita di campionato del Genoa contro il Venezia. I grifoni vengono retrocessi all’ultimo posto e finiscono in C1.

Va bene, ok, nessun problema. Le promosse sono Empoli, Torino e Perugia, ripescato dopo la finale persa. Ehm…non ancora. Sia i piemontesi che gli umbri si trovano in condizioni economiche disastrose e falliscono. Ergo, diventa automatico il ripescaggio per Ascoli e Treviso.

Lo sloveno di belle speranze

Lo sloveno di belle speranze

Peccato che tra un ricorso e l’altro l’ufficialità della cosa arrivi solo il 16 agosto, a neanche due settimane dall’inizio del campionato. Il presidente Ettore Setten e i dirigenti devono fare autentiche acrobazie di mercato per allestire una squadra all’altezza. Sulla carta i giocatori buoni arrivano. Tra gli altri ci sono i gemelli Filippini, Pinga, Andrea Dossena, Dino Fava e un giovane portiere sloveno di belle speranze, tale Samir Handanovic.

Tutto molto bello, ma la coesione di gruppo, in soli 10 giorni, è dura da trovare per il tecnico Ezio Rossi. Ezio Rossi? E il Bepi da Preganziol? Si è trasferito ad ovest, sulla panchina del Chievo. E verrà molto rimpianto.

Arriva il fatidico giorno. La prima giornata è in trasferta. Non una trasferta banale, ma a San Siro, contro l’Inter. Al centro dell’attacco dei nerazzurri c’è il brasiliano Adriano, ancora Imperatore con la I maiuscola e quel giorno, sfiga!, più in forma del solito. Ne fa 3 e tutto il Treviso, in particolare lo sloveno di belle speranze che sta in porta, passa una giornataccia.

In città comunque si respira entusiasmo e soddisfazione. I media sembrano di colpo accorgersi della Marca e del suo movimento sportivo. Treviso viene proclamata la capitale italiana dello sport, essendo all’epoca l’unica città a vantare una compagine nelle massime serie dei quattro sport di squadra più popolari in Italia, ossia calcio, basket, volley e rugby.

L'Omobono Tenni

L’Omobono Tenni

E poi, vabbè, l’inizio è stato duro, ma c’è tempo per riprendersi e si può puntare forte sul fattore campo. Ehm…sì, ma anche no. Il Tenni è un catino da 7.000 e rotti posti, situato poco fuori le mura della città. Non bellissimo, a dir la verità, ma raccolto, caldo, appassionato. Ma per la Lega Calcio non è a norma. Tocca traslocare, almeno per il tempo necessario a metterlo in ordine.

Si finisce a Padova che non è come per il Pisa andare a giocare a Livorno, ma non è neanche essere ospiti a casa di amici. L’esilio dura fino al 23 ottobre.

Le cose sul campo, quale esso sia, vanno maluccio. Le prime 5 partite sono tutte sconfitte. Qualche pareggio che fa morale, poi alla nona giornata arriva la prima storica vittoria in Serie A, 2 a 1 alla Reggina in trasferta. Autori dei gol, Francesco Parravicini e Gigi Beghetto, storico capitano ricordato ancora con affetto dai tifosi.

Si pensa alla riscossa, ma la squadra arranca ancora. Ezio Rossi viene silurato e la dirigenza riprova la carta dell’enfant du pays, che tanto bene aveva funzionato l’anno prima, chiamando il trevigiano Alberto Cavasin. Il nuovo tecnico coglie 5 punti nelle prime 5 partite, grazie anche alla seconda vittoria stagionale, 2 a 1 contro il Lecce. Poi però è di nuovo pianto e stridore di denti.

L'idolo Gigi Beghetto

L’idolo Gigi Beghetto

A gennaio si tenta il colpo di coda sul mercato. L’acquisto principale è Walter Baseggio, centrocampista belga di padre trevigiano, bandiera dell’Anderlecht e con buona esperienza internazionale. Arrivano anche giocatori del calibro di Christian Maggio e Marco Borriello. Solo che sono qualche anno distanti dai loro periodi migliori.

Dopo la 26esima giornata salta anche Cavasin e a sostituirlo arriva Diego Bortoluzzi. Anche lui della Marca, di Vittorio Veneto. Non si sa mai…

Il 2 aprile arriva uno dei momenti più alti della stagione. In un Tenni gremito, il Treviso strappa con orgoglio un punto alla fortissima Juventus di Capello, bloccandola sullo 0 a 0. Una settimana dopo però arriva un’altra sconfitta. Al San Filippo di Messina finisce 3 a 1 per i padroni di casa. È il risultato che certifica, con 5 giornate d’anticipo, la retrocessione in Serie B dopo una sola stagione.

Le ultime partite sono semplice accademia, ma all’ultimissima giornata arriva l’ormai inutile terza vittoria, contro l’Udinese, anche questa per 2 a 1.

Alla fine è ultimo posto con 21 punti conquistati, frutto di 3 vittorie, 12 pareggi e ben 23 sconfitte. Le reti fatte sono 24 (il peggiore attacco del campionato), quelle subite 56 (risultato neanche tanto brutto, visto che ben sei squadre fanno peggio).

Bene, quindi le retrocesse sono Treviso, Lecce e Messina.

C'era anche Reginaldo quell'anno a Treviso

C’era anche Reginaldo quell’anno a Treviso

Ehm, forse…l’8 maggio 2006 scoppia Calciopoli. In un primo momento la giustizia sportiva manda in Serie B Juventus, Lazio e Fiorentina, salvando quindi le tre retrocesse.

Ci risiamo, pensa qualcuno.

Poi però i verdetti vengono mitigati e ad andare in B è solo la Juve. Rimane in A solo il Messina.

Il Treviso deve retrocedere sul serio.

Visto i precedenti, forse è meglio così.

 

 

Gli impresentabili – L’impero colpisce Ancona

Con questo articolo inauguro una serie di ritratti di squadre particolari. Detta senza troppi giri di parole, si parlerà di compagini che sono andate male, hanno fatto fatica, hanno fatto disperare i loro tifosi e, in fondo, ci hanno fatto tanto ridere. Loro malgrado. Si inizia con un must assoluto: l’Ancona del 2003-2004.

La rosa di quella squadra

La rosa di quella squadra

Ad Ancona la Serie A l’aspettavano da tempo. L’avevano assaggiata solo una volta. Stagione 1992-1993, Vincenzo Guerini allenatore, Sergio Zarate (fratello del Mauro laziale e tra i bidoni storici del calcio italiano) in attacco e retrocessione immediata.

Nella città dorica devono attendere più di dieci anni per poterne assaporare ancora una volta il gusto. La figura chiave è quella di Ermanno Pieroni. Già dirigente di Messina e Perugia, gran scopritore di talenti, figura controversa. Quanto meno per quei magistrati che lo hanno indagato per raffinatezze come falso, truffa, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta.

Il presidente

Il presidente

Ma i tribunali, le toghe e le inchieste appartengono ad un periodo successivo che non ci interessa. Torniamo indietro. Nel 2002 il nostro diventa presidente dell’Ancona. I programmi sono ambiziosi e, alla fine della stagione 2002-2003, arriva la promozione in Serie A con Gigi Simoni timoniere dalla panchina.

Il tecnico però a fine anno non viene riconfermato. Bene, ora immaginatevi il momento. Squadra che torna in A dopo anni, periodo di grande attesa, l’artefice principale se ne è andato e bisogna trovare un sostituto. Insomma, scegliere il nome giusto deve essere una priorità, un buon viatico per un campionato di livello.

Pieroni lo sa e pare aver scelto: Carletto Mazzone. Beh caspita, il Sor Magara, tecnico esperto, abituato a lavorare in provincia, un decano di sicuro affidamento. Tutti contenti? Sì, ma anche no, perchè nelle Marche il nome di Mazzone fa rima con Ascoli (9 anni da giocatore e più di dieci da allenatore dei bianconeri). Mettere un simbolo dell’Ascoli sulla panchina dell’Ancona? Brutta idea…

Leonardo Menichini. L'allenatore. Il primo...

Leonardo Menichini. L’allenatore. Il primo…

In città, tra i tifosi, scoppia il finimondo. A Mazzone pare vengano recapitate persino delle minacce di morte. Il clima si fa pesantuccio e il tecnico romano alla fine preferisce defilarsi. Chi lo sostituisce? Leonardo Menichini, suo vice storico e con addosso molta meno puzza di bianconero.

Superato questo patema e costruita la squadra con qualche nome importante si parte. Per cominciare sono un punto nelle prime 5 partite con 2 gol fatti e 12 subiti. Menichini in bilico? Eh sì, anzi proprio buttato giù dalla panca. Lo sostituisce Nedo Sonetti, l’uomo di Piombino, esperto in situazioni disperate. Appunto, non in miracoli. Coglie altri 4 pareggi in 13 gare e viene mandato a casa anche lui.

Arriva Giovanni Galeone, altro vecchio bucaniere delle panchine italiane. Risultati? Pochini. Vittorie? Fino alla 29esima giornata non se ne parla neanche. In pieno aprile, è il Bologna a cadere per la prima volta sotto i colpi dorici. Ironia della sorte, chi siede sulla panchina rossoblu? Carlo Mazzone…

Almeno lo stadio era bello, dai...

Almeno lo stadio era bello, dai…

A quel punto però i buoi sono già scappati dal recinto da un bel pezzo. La retrocessione è ormai una certezza e a niente serve una secondo vittoria, alla penultima giornata, contro l’Empoli. A fine anno la classifica vede l’Ancona ultimo, ça va sans dire, con 13 punti, 2 vittorie, 7 pareggi e 25 sconfitte. I gol fatti sono 21 (peggiore attacco), quelli subiti 70 (non dovreste neanche domandare a questo punto…). 17 sono i punti di distacco dalla penultima, 21 quelli dalla salvezza. Benissimo, insomma…

Ma era davvero così scarsa quella squadra? Innanzitutto specifichiamo una cosa. Parlare di squadra, al singolare, è riduttivo perchè a gennaio, visti i risultati non proprio soddisfacenti, Pieroni ha pensato bene di rivoluzionare tutto, stravolgendo l’organico. A fine anno i giocatori scesi in campo almeno una volta superano senza problemi le 40 unità.

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Andiamo a vedere i reparti.

In porta gioca nella prima parte Alessio Scarpi e nella seconda Sergio Marcon. Sarebbe ingiusto dire che fossero inadeguati, sicuramente tra i meno colpevoli. Nel caos riesce a racimolare 3 presenze anche lo svedese Magnus Hedman, portiere titolare della nazionale svedese, che però viene ricordato dai più solo per Magdalena Graaf, la bellissima moglie.

In difesa si alternano onesti giocatori, ma si tratta per lo più di gente un pò troppo in là con gli anni o che ha già dato quello che poteva dare. In più una serie di mestieranti, tipo il brasiliano Fabio Bilica e il serbo Drazen Bolic. Niente di serio. Da segnalare la meteora Bruce Dombolo Pungu, francese di colore con nome da cartone animato e una leggenda che lo vuole affiliato al clan dei marsigliesi.

A centrocampo abbiamo Helguera, Jorgensen e Baggio. Peccato che non siano Ivan, Martin e Roberto, ma i parenti o omonimi Luis, Mads e Dino (a suo tempo grande centrocampista, ma per l’occasione ad uno degli ultimi e poco convincenti giri della sua carriera).

Jardel durante la presentazione

Jardel durante la presentazione

Tra i centrocampisti è passato alla storia Pietro Parente. Vi anticipo subito la domanda: non per meriti sportivi, bensì per uno spavento. Uno spavento? Sì. La partita è Ancona-Lazio. Ad un certo punto Jaap Stam, colosso olandese con il quale nessuno litigherebbe neanche per un parcheggio, entra in scivolata su Parente. Il nostro lo evita e d’istinto reagisce con una pedata. Stam la prende bene il giusto. Si rialza, prende il dorico per il collo e gli spiega a modo suo un paio di cose. La faccia impietrita di Parente durante quei cinque interminabili secondi è diventata un cult in rete.

L’attacco presenta i nomi più caldi di tutta la rosa. Durante la stagione si alternano alcuni degli avanti più rappresentativi degli anni ’90: Maurizio “El segna semper lu” Ganz, Dario “Tatanka” Hubner, Pasquale “il toro di Sora” Luiso e Paolino “sì, proprio quello delle figurine delle chewing-gum” Poggi. Tutto molto bello se fosse il 1998. Nel 2004 un attimo meno.

Il reparto è completato da Milan Rapaic (croato, talentuoso, tra i meno peggio, ma discontinuo e lunatico come pochi) Christian Bucchi, Salvatore Bruno, Corrado Grabbi (buoni, ma forse più adatti alla B) e da un giovane promettente in prestito dall’Inter, tale Goran Pandev.

A gennaio, Pieroni tenta la mandrakata vera. Vuole il nome di grido. Compra Mario Jardel, attaccante brasiliano. Non uno qualsiasi. Due volte Scarpa d’Oro, per anni ha timbrato con una regolarità impressionante le reti portoghesi e turche con le maglie di Porto, Sporting e Galatasaray. Per queste tre squadre scende in campo 274 volte segnando 266 gol.

Jardel dopo la presentazione

Jardel dopo la presentazione

Un fenomeno che nei giorni migliori era accostato un giorno sì e l’altro pure alle grandi. Appunto, alle grandi. Che ci fa un tipo del genere ad Ancona? Rimpiange il tempo che fu, in pratica. Arriva nelle Marche che è nel pieno dei suoi problemi con la cocaina che gli rovinano la carriera. È depresso e visibilmente sovrappeso, tanto che per i tifosi diventa Lardel.

All’arrivo in Italia sfodera parole ambiziose.«Questa volta l’Italia l’ho presa e non la perdo più», «Lasciatemi fare gol, salvare l’Ancona, e allora qualcuno arriverà a richiedermi. Io ci credo ancora a una grande italiana», «Ho qualche chilo da smaltire, ma presto vedrete il vero Jardel».

Dura 3 partite, una più imbarazzante dell’altra. Non arriva a giugno. L’Ancona sì. Ma sarebbe stato meglio neanche cominciare.

 

Il ritorno dei Butei – L’Hellas oltre le beffe, ricordando una partita storica

L'uzbeko

L’uzbeko

Il campionato di Serie B sta giungendo al termine. Se tutto va come dovrebbe andare, le tre promosse saranno Sassuolo, Livorno e Hellas Verona.

Per gli emiliani sarebbe un momento storico, la prima volta in Serie A. Sarebbe un evento anche per la classe regina stessa. Nella storia della nostra prima divisione, solo il Casale è stato espressione di un centro più piccolo. E già che c’era ha vinto anche uno scudetto.

Il Livorno tornerebbe tra le grandi dopo 3 stagioni di patimenti. Bravi tutti ad evitare che la squadra cadesse in un lungo oblio, come spesso è capitato a tante realtà che sono retrocesse dopo belle annate in Serie A. Insomma, c’è vita oltre Cristiano Lucarelli.

La storia recente più travagliata è però quella dell’Hellas Verona. Negli ultimi 12 anni, per i tifosi gialloblu l’espressione “se tutto va come dovrebbe andare” è suonata spesso come una presa in giro.

La lista delle beffe è lunga. Nel 2004-2005 l’Hellas arriva settimo in Serie B. Quell’anno Torino, Genoa e Perugia, tra fallimenti e valigette piene di soldi offerte per addomesticare partite, si giocano in vario modo la possibilità di usufruire delle promozioni conquistate sul campo. I ripescaggi premiano Treviso ed Ascoli. Che era arrivato sesto con solo un punto in più del Verona.

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca...

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca…

Nel 2006-2007 la squadra va male. A fine stagione è diciottesima a pari merito con la Triestina. Gli alabardati hanno una differenza reti migliore e sono salvi. I gialloblu sono costretti al play-out con lo Spezia. Pronostici tutti per loro, ma in Liguria si perde 2-1 e al Bentegodi non si va oltre lo 0-0. In quella partita, l’attaccante Aniello Cutolo sbaglia una facile rete che avrebbe significato la salvezza. Ancora oggi, per i tifosi gialloblu il suo nome è l’equivalente di quello Margaret Thatcher per i minatori inglesi.

L’anno dopo, in C1, si parte con l’obiettivo di essere la Juventus della categoria e di cogliere subito la promozione. Si parte col record di abbonamenti e l’entusiasmo a mille. Finisce in psicodramma. La squadra va malissimo da subito e per tutto l’anno non si schioda dall’ultimo posto. È un valzer di allenatori. Inizia Franco Colomba, prosegue Maurizio Sarri, conclude Davide Pellegrini. Con quest’ultimo nel finale di stagione si ha una reazione d’orgoglio. All’ultima giornata si va a Manfredonia contro la squadra locale. Scontro direttissimo. I pugliesi sono ultimi e hanno bisogno di vincere con due gol di scarto per evitare la retrocessione diretta. E vincono, ma solo 2-1 e al 92′. Il gol del Verona, fondamentale, lo segna l’uzbeko Ilyas Zeytulaev, discontinuo centrocampista mezzo calvo, già del vivaio della Juventus.

Ai play-out contro la Pro Patria è ancora terrore. All’andata, vittoria per 1-0. Al ritorno, a pochi minuti dalla fine, il risultato è lo stesso, ma a favore dei tigrotti di Busto Arsizio che, in virtù della migliore posizione di classifica in stagione regolare, sarebbero salvi. Ultimo minuto. Il portiere Rafael rinvia. Un difensore spizza, un giocatore dell’Hellas intercetta, entra in area e scarica in porta. Gol, pareggio, salvezza, goti par tuti. Il marcatore? Sempre lui, sempre l’uzbeko. Da quel giorno un eroe mai dimenticato.

Nel 2009-2010 la società fa sul serio. Promozione come obiettivo dichiarato e squadra costruita per la vittoria. Il campionato è di vertice e ad un certo punto l’Hellas è prima con 8 punti di vantaggio sulla seconda. Poi, all’improvviso, il crollo. Nelle ultime 11 partite colleziona solo 11 punti e viene raggiunta dalle inseguitrici Pescara e Portogruaro. Ironia della sorte, l’ultima giornata è contro i veneziani al Bentegodi. Basterebbe una vittoria per cogliere comunque la promozione diretta e dimenticare gli ultimi mesi di sofferenza. Vince il Portogruaro 1-0. Shock. La squadra non c’è più con la testa e ai play-off va fuori contro il Pescara.

La speranza odierna, Daniele Cacia

La speranza odierna, Daniele Cacia

L’ultima beffa è dell’anno scorso. L’Hellas è neopromosso in Serie B e fa un campionato sorprendente, stando sempre nei piani alti della classifica. Purtroppo Torino e Pescara sono troppo forti, ma i play-off vengono conquistati con facilità. Di fronte c’è il Varese. All’andata, in Lombardia, va subito male, 2-0. Il ritorno finisce invece 1-1 con molte recriminazioni per un aribitraggio impreciso.

Bene, io ora immagino già il commento di qualche ipotetico tifoso gialloblu che stia leggendo: “sì ma, (bestemmia che ometto per decenza, ma che comunque fa rima con Sandokan), sto mona se ga desmentegà la pì bruta de tute“. Calmi, ci arriviamo. Passo indietro.

18 novembre 2001. Si gioca il primo, storico, derby di Verona in Serie A tra Chievo e Hellas. Oddio, derby di Verona…per i tifosi dell’Hellas è in pratica la partita tra LA squadra della città e un branco di parvenu che rappresentano giusto un sobborgo famoso per la diga sull’Adige e perchè ci è morto Umberto Boccioni cadendo da cavallo. Sì, esatto, il futurista. Visto che aveva ragione a preferire le automobili?

Formazioni di quella sera. Chievo: Lupatelli, Foglio, D’Anna, Legrottaglie, Lanna; Manfredini, Corini, Perrotta, Eriberto; Corradi, Marazzina. In panca Gigi Del Neri. Hellas: Ferron, Paolo Cannavaro, Gonnella, Oddo, Seric, Zanchi; Camoranesi, Leonardo Colucci, Italiano; Mutu, Frick. Allenatore Alberto Malesani. A disposizione, tra gli altri, Gilardino, Andrea Dossena, Salvetti e Cassetti.

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone...

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone…

Quel Chievo era il Chievo dei miracoli. Inutile parlarne ancora. Ma quell’Hellas, a suo modo, non era meno prodigioso. Chi aveva messo assieme quei giocatori aveva fatto un gran lavoro, ma forse aveva sbagliato i tempi. Qualche anno dopo, con quella squadra, forse si sarebbe anche potuto lottare per un posto in Champions League. E forse all’Europa qualcuno aveva inziato a pensarci anche quell’anno, anche quella sera.

Minuto 30′. Corini lancia sulla destra. Eriberto, non ancora Luciano, tocca al volo e insacca. Passano sette minuti, sempre Eriberto. Il brasiliano crossa, Seric tocca col braccio. Rigore. Gol di Corini. 2-0.

Ecco, qua cambia tutto.

Reazione immediata. Al 40′ Mutu scatta e si lascia tutti dietro. Lupatelli lo stende. Altro rigore. Oddo trasforma e accorcia. Secondo tempo. Dopo 25 minuti si smuove ancora il punteggio. Salvatore Lanna anticipa l’ancora argentino Mauro German Camoranesi e insacca di precisione all’angolino. Piccolo dettaglio: nella sua porta. È 2-2 e l’inerzia della partita ora è tutta per l’Hellas.

Minuto 73′. Azione sulla sinistra, Salvetti alza la testa e mette al centro. La difesa del Chievo è immobile. Camoranesi no. Tocco in anticipo su Lupatelli e gol del 3-2. Che è anche il risultato finale. Il post-gara passa alla storia. Malesani al triplice fischio corre sotto la curva sud nel tripudio generale. Si fa prendere talmente tanto dall’entusiasmo che, sotto la pioggia, si spoglia e lancia il giaccone ai tifosi. Dimenticandosi delle chiavi di casa che stanno nelle tasche.

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente...

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente…

Insomma un’impresa prodigiosa, quella sera. Ma anche nel resto della stagione. Alla fine del girone d’andata l’Hellas è quasi in zona UEFA. Nel ritorno crolla, fa solo 14 punti totali e perde le ultime 3 partite, tra cui quella decisiva, all’ultima giornata, contro il Piacenza. Il Verona, con una squadra con 3 futuri campioni del mondo e un manipolo di ottimi giocatori, retrocede.

Non tornerà mai più in Serie A. Ma il prossimo anno ci sarà. Se tutto va come dovrebbe andare, ovvio.

La Crazy Gang di Wimbledon – La storia dei matti che rovesciarono l’Inghilterra

La nostra fermata...

La nostra fermata…

Nello sport, quando si sente parlare di Wimbledon, i primi concetti che vengono in mente sono quelli della tradizione, del rispetto, dell’eleganza, delle fragole con panna.

Se parliamo solo di calcio, la situazione è un pò differente. A Wimbledon, tranquillo sobborgo della periferia sud-occidentale di Londra, ha avuto sede una delle squadre più particolari della storia. Una squadra che forse i concetti di tradizione, rispetto ed eleganza non avrebbe saputo trovarli nemmeno sul dizionario. Sulle fragole con panna mi lascio il beneficio del dubbio.

Andiamo per gradi. Il Wimbledon Football Club nasce nel 1889 a opera di un gruppo di studenti. Per decenni la sua dimensione è quella delle serie dilettantische, dove si distingue come una delle migliori squadre di tutta l’Inghilterra. Nel 1964 avviene il primo passo verso il professionismo. La squadra va bene, coglie qualche promozione e nel 1986 riesce ad arrivare in massima serie.

Dave Bassett, la "mente" tattica della Crazy Gang

Dave Bassett, la “mente” tattica della Crazy Gang

In questa salita dai bassifondi alla cima del calcio inglese bisogna citare due nomi. Il primo è Dave Bassett, l’allenatore della squadra dal 1981 al 1987. La sua idea di calcio è semplice: corsa, determinazione, grinta ai limiti della cattiveria e ancora corsa. Il centrocampo è formato da mastini pronti a mordere. I piedi buoni non servono. Il gioco parte sempre da lanci lunghi della difesa a cercare il centravanti. Poi si spera in un’invenzione, un rimpallo, una sponda. Se va male entrano in azione i mastini di cui prima che, potendo scegliere, passano sempre alle cattive senza mai farsi venire voglia di provare le buone. Chiunque sia l’avversario, l’approccio è sempre quello, rozzo e rustico. Gary Lineker, storico bomber della nazionale inglese, arriva a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo».

La squadra non attira molte simpatie e a questo contribuisce anche la maniera molto poco british con cui i giocatori interpretano la partita. Si va dalle intimidazioni, verbali e non, agli insulti urlati in faccia agli avversari nel tunnel d’ingresso al campo. Se poi si gioca in casa è pronto un cerimoniale di benvenuto che comprende bagni dello spogliatoio ospite intasati e senza carta igienica, zucchero scambiato col sale e radio portata al massimo volume.

Dei burloni insomma. I nostri sono così avezzi allo scherzo più o meno di cattivo gusto anche perchè si allenano tra di loro in modo costante. Qua entra in gioco il secondo nome a cui mi riferivo prima, quello di Wally Downes. Centrocampista, prodotto delle giovanili, grandissimo mattacchione. Gli storici sono concordi nel dire che l’allegro spirito che pervade la squadra abbia in lui il suo padre putativo. Per anni nello spogliatoio si può assistere a una serie di tagliuzzamenti di vestiti e di incendi a borse e effetti personali vari, soprattutto dei nuovi arrivati.

Ora, se quel Wimbledon fosse solo un’accozzaglia di rozzi giocherelloni forse non saremo qua a parlarne. Se quella squadra è nella storia è perchè ha vinto. In modo inaspettato.

Bisogna partire dall’estate del 1987. In quei mesi Bassett lascia la panchina e viene sostituito da Bobby Gould. Il nuovo allenatore si guarda bene dal rivoluzionare lo stile di gioco e continua a riproporre la ricetta del predecessore. In campionato le cose vanno abbastanza bene. A fine stagione si chiude al settimo posto. Posizione onorevole.

Lurch

Lurch

La gloria arriva da un’altra parte. È la F.A. Cup la grande occasione. In successione vengono eliminate West Bromwich Albion, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton Town. La finalissima si gioca, come sempre, nel vecchio Wembley, il 14 maggio del 1988. L’avversario è di un certo pregio. È il Liverpool che, per blasone, tradizione e reali mezzi tecnici (quell’anno i Reds vincono senza problemi il campionato), non può non essere il favorito.

Da una parte una squadra di campioni riconosciuti. Dall’altra? Andiamo a vederne qualcuno…

In porta, Dave Beasant, detto Lurch per la sua somiglianza con il maggiordomo della famiglia Addams. Gioca la finale con un improbabile maglione giallo e passa alla storia come il primo portiere a parare un rigore in una finale di F.A. Cup. Un mostro di longevità: gioca fino a 43 anni ed è l’ultimo giocatore nato negli anni ’50 a venire ancora compreso nella rosa di una squadra professionistica inglese (il Fulham, nella stagione 2003-2004).

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia...

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia…

Al centro della difesa, il Ninja. Eric Young è forte fisicamente, possiede un buon carisma e forma una coppia molto affiatata con l’altro centrale Andy Thorn. Ma la cosa per cui spicca è la fascia marrone che porta sempre in testa. Immagino molto utile da un punto di vista pratico, perchè trovare benefici estetici è dura. Young si segnala anche per essere un nazionale gallese…per scelta. Nato a Singapore, le regole dell’epoca gli consentono di poter rappresentare qualsiasi delle selezioni britanniche. E lui sceglie il Galles, pur non avendo nessun legame familiare con quel posto.

In avanti, nel ruolo di centravanti, troviamo John Fashanu. Colosso d’ebano di padre nigeriano e madre della Guyana, sarebbe quello che dovrebbe fare i gol. E li fa. Solo che ci mette anche parecchie mazzate ai difensori come carico. Fuori dal campo è uno dei più distaccati ed eleganti, al punto da arrivare agli allenamenti in abito gessato e con l’autista. Diviene un personaggio anche in Italia. A Mai dire Gol trova un fan in Peo Pericoli, storico personaggio di Teo Teocoli, che lo soprannomina “la personcina”. A fine carriera si butta in TV. Diventa presentatore e partecipa a dei reality. Nel 2003 è protagonista di un programma dove viene seguita una squadra di amatori da lui allenata. Un Ciccio Graziani nero, in pratica.

Passiamo al centrocampo. Anche qua dei bei tipi. Sulla sinistra Denis Wise. Forse il più talentuoso dei suoi, ma nemmeno lui grande amante del galateo. Tra gli highlights della sua carriera troviamo un morso a Marcelino Elena del Maiorca in una partita di Coppa delle Coppe (quando è già al Chelsea), la rottura della mascella di un suo compagno durante un ritiro con il Leicester e una condanna a tre mesi di prigione (poi annullati in appello) per aver aggredito un tassista. Per un contorno, una lunga serie di giornate di squalifica per delicatezze varie e un rapporto con gli arbitri che fa sempre un pò fatica a decollare. Alex Ferguson dice di lui: «potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota».

Al centro il primo nome è quello di Lawrie Sanchez. Figlio di padre ecuadoregno e madre dell’Irlanda del Nord, potrebbe giocare per entrambe le nazionali, ma sceglie i britannici perchè sono più vicini. Si ritiene che nel 1982 sia stato uno dei primi giocatori al mondo ad essere stato espulso per aver deliberatamente evitato un gol con una mano.

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

Questa carrellata non può non finire con l’altro centrale di centrocampo, l’epitome perfetto dello spirito di quel Wimbledon: Vincent Peter Jones, per tutti solo Vinnie. Gallese, un uomo che ha fatto della rappresentazione maschia della vita e di se stesso una missione. Tra i mastini di centrocampo di cui parlavamo prima, lui è il più mastino di tutti. Subisce 12 espulsioni in carriera, una delle quali entra nella storia come la più veloce di tutti i tempi. In una partita tra Chelsea, dove si trasferisce nel 1991, e Sheffield United ci mette solo 3 secondi a stendere Dane Whitehouse ed essere mandato fuori.

Non sa cosa sia la lesa maestà, anzi ne trae divertimento. Durante la prima tasferta del Wimbledon a Liverpool passa, come tutti, sotto il cartello che domina la scalinata d’accesso al campo. “This is Anfield”, questo è Anfield. Serve ad intimorire gli avversari, a scoraggiarli. Lui per tutta risposta ci attacca sopra un foglio con scritto “bothered”. Più o meno traducibile con “e chissene”. Nel 1987 diviene immortale un tentativo di provocazione ai danni di Paul Gascoigne. Durante una partita contro il Newcastle lo bracca per tutto il campo e ad un certo punto ricorre all’ultima ratio. Allunga una mano e gli strizza i testicoli. La foto di quel momento rimane un’icona del periodo.

La sua fama di duro cresce sempre di più e decide di sfruttarla. Nel 1992 presenta “Soccer’s Hard Men”, un video che contiene alcuni dei suoi più duri contrasti di gioco, più quelli di altri gentiluomini del calcio e una serie di consigli per diventare come loro. Le reazioni sono veementi. La Football Association gli appioppa una multa di 20.000 sterline e una squalifica di sei mesi, posta a sospensione condizionale per tre anni, per aver disonorato il calcio. Arrivano critiche da tutte le parti, dai tifosi, dai colleghi e persino dal suo stesso presidente che lo definisce un «cervello da zanzara». Fuori dal campo le cose vanno un filo meglio. Per la cronaca, qualche denuncia per aggressione, tra cui una per aver preso a schiaffi un passeggero e aver minacciato di morte l’equipaggio di un aereo su cui sta viaggiando. Ubriaco.

In breve, un vero personaggio da action movie. E tale diventa. Nel 1998 esordisce come attore nel film “Lock & Stock” di Guy Richie, regista che in effetti con facce come la sua ci campa da una vita. Nel corso degli anni partecipa a più di una trentina di pellicole, sbarcando anche ad Hollywood dove diventa un apprezzato caratterista. Il film più famoso dove recita è “X-Men – Conflitto Finale”. Interpreta Juggernaut, un gigante nerboruto che mena e spacca. Perfetto.

Bene, ora sapete chi ha in campo il Wimbledon quel 14 maggio del 1988. Risultato finale? Provate a indovinare…

Il Liverpool gioca bene, ma non riesce a sfondare. Al minuto 36 l’arbitro assegna un calcio di punizione laterale per il Wimbledon. Wise mette al centro, Sanchez anticipa tutti e segna.

I Reds provano in tutti i modi a pareggiare. Invano. Al ’61 avrebbero la grande occasione. John Aldridge si guadagna un calcio di rigore. Lo batte lui stesso, ma la traiettoria del tiro, forte e angolata, viene intercettata da Beasant.

La squadra al completo festeggia con la coppa

La squadra al completo festeggia con la coppa

Finisce 1 a 0. Al triplice fischio, John Motson, il commentatore della BBC che sta seguendo la partita, una sorta di Pizzul d’Albione, pronuncia una frase che rimane storica: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!». Quel modo di dire, Crazy Gang, entra a far parte del linguaggio sportivo comune e diventa il soprannome con cui quella squadra viene ancora oggi ricordata.

Dopo quell’inatteso trionfo, il Wimbledon resiste in massima serie per altri dodici anni, senza però ripetere certi successi. Al termine della stagione 1999-2000 retrocede. Rimane qualche anno in serie B. Nel giugno del 2002 viene reso nota l’intenzione della dirigenza di spostare la squadra in un’altra cittadina. Ci si trasferisce a Milton Keynes, a 90 kilometri da Wimbledon. Più o meno, come se Lotito decidesse di spostare la Lazio a Frosinone. I tifosi la prendono malissimo e alcuni di loro fondano un nuovo Wimbledon.

Ora il Milton Keynes Dons F.C. (il diretto erede del vecchio Wimbledon) gioca in League One, terzo livello del calcio inglese, mentre l’AFC Wimbledon (la squadra creata dai tifosi), partendo dai dilettanti, negli anni è arrivato in League Two, una serie più in basso.

Ci vorrebe poco affinchè nei prossimi anni le due squadre si ritrovino l’una contro l’altra in campionato. Sarebbe una partita strana. Un derby particolare. Pazzo. Beh, trattandosi di Wimbledon tutto normale, no?

P.S. Il presidente del Wimbledon ai tempi della Crazy Gang, quello del «cervello da zanzara» a Vinnie Jones per capirci, era tale Sam Hammam, costruttore libanese che si era trasferito in Inghilterra dopo aver fatto fortuna in medioriente. In molti lo ricordano per i suoi metodi poco ortodossi. Una volta tenne prigioniero un calciatore nel suo studio fino alla firma del contratto per sfinimento, nel 1994 fu sorpreso mentre scarabocchiava sui muri nello spogliatoio ospite del West Ham, era solito minacciare i giocatori con gite all’opera in caso di scarse prestazioni e prometteva ricompense altrettanto stravaganti nei casi opposti. Negli anni ’90 promise all’attaccante Dean Holdsworth, se fosse riuscito a raggiungere la soglia di 20 reti in una stagione, una Ferrari e…un cammello. Purtroppo non ce l’ha mai fatta…. Ecco, questo era il padrone di tutto, quello che doveva controllare. Ma vi pare?