MUSIC PLAYER – Abbondanza scozzese e dediche d’amore di dubbio gusto…

I (particolarmente soddisfatti) tifosi del Maccabi Tel Aviv (fonte: deporadictos.com)

I (particolarmente soddisfatti) tifosi del Maccabi Tel Aviv (fonte: deporadictos.com)

C’è chi dice che nella vita bisogna accontentarsi. Per altri invece il bello delle cose buone è l’eccesso.

Visto che qua si parlerebbe di sport, proviamo a declinare nel modo giusto. Voi preferireste che la vostra squadra vinca sempre o vi piacerebbe anche solo qualche successo ogni tanto, ma magari significativo, inatteso e storico?

Eh, vedete che pare meno semplice di quanto sembri. Provo a farvi luce con un esempio pratico. In Israele si sono giocate 59 edizioni della Ligat ha’Al, il locale campionato di pallacanestro. Di queste ben 50 sono state vinte dal Maccabi Tel Aviv, cioè quasi l’85% del totale. La situazione è stata quasi grottesca tra il 1970 e il 2007, quando i gialloblu vinsero 37 campionati su 38, con due strisce di 23 e 14 successi di fila.

Ecco state sicuri che ai tifosi del Maccabi ‘sta situazione tanto schifo non ha mai fatto. Anche nel calcio vi sono esempi simili, ma è difficile trovare un dominio simile di una sola squadra. Più facile trovare competizioni dominate da più compagini.

Fasi concitate durante uno degli ultimi derby di Glasgow (fonte: dailymail.co.uk)

Fasi concitate durante uno degli ultimi derby di Glasgow (fonte: dailymail.co.uk)

La Scozia è il caso emblematico. Come tutti voi sapete, nella terra di Highlander, vige la terribile dittatura dell’Old Firm: Celtic e Rangers, Rangers e Celtic. Anzi negli ultimi anni solo Celtic perchè i rivali si sono impantanati con brutte storie finanziarie e ora cercano di scalare le serie minori dopo essere stati retrocessi d’ufficio nei bassifondi.

Prendiamo l‘albo d’oro e facciamo due calcoli. 119 edizioni di campionato, 54 successi dei Rangers, 44 del Celtic, i restanti 19 mancia per gli altri. Nel podio di tutti i tempi, le terze classificate sono Hibernian, Hearts e Aberdeen staccate con solo 4 vittorie. Molto staccate. L’ultima affermazione non targata Glasgow risale al 1984-1985, quando fu l’Aberdeen a trionfare. Con in panchina un certo Alex Ferguson, mica uno qualunque.

Vabbè, vi risparmio le percentuali e taglio corto. Se siete scozzesi e non tifate quelle due lì, siete costretti ad accontentarvi, non si scappa. Viceversa avete di che scialarvi, al punto che, stufi del solito tran tran di coppe alzate, festeggiamenti e coriandoli colorati nei capelli, potreste pensare di parteggiare, in modo più o meno spinto, per un’altra squadra di un campionato vicino. L’Inghilterra, per esempio.

A dir la verità, a guardare nella vicina Albione ci pensano già direttamente i dirigenti di Celtic e Rangers. Più volte hanno minacciato di volersi spostare in Premier League, ma per ora non se n’è fatto niente, per un motivo o per l’altro.

Fasi concitate durante un recente Liverpool-Manchester United (fonte: footballaccumulator.co)

Fasi concitate durante un recente Liverpool-Manchester United (fonte: footballaccumulator.co)

Torniamo ai tifosi. Pur tormentati anche loro sulla possibilità di traslocare a sud, spesso cercano altri colori da guardare con simpatia. Visto a cosa può portare l’abbondanza?

In particolare molti sostenitori del Celtic hanno una simpatia per il Liverpool. Altri invece, se devono scegliere una compagine inglese, preferiscono il Manchester United. A ben vedere, una situazione un po’ ingarbugliata perché è come se alcuni simpatizzassero per l’Inter e altri per la Juventus.

In effetti, le scuole di pensiero sono diverse. In linea di principio la corrente maggioritaria è quella che preferisce i Reds ai Red Devils, anche in virtù di uno storico gemellaggio, suggellato dal comune utilizzo dello stesso inno, l’immortale “You’ll never walk alone”.

Nonostante questo i tifosi Celtic con simpatie per lo United non sono pochi e hanno trovato un endorsement di un certo livello grazie ad un personaggio che dell’abbondanza, il concetto cardine da cui è partito questo articolo, ne ha fatto uno stile di vita.

Il buon Rod Stewart nel 1976 (fonte: wikipedia.com)

Il buon Rod Stewart nel 1976 (fonte: wikipedia.com)

Parlo di Rod Stewart. Nato a Londra da genitori scozzesi, il nostro è stato per anni indiscusso protagonista della scena musicale britannica e mondiale, grazie ad una voce singolare, un grande carisma e una fama da tombeur de femme di un certo livello.

Tutto questo sommato ha prodotto 100 milioni di dischi venduti nel mondo, tre matrimoni, sa dio quanti flirt assortiti e 8 figli. Dicevamo dell’abbondanza?

Tra le passioni di Stewart, oltre alle due che penso abbiate intuito, c’è anche il calcio, sport che ha praticato a livello amatoriale. La sua squadra preferita? Il Celtic. E il Manchester United, ovvio.

La sua passione per queste due squadre è talmente grande che ha sconfinato negli altri suoi amori. Nel 1977, in un periodo in cui anche se avesse inciso un rutto rischiava il disco d’oro, esce il singolo “You’re in my heart”, romantica ballata dedicata a Britt Ekland, attrice e cantante svedese, discreta bellezza e, ça va sans dire, fiamma del buon Rod negli anni ’70.

Britt Ekland. Che all'epoca fosse meglio di Celtic e United è fuor di dubbio (fonte: celebheightslist.com)

Britt Ekland. Che all’epoca fosse meglio di Celtic e United è fuor di dubbio (fonte: celebheightslist.com)

Per farle un complimento, ad un certo punto recita in un verso: «You’re Celtic, United, but baby I’ve decided you’re the best team I’ve never seen». Traduco (alla bisogna): «Sei come il Celtic, come il Manchester United, ma piccola ho deciso che tu sei la miglior squadra che abbia mai visto».

Bah, non suona poi benissimo come romanticheria da cantare ad una donna, non trovate?

Oh, è vero anche che lui era e sarà sempre Rod Stewart e tutti noi solo dei poveri stronzi ma, non so voi, se io andassi dalla mia ragazza a cantarle «Sei come il Palermo, sei come il Werder Brema», minimo mi becco una querela…

 

P.S. Il video è di un’esibizione relativamente recente. Da notare la scritta dietro la camicia verde. E notare la classe con cui la indossa con una maglietta gialla.

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MUSIC PLAYER – Cronaca di un pomeriggio nell’East End tra le bolle…

Inghilterra.

Boleyn Ground, lo stadio del West Ham United

Boleyn Ground, lo stadio del West Ham United

Oh, se vi piace il calcio, un giro in Albione conviene farlo. Il gioco lo hanno inventato loro, sanno di cosa si tratta. Magari questa frase potrà essere discutibile da un punto di vista tecnico, visto i risultati della nazionale (lasciate stare la Premier che è ormai un campionato internazionale), ma per quanto riguardo il contorno, l’atmosfera, la cornice, in quello i britannici rimangono i campioni del mondo.

A suo tempo, un viaggio in Inghilterra, a Londra per essere precisi, lo feci anche io. Era la primavera del 2011. Tra le tante cose che feci, e che ometto per non annoiarvi, ci fu anche andare a vedere una partita di Premier League. Per la precisione si trattava di West Ham United-Blackburn Rovers. Non proprio un incontro di cartello, però molto sentito perchè entrambe le squadre lottavano per non retrocedere. I padroni di casa poi avevano assolutamente bisogno di una vittoria, sennò si sarebbero ritrovati con mezzo piede in serie B.

Vi propongo una testimonianza, tragicomica, di quell’esperienza.

Andiamo con calma.

Quel giorno, il 7 maggio 2011, mi sveglio di prima mattina e raggiungo la stazione della tube. Si inizia bene. Le uniche due linee che arrivano ad Upton Park (dove si trova lo stadio) sono fuori uso nel tratto che mi interessa. Elaboro un itinerario alternativo e parto. Come è e come non è, dopo aver mangiato un Lion di dimensioni insensate, aver cambiato due treni e aver speso 5£ in biglietto perchè il mio abbonamento non copre la zona in cui mi devo recare, arrivo alla fermata di West Ham. Anticipo la vostra osservazione: “beh, se si chiama come la squadra sarà vicino allo stadio, no?”. Ecco…sì e no. Fate tipo 50 minuti a piedi.

Ovviamente anche trovare la strada giusta non è semplice. Appena scendo vedo uno con la sciarpa del West Ham e decido di seguirlo. Starà andando sicuramente là, penso. Ad un certo punto, colpo di scena. Il nostro incontra altri due tifosi e insieme a loro fa inversione a U e va dall’altra parte. Continuare a seguirlo pare brutto e il mio cervello mi suggerisce la risposta giusta (“chiedi, pirla!”) troppo tardi. Proseguo per la strada che stavo facendo senza timore. Alterno la convinzione di essermi perso con quella di essere ad un passo con mirabolante disinvoltura. Ad un certo punto trovo altri due tifosi e questa volta chiedo. Per fortuna non sono distante…

Paolo Di Canio. Tanti tifosi del West Ham indossano ancora con orgoglio la maglia del nostro connazionale.

Paolo Di Canio. Tanti tifosi del West Ham indossano ancora con orgoglio la maglia del nostro connazionale.

Arrivo allo stadio e il colpo d’occhio è molto suggestivo. Una macchia claret and blue carica di energia. Si sente proprio un sentore fluido di appartenenza, di orgoglio, di coraggio. Decido di rifocillarmi e, as usual, si sfiora la commedia dell’arte. Ecco uno stralcio del dialogo tra me e il paninaro.

Io: “Hi!”

Paninaro: Hi! Sodsihvcohvdvbkjbksdv?”

I: “What?”

P: “Svbdksbvksbdvkbvkbsd?”

I: “I don’t understand…” (invocando vagamente pietà…)

P: “Do you want anything?” (sottointeso “you, stupid idiot!”)

I: (in puro delirio da fame) “A sandwich with a sausage inside”

P: (con lo sguardo di uno che non capisce se lo stanno coglionando) “Hot dog?”

I: “Yes, thanks…” (sottointeso “have a bit of mercy, please…”)

Dopo il pasto, mancando un pò di tempo alla partita, decido di dare un’occhiata al negozio ufficiale della squadra. Prima di entrare mi faccio la faccia da duro e mi dico “Ma non si compra niente, eh!”. Matematico, sono uscito con addosso la maglia ufficiale…Mi guardo intorno e scopro di non essere per niente l’unico. La maggior parte dei tifosi ha addosso i colori della squadra. Tantissime maglie, una valanga di sciarpe, tante felpe. Per un appassionato di queste cose come me è una manna. Il bello è che questi capi vengono indossati anche nella vita di tutti i giorni. In Italia sei uno sfigato se ci provi e la sciarpa serve più che altro a coprirsi il volto mentre si ci mena coi poliziotti…

Appena possibile entro nello stadio e cerco il mio posto. Sono in curva, dietro la porta, ma decentrato. Sono a due metri dal campo. Volendo potrei entrare e dare due calci al pallone. Ma è la stessa cosa che farebbero al mio fegato gli inservienti della sicurezza, quindi meglio lasciar perdere. Lo stadio si riempie, le squadre entrano in campo. A questo punto c’è lo snodo della storia che mi interessa. Dagli altoparlanti dello stadio si sente una canzone. Delle bolle di sapone vengono fatte volteggiare sullo stadio e tutti i tifosi si alzano per cantare. E quando dico tutti, intendo proprio tutti.

Christopher Samba. Ora capite quando parlavo di Lombroso?

Christopher Samba. Ora capite quando parlavo di Lombroso?

Il West Ham è ultimo in classifica. Dopo un quarto d’ora ho già chiaro il perchè. E’ una squadra con carattere, ma con la sagacia calcistica di un tostapane. Il Blackburn, che pure non è che sia la Spagna, al primo tiro in porta segna con Jason Roberts, il giocatore grenadino più forte di tutti i tempi (ok, la concorrenza in effetti non è molto agguerrita…). Poi si difende con ordine, grazie anche a due buoni centrali difensivi, Gaël Givet e Christopher Samba, il cui aspetto è talmente rassicurante che Lombroso a vederli si sarebbe detto commosso.

Da dove sono io non si capisce moltissimo del gioco, ma la sensazione di respirare il profumo dell’erba e di rischiare una pallonata ad ogni tiro sbilenco è impareggiabile. Nella ripresa la partita si fa bruttina. Il West Ham continua con un gioco snervante di inutili lanci lunchi, il Rovers tela di conseguenza. Poi dal nulla, a dieci minuti dalla fine, il tedesco Thomas Hitzlsperger (l’unico che abbia due idee geometriche un attimo più elaborate. Il che è tutto dire…) si inventa un bel sinistro all’angolino e pareggia. Lo stadio diventa una bolgia e spinge i suoi paladini al successo. Inutilmente visto la loro pochezza. Finisce uno a uno tra lo scontento generale.

Durante il ritorno all’ostello, nella mia testa, oltre all’angoscia di perdermi nella Londra di Jack lo Squartatore mentre cala la tenebra, continua a ripetersi la canzone che è stata cantata prima della partita. Ho bisogno di sapere e faccio delle ricerche.

La canzone originale

La canzone originale

La canzone si intitola I’m Forever Blowing Bubbles e col calcio, alle origini, c’entrava il giusto. È stata scritta nel 1918 per il musical di Broadway “The passing Show of 1918” ed ebbe subito un grande successo, prima negli Stati Uniti, poi anche in Gran Bretagna.

La fama del pezzo era ancora forte qualche anno dopo, quando Charlie Paynter era l’allenatore del West Ham. Tra i suoi amici c’era anche tale Cornelius Beal, preside della Park School. All’epoca il calcio scolastico aveva un buon seguito e anche Beal era un appassionato. Il nostro era anche un discreto buontempone e aveva iniziato a creare dei cori personalizzati per i giocatori della sua scuola. Tutti sulla melodia di I’m Forever Blowing Bubbles. La cosa tra l’altro veniva molto bene con Billy Murray, giovane della Park School che era stato soprannominato proprio Bubbles per la somiglianza con il ragazzino raffigurato in un dipinto di John Everett Millais usato per la pubblicità di una marca di saponi.

Grazie anche all’amicizia tra Paynter e Beal, Bubbles Murray e altri giocatori ebbero l’opportunità di giocare nelle giovanili del West Ham. Il preside, ovviamente, era sempre presente alle partite dei suoi pupilli e, altrettanto ovviamente, non perse l’abitudine di cantare e far cantare i suoi cori. Ai tifosi del West Ham quella canzoncina piacque. E non la lasciarono più.

Steve Harris, bassista degli Iron Maiden. Lo stemma sullo strumento è quello del West Ham.

Steve Harris, bassista degli Iron Maiden. Lo stemma sullo strumento è quello del West Ham.

Passarono gli anni, passarono le stagioni (calcistiche). Il West Ham visse stagioni d’oro negli anni ’60, ma non riescirà mai a vincere il titolo. Nonostante questo, ha attirato molte simpatie e tifosi illustri. Solo per citare i più famosi, Alfred Hitchcock, l’attore Ray Winstone, i musicisti degli Iron Maiden Paul Di Anno e Steve Harris. Alcuni sostengono che persino Elisabetta II, Sua Maestà la regina in persona, abbia simpatie per gli Hammers. E credetemi che in quanto a stile siamo un filo distanti dal tifoso medio che frequenta Upton Park…

Tra i tanti supporter famosi ci sono anche i Cockney Rejects, gruppo musicale originario dell’East End, tra i padri putativi del genere Oi!. La loro passione per la squadra era talmente alta che nel 1980 decisero di rendergli onore registrando una loro versione di I’m Forever Blowing Bubbles. Ecco, appunto, molto loro…

Appunto a margine: notare le maglie…

P.S. Dopo quella partita il West Ham retrocesse tra gli sberleffi. Il Blackburn si salvò. L’anno dopo gli Hammers tornarono subito in Premier League, mentre il Blackburn, orfano di Samba e Roberts, retrocesse e ora annaspa in Championship.

MUSIC PLAYER – Politica e merchandising. Una squadra e un mezzo uomo, mezzo biscotto.

Lo stemma che campeggiava sulle maglie del Dukla. Anche su quelle da trasferta...

Lo stemma che campeggiava sulle maglie del Dukla. Anche su quelle da trasferta…

Calcio e politica. Questo è un connubio che non dovrebbe mai essere troppo stretto, ma non sempre è possibile. In Italia ne vediamo un esempio da più di vent’anni. Questo però è niente paragonato a quanto è avvenuto nei decenni passati nell’Europa dell’Est. Durante l’epoca del comunismo calcio e politica erano quasi la stessa cosa. L’esempio principale si è visto in Russia, a Mosca. Ogni squadra della città aveva un potere più o meno occulto dietro. Il CSKA era la squadra del ministro della difesa (dell’Armata Rossa, in pratica), la Dinamo era la squadra del ministro dell’interno (cioè della Čeka, la polizia segreta), la Torpedo era la squadra della ZIL, un’azienda automobilistica statale, mentre la Lokomotiv era legata alle Ferrovie Russe. L’unica squadra staccata da logiche statali era lo Spartak, nata per iniziativa di un sindacato. Non a caso era conosciuta come “la squadra del popolo”.

Calcio e merchandising. Lo dicono tutti in Italia. Il futuro è lì. In altre paesi ci sono già arrivati, da noi si fa fatica per vari motivi. Qual è l’oggetto principale che rappresenta una squadra, quindi ideale per essere commercializzato? Esatto, la maglia. In Italia la cultura su questo aspetto è ancora primitiva. Meglio la replica fasulla a 20 euro che l’originale che, bisogna dirlo, spesso ha prezzi improponibili per chiunque. In Inghilterra è diverso. Indossare la propria maglia, originale, è un vanto, non si è visti come degli sfigati come spesso succede qua, anche allo stadio. I prezzi sono più accessibili, la gente compra con orgoglio la merce originale. E tutti ne traggono giovamento.

La situazione russa si è replicata in altre nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1947 a Praga esistevano già lo Slavia, lo Sparta e il Bohemians 1905, ma l’esercito decise di fondare una quarta squadra, l’ATK, in seguito diventato Dukla Praga, in onore di un paese sui Carpazi dove si svolse una famosa battaglia contro l’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. Per una squadra nata per iniziativa governativa l’importante è vincere, non partecipare. Con tutti i mezzi. Tipo stabilire una norma per cui tutti i giocatori che avessero svolto il servizio militare potevano essere acquistati direttamente dal Dukla. Facile così. Quella squadra vinse infatti. Ma nel cuore dei praghesi rimase sempre nelle retrovie.

Tutto ciò che voglio per Natale...

Tutto ciò che voglio per Natale…

L’attenzione inglese per le maglie da calcio credo sia introvabile altrove. Allo stadio si fa prima a contare chi non la indossa. Questa sacralità della divisa deve essere stata percepita nel resto del mondo, tanto è vero che in passato molte squadre hanno guardato verso Albione per prendere spunto. In Italia il caso più eclatante è quello della Juventus. Le righe bianconere sono le stesse del Notts County. In Portogallo, negli anni trenta, lo Sporting Braga passò dal verde originario alla casacca rossa con maniche bianche tipica dell’Arsenal. I londinesi, all’inizio del secolo scorso, furono fonte di ispirazione anche per lo Sparta Praga. Forse è un caso, ma pure il Dukla Praga ha una maglia che ricorda i Gunners: busto rosso, colletto e maniche gialle…

Il Dukla Praga era un clamoroso paradosso storico. Squadra simbolo dello statalismo di stampo sovietico, poco amata in patria, ma famosa, conosciuta e ammirata all’estero. Persino negli Stati Uniti, il nemico, il capitalismo. Nel 1961 i cechi giocarono, e vinsero, anzi stravinsero, l’International Soccer League, torneo estivo con altre squadre europee, organizzato da un magnate americano innamoratosi del calcio. Questo li fece diventare molto popolari tra gli appassionati, tanto da meritarsi l’invito anche per le edizioni successive. Alla fama estera contribuirono pure i successi, ben sei tra il 1964 e il 1980, nel Torneo di Viareggio, il famoso torneo giovanile che si svolge ogni anno in Toscana.

L’epopea del Dukla seguì le sorti del comunismo. Iniziò a declinare negli anni ottanta, ebbe grossi problemi economici e vinse l’ultimo trofeo nel 1990, prima di entrare in un circolo di fallimenti, retrocessioni e fusioni. Nel 1987 però la fama era ancora viva. In Inghilterra qualcuno si ricordava ancora bene di quella squadra. Gli Half Man Half Biscuit erano e sono un gruppo inglese famoso per i testi ironici e surreali (con quel nome, per forza…). Quell’anno uscì il loro secondo album. La canzone più famosa fu “All I want for Christmas is a Dukla Prague away kit”.Tutto ciò che voglio per Natale è un completo da trasferta del Dukla Praga. Che vi avevo detto? Son fissati con le maglie…

MUSIC PLAYER – Yorkshire e Sudafrica non sono così distanti…

La nostra storia è ambientata qui...

La nostra storia è ambientata qui…

Se questo blog fosse un blog di viaggi e fosse incline al luogo comune, direi che Leeds è una ridente cittadina nel cuore della regione inglese dello Yorkshire. Ecco, siccome questo spazio non è nè l’una, nè l’altra cosa, posso dirvi che a Leeds c’è il Leeds United. Sì lo so, non è una grande rivelazione, ma essendo questo un blog di sport è già un buon punto di partenza.

Quello che forse non tutti sanno è che questa città è anche tra i primi posti in Inghilterra per popolazione studentesca. Questo ha come diretta conseguenza la presenza di una vita notturna parecchio movimentata, soprattutto per quanto riguarda l’offerta di musica dal vivo. Molti gruppi sono partiti da Leeds alla ricerca di un posto nel mondo della musica. Tempo fa ce n’era uno con un nome abbastanza particolare, preso in prestito, e in parte modificato, da quello di una borgata dello Yorkshire: i Runston Parva, in seguito diventati solo Parva.

Bene, metteteli da parte che ci serviranno più tardi. Torniamo a parlare di sport. Il Leeds United, dicevamo. A Leeds va tantissimo il rugby, sia a 13 che a 15, ma anche il calcio ha il suo seguito e la squadra cittadina è molto amata. Questo è dovuto anche ad un fatto specifico. Tra le città più popolate del Regno Unito, Leeds è forse l’unica, assieme a Newcastle, ad avere una sola importante squadra professionistica.

Il mito dello United nasce nel 1919, ma si consolida a partire dagli anni ’60. La vera svolta avviene nel marzo del 1961. Quel mese venne ingaggiato, in qualità di allenatore, l’uomo che cambiò la storia del club, Don Revie. Sotto la sua direzione, che durò per tredici anni, il Leeds divenne grande non solo in Inghilterra, ma anche in Europa. Il bottino conquistato vede due campionati, una FA Cup, una Coppa di Lega, un Charity Shield e due Coppe delle Fiere, l’antesignana della Coppa UEFA. A tutto questo va aggiunta anche una finale di Coppa dei Campioni persa contro il Bayern Monaco nel 1975, quando però Revie se ne era già andato per allenare l’Inghilterra. Era una squadra ruvida, maschia, ostinata, quanto di più distante possiate pensare dallo stile Barcelona che va di moda oggi. Il suo degno capitano era lo scozzese Billy Bremner. Basso, tozzo, rosso di capelli e vera tortura per qualsiasi centrocampista avversario. Il soprannome che si guadagnò identificava bene il suo stile: Ten Stone of Barbed Wire, più o meno traducibile con “65 kili di filo spinato”.

Finito quel ciclo il Leed visse momenti difficili e dovette aspettare gli anni ’90 per tornare a vivere giorni gloriosi. La squadra era buona, ma divenne ancora più forte quando accolse Eric Cantona. Il francese fu determinante nella conquista del titolo del 1992. Purtroppo la sua permanenza nello Yorkshire fu breve e rapido fu pure il ritorno nei ranghi di quella squadra.

Il capitano. Quello che giocava nei...

Il capitano. Quello che giocava nei…

Alla fine del decennio lo United però riprese quota. Il presidente Peter Ridsdale aveva progetti importanti. Si formò un gruppo di giovani validi che si fecero valere sia in patria che all’estero. Erano gli anni degli australiani Kewell e Viduka, di Rio Ferdinand, di Jonathan Woodgate. Ma non durò molto. La mancata qualificazione in Champions League del 2002 fu l’inizio della fine. Vennero a mancare introiti importanti. I progetti di Ridsdale furono forse un pò troppo azzardati. Le casse del club iniziarono a versare lacrime. Di sicuro aver speso uno sproposito per un acquario di pesci tropicali da mettere in sede non aiutò. Furono venduti i giocatori migliori, la squadra iniziò ad andare male, nel 2004 retrocesse, visse anni difficili, subì penalizzazioni, andò in amministrazione controllata e nel 2007 cadde addirittura in terza serie per tre anni. Solo di recente si è trovata un pò di serenità, con la promozione in Championship del 2010.

Oggi il Leeds sembra stabile in questa categoria e tutti i suoi tifosi sono tornati a guardare avanti con ottimismo. Tra questi ci sono anche i membri dei Parva che, nel frattempo, hanno avuto un percorso musicale con un esito ben diverso da quello della loro squadra. Sono diventati famosi, hanno scalato le classifiche, le loro canzoni si sentono su tutte le radio inglesi.

Vedo che qualcuno di voi ha alzato la mano. Come può essere, vi starete domandando, se sono così conosciuti perchè non li ho mai sentiti nominare?

Domanda lecita. Il loro percorso non è stato lineare. Come sosteneva Nick Hornby in “Febbre a 90°”, il bello del calcio è che tutto si ripete, c’è sempre una nuova stagione che riparte. Lo United è caduto in basso, ma ogni anno si ricomincia, ogni anno si può risalire, qualche anno ci si riesce. Nella musica è diverso, è più difficile fermarsi e ricominciare da capo, avere seconde chance. Però i Parva ce l’hanno fatta. Non trovavano un contratto discografico, non erano soddisfatti della loro musica. Cambiamo, ricominciamo, si sono detti, a partire dal nome. Ne avevano sentito uno tempo prima che non suonava male. Poi, guarda un pò i casi della vita, è anche quello della prima squadra dove ha giocato Lucas Radebe, difensore sudafricano roccioso e solido, che negli anni ’90 è stato a lungo capitano del Leeds e idolo di tutta Leeds. Del loro Leeds e della loro Leeds. Cosa volere di più?

MUSIC PLAYER – Il cestista, il benzinaio e la marmellata

(AVVISO AI NAVIGANTI: i post appartenenti alla categoria Music Player avranno una caratteristica precisa, ossia quella di proporvi una canzone da ascoltare. I brani saranno tutti collegati al mondo dello sport. Buona lettura e buon ascolto).

Daron...

Daron…

Daron è nato in Texas. A Garland, per la precisione, contea di Dallas. Non è altissimo, solo un metro 85 centimetri, ma gli piace giocare a basket. Fa parte della squadra del suo liceo ed è un buon playmaker. È veloce, sa passare, ha un buon tiro, ma il meglio di sè lo da quando la palla ce l’hanno gli avversari. Sa difendere duro e riesce a rubare molti palloni.

Jeff e Stone sono amici e vivono a Seattle. Amano la musica e suonano. Stone viene da una brutta esperienza. Il cantante della band precedente è morto di overdose. Ora vorrebbe riformare un gruppo con Jeff e Mike, un altro suo amico. Registrano un demo di cinque pezzi, ma c’è un problema: manca un cantante. Grazie ad amicizie comuni forse ne trovano uno. Si chiama Eddie, vive a San Diego e fa il benzinaio…

Grazie alla sua abilità sul parquet, Daron riesce a frequentare per due anni la University of Oklahoma, una delle università pubbliche più importanti degli Stati Uniti, famosa anche per il suo programma sportivo. Nel 1988 trascina la squadra alla finale nazionale contro Kansas. Sono favoritissimi, ma perdono. Nell’estate del 1989 decide di passare tra i professionisti della NBA. Al draft, la cerimonia con la quale le squadre scelgono a turno le nuove leve, è la dodicesima scelta assoluta e sono i New Jersey Nets a farlo loro. La squadra è quello che è, finisce la stagione con un record di 17 vittorie su 72 partite, ma Daron non gioca male.

Hai capito sto Eddie? Ha ricevuto il demo e ci ha scritto sopra dei testi davvero belli. Jeff, Stone e Mike decidono che la cosa può funzionare. Gli fanno un’audizione. Sì, lo prendono.

Daron sta tre anni ai Nets. Nell’estate del 1992 viene scambiato con un altro giocatore e va agli Atlanta Hawks, dove rimane per ben 7 stagioni, le migliori della sua carriera. Conferma le sue doti. È un buon playmaker e un ottimo difensore. Nel 1999 si tresferisce ai Golden State Warriors con i quali gioca altri tre anni. A 35 anni si ritira. Il numero che ha sempre portato è il 10. Sopra di esso il cognome, Blaylock. Ma è inutile che cerchiate negli annali NBA il nome Daron Blaylock. Per tutti è sempre stato Mookie. Mookie Blaylock.

I Mookie Blaylock...

I Mookie Blaylock…

Jeff, Stone, Mike e il benzinaio californiano hanno appena finito la loro prima registrazione. Sono soddisfatti del loro lavoro. Le cose sembrano andare per il meglio. Hanno anche in programma un tour. Ma c’è un problema. Non sanno come chiamarsi. Qualcuno di loro ha pacchetto di card dei giocatori di basket. In una di queste c’è raffigurato Mookie Blaylock, giovane talento dei New Jersey Nets. Decidono di infilarla nella custodia, a mò di copertina. D’accordo, ma il problema rimane: come ci chiamiamo? Qualcuno vede la card. “Che ne pensate di Mookie Blaylock?”. Tutti d’accordo.

Poi, sapete come funzionano certe cose, diritti, questioni legali, è un bel casino. Mookie Blaylock non è male come nome, ma è meglio cambiare. Pearl Jam. Sì, secondo me Pearl Jam può andare.

P.S. La canzone è nell’album Ten. Dieci. 10. Vi ricorda niente?