Pedate dei Caraibi – Storie di Mondiali, ricordando la partita più strana di sempre

In questo articolo ci spostiamo qua

In questo articolo ci spostiamo qua

La Confederations Cup che si è giocata in questi giorni ci ha ricordato due cose.

La prima riguarda la partecipazione della nazionale di Tahiti. 22 onesti e volenterosi dilettanti guidati da un solo professionista, Marama Vahirua, neanche di primo livello. La loro presenza è stata un momento di riscatto per tutto quel calcio che potremmo definire “altro“. Niente milioni di euro, niente businness, solo passione e calore. E chissene se poi si finisce per prendere 24 gol in 3 partite.

Il secondo promemoria è un po’ meno romantico. La Confederations Cup rimarrà negli annali anche per quello che è successo fuori dagli stadi. Le proteste del popolo brasiliano hanno fatto notizia, traendo giovamento dalla cassa di risonanza creata dal calcio. Ma i vertici di questo sport, soprattutto un certo settantenne svizzero dalle idee sempre un po’ confuse, se ne sono usciti con commenti infelici, ciechi e dimenticabili. Insomma, tutto ciò ci ha mostrato ancora di più come i dirigenti che controllano il pallone siano spesso inadeguati.

Marama Vahirua, l'unico professionista di Tahiti

Marama Vahirua, l’unico professionista di Tahiti

Questo lungo cappello sull’attualità ci serve da preambolo per una storia legata a questi due punti: il calcio sommerso e l’incopetenza dirigenziale.

Torniamo indietro di una ventina d’anni. Dove andiamo? Dai, per una volta un posto caldo e soleggiato. Vanno bene i Caraibi? Ottimo.

Il calcio da quelle parti non ha mai avuto grandissimo successo, anche perchè risente della concorrenza di altri sport più radicati (cricket o baseball) o molto più remunerativi per le caratteristiche degli indigeni (atletica leggera).

Nonostante questo a pallone si gioca. Il calcio caraibico, a livello mondiale, ha avuto quattro momenti di gloria, coincidenti con le partecipazioni delle nazionali della zona alla Coppa del Mondo.

L'uomo che ci mise paura nel 1974

L’uomo che ci mise paura nel 1974

Nel 1938 fu Cuba a rompere il ghiaccio. Fidel Castro e il socialismo sono una ventina d’anni dall’arrivare, Fulgencio Batista governa e la nazionale riesce a qualificarsi per il Mondiale. Oddio, riesce…in pratica nella loro zona si ritirano tutti per protesta contro la FIFA, colpevole di aver mandato a ramengo dopo tre edizioni il proposito si alternare la sede del torneo tra vecchio e nuovo continente. I cubani, mica scemi, non rinunciano e vanno.

Al primo turno c’è la Romania. Finisce 2-2 al 90′ e 3-3 dopo i supplementari. I rigori ancora non esistono e si rigioca quattro giorni dopo. Tra la sorpresa generale i caraibici vincono 2-1 in rimonta e passano ai quarti. Avversario la Svezia, ma finisce maluccio, 8-0 per gli scandinavi.

Per rivedere i Caraibi ai mondiali bisogna aspettare quasi 40 anni. Nel 1974, in Germania, è la volta di Haiti. Partecipazione celeberrima in Italia. Contro di loro giochiamo la famosa partita del gol di Sanon, che interrompe il record di imbattibilità di Zoff, e del vaffa in mondovisione di Chinaglia a Valcareggi. Finisce 3-1 per gli azzurri e per qualche giorno si pensa che gli haitiani non siano poi così malvagi. Peccato che poi ne prendano 7 dalla Polonia e 4 dall’Argentina. Insomma il problema siamo noi e infatti andiamo subito a casa.

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Theodore Whitmore, eroe della Giamaica 1998

Nel 1998 la Coppa del Mondo torna in Francia e tornano anche i Caraibi. A qualificarsi è la Giamaica. Contro Croazia e Argentina finisce male, ma all’ultima partita arriva la storica vittoria contro il Giappone.

L’ultimo caso è recente, nel 2006. In Germania arriva Trinidad e Tobago, guidata da quello che forse è il più forte caraibico di sempre, l’attaccante Dwight Yorke. Attaccante che per l’occasione arretra a centrocampo per dare un po’ più di costrutto alla manovra. All’esordio è un ottimo 0-0 contro la Svezia. Nella seconda partita si resiste per 83 minuti contro l’Inghilterra, per poi capitolare e di fatto uscire.

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Dwight Yorke, leader di Trinidad e forse di tutti i Caraibi

Come vedete, il calcio caraibico ha sempre fatto un po’ di fatica ad imporsi nel mondo. Per le nazionali della zona, più che la Gold Cup, il torneo della CONCACAF dove comunque son sempre schiaffoni, il vero obiettivo è la Caribbean Cup, la Coppa dei Caraibi.

Si svolge proprio durante una partita di qualificazione a questo torneo il fatto di cui facevo cenno prima di questo nostro excursus.

È il 1993 e ci si gioca un posto per l’edizione dell’anno successivo. Nel Gruppo 1 sono inserite Porto Rico, Barbados e Grenada. Tre stati in cui il calcio non ha il primato. A Porto Rico domina da sempre il basket, mentre da Barbados sono usciti alcuni buoni velocisti (Obadele Thompson su tutti). E a Grenada? Beh, hanno il cricket. E una sciatrice. Sì, non avete letto male. Nel paese il monte più alto non raggiunge i 900 metri e la neve è un concetto abbastanza oscuro, ma a fine anni ’90, l’austriaca Elfi Eder, slalomista di buon livello, va in rotta con la sua federazione e decide di gareggiare con i colori caraibici. Purtroppo ha già sparato le cartucce migliori della carriera.

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno...

Elfi Eder, grenadina DOC. Più o meno…

Torniamo al calcio. Nella prima sfida Porto Rico regola Barbados per 1-0. La partita successiva tra i portoricani e Grenada finisce 0-0. Si va ai supplementari. Ma come? Siamo nel girone, un punto a testa, no? No, perchè gli organizzatori hanno deciso che il pareggio pare brutto. Prima del 120′ comunque è Grenada a segnare il primo gol della partita. Gol che vale il…2-0! Sì, sempre colpa degli organizzatori. Il gol nei supplementari è un golden goal e vale doppio. Vi sembra una scemenza? Aspettate il resto della storia…

Passa solo la prima. Porto Rico è ormai fuori dai giochi. Barbados-Grenada è decisiva. Ai primi serve una vittoria con due gol di scarto, agli altri basta tutto il resto.

A dieci minuti dalla fine Barbados sembra farcela. Vince 2-0. All’83’ però arriva il gol di Grenada che rovina tutto. Serve un altro gol. Il 3-1, ovvio. O forse no? I barbadiani mettono in moto l’ingegno e intuiscono la mandrakata. Difficile segnare con così poco tempo a disposizione. Meglio andare ai supplementari e avere mezz’ora a disposizione per mettere a segno una rete che vale doppio. Ergo, all’87’ si fanno autogol di proposito.

L'autogol volontario di Barbados

L’autogol volontario di Barbados

I grenadini sono storditi dalla cosa. Poi ci arrivano. Qua ci vogliono coglionare. Capiscono che ora anche loro hanno bisogno di un gol. Uno qualsiasi, per loro o per gli altri basta che sia gol. Gli ultimi tre minuti sono puro teatro dell’assurdo. Da una parte una squadra che cerca di infilare il pallone in una qualsiasi delle porte, dall’altra una che le difende entrambe.

Hanno la meglio quest’ultimi perchè al novantesimo finisce 2-2. Ai supplementari, forse ancora in stato confusionale, Grenada cede e subisce il 3-2. Pardon, 4-2.

Barbados passa il turno e va a giocare la fase finale della Coppa dei Caraibi dove però esce fuori subito. Nel frattempo quella partita entra nel mito e diventa quasi una leggenda metropolitana. Tutto per una decisione discutibile dei dirigenti, di quelli che comandano.

Mi sento fregato. La persona che se n’è uscita con queste regole dovrebbe essere rinchiusa in manicomio“, dichiara nel post-partita James Clarkson, allenatore di Grenada.

E vagli a dare torto…

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Scusate l’assenza. E il gioco di richiami…

Il nostro padre putativo

Il nostro padre putativo

Ritorno solo per informare i miei 4 lettori che non ho abbandonato il progetto A52, nonostante la latitanza.

Semplicemente mi trovo in un periodo molto complicato e trovare il tempo di fare tutto diventa sempre più difficile.

I progetti e le idee ci sono ancora e molto presto ritornerò a postare con maggiore frequenza.

Nel frattempo vi invito a rileggere qualche contributo che non avete ancora letto (e magari riascoltare le puntate su Radio Doppio Malto) e di godervi la Confederations Cup (senza ignorare quello che succede fuori dagli stadi).

P.S. In questi giorni potete trovarmi spesso allo Sherwood Festival di Padova. Sherwood, la foresta vicino a Nottingham. Nottingham la città del Nottigham Forest. Nottigham Forest la squadra che ha reso immortale Brian Clough. Brian Clough l’uomo che ha ispirato il progetto A52. Vedete che tutto si chiude a volte?

 

 

 

Torna A52 in radio. Si parla di draft NBA e non solo.

David Stern, commisioner della NBA e protagonista di molti draft

David Stern, commisioner della NBA e protagonista di molti draft

A52, lo sapete, è nata come una trasmissione radiofonica. E ogni mese torna a raccontarvi una storia.

Oggi è uscita l’ultima puntata. Si parla di basket NBA, ma non delle Finals. Noi ci portiamo avanti e andiamo oltre. Andiamo a fine giugno, quando ci sarà il draft.

Lo spiegheremo, lo racconteremo e andremo alla ricerca delle sue storie più curiose.

Come sempre, buon ascolto.

Viaggio a Southampton, tra calcio, santi, donne nude e attori porno

Il porto di Southampton

Il porto di Southampton

In questo blog abbiamo raccontato e racconteremo molte storie. Qualcuna commovente, altre edificanti, parecchie strane e curiose. Però ad un santo che diventa attore non ci siamo mai arrivati. Men che meno ad un santo che diventa attore porno…

Frenate un attimo e seguitemi. Si va, come spesso succede, lo ammetto, in Inghilterra. Londra? No, un pò più a sud. La nostra meta è Southampton, nell’Hampshire.

La città si trova in riva al mare, sul golfo del Solent, e ha di fronte la famosa Isola di Wight, quella resa celebre in Italia da una canzone dei Dik Dik che, alla fine della fiera, non era altro che una cover di una canzone inglese, come consuetudine dell’epoca.

Uno dei motivi per cui Southampton è conosciuta è il suo porto. Questo è stato ed è ancora un importante scalo per transatlantici. Fu da questi moli che nel 1912 il Titanic partì per il suo tragico viaggio verso il mito.

Un celebre sotonian

Un celebre sotonian

Da Southampton arrivano un paio di personaggi famosi, conosciuti anche in Italia. Il cantante R&B Craig David è originario della città, così come lo era il regista Ken Russell. Il mio indigeno preferito però è un altro: Alfred Hawthorn Hill. Vi dice niente? No? E se vi dicessi che era dai più conosciuto come Benny Hill e che aveva il vizio, televisivo s’intende, di finire sempre in strampalati inseguimenti?

Ma torniamo un attimo al motivo fondante di questo blog. Se molti di voi conoscono Southampton sono sicuro che sia per la sua squadra di calcio, il Southampton Football Club. Si tratta di una di quelle società inglesi che, pur avendo vinto poco niente nella loro storia, hanno una fortissima forza di attrazione nei confronti degli appasionati di calcio estranei al mondo anglosassone.

I motivi possono essere svariati. Nel nostro caso ha sicuramente aiutato lo stadio, il mitico The Dell, buco angusto e caratteristico, casa dei biancorossi dal 1898 al 2001. 103 anni in cui ha visto tre secoli ed è passato più o meno indenne da tante disavventure. Compreso un bombardamento nazista durante la Seconda Guerra Mondiale. Il 30 novembre del 1940 una bomba tedesca cadde in area di rigore provocando un cratere di 6 metri. Il Southampton fu costretto a giocare in altri stadi per il resto della stagione e in una occasione dovette addirittura cercare ospitalità a Fratton Park, casa dei rivali storici del Portsmouth. Uno smacco difficile da digerire…

The Dell in una veduta aerea

The Dell in una veduta aerea

Un altro motivo che ha contribuito ad aumentare l’appeal nei confronti del Southampton è stato uno dei suoi giocatori più rappresentativi, Matthew Le Tissier, uno degli ultimi eroi romantici del calcio. Le Tissier è nativo di Guernsey, una delle isole principali della Manica, famosa, prima di lui, per essere stata il luogo d’esilio di Victor Hugo tra il 1855 e il 1870. Fu nella sua casa della capitale St. Peter Port che lo scrittore francese portò a compimento la lunga stesura de I Miserabili.

A St. Peter Port Le Tissier nacque, ma fu a Southampton che divenne calciatore di conclamata fama. Rimase lì per più di 15 anni, giocandovi tutta la carriera, rifiutando ripetutamente le offerte che provenivano da squadre più blasonate, diventando una indiscussa e amata bandiera dall’alto dei suoi 209 gol in 540 presenze complessive. Giocando da centrocampista offensivo, mica da prima punta.

La leggenda Matthew Le Tissier

La leggenda Matthew Le Tissier

Uno dei record che lo hanno consacrato riguarda i calci di rigore. Su 48 massime punizioni battute in carriera, Le Tissier ne ha trasformate ben 47. Calcolatrice alla mano, una discreta percentuale di realizzazione.

In Inghilterra il Southampton è conosciuto anche per essere una sorta di Atalanta britannica per quanto riguarda la cura del settore giovanile. Dai campi dove si allenano le squadre dell’Academy sono passati giocatori come Alan Shearer, Mick Channon e, in tempi più recenti, Theo Walcott, Gareth Bale e Alex Oxlade-Chamberlain.

Come potete notare non tutti hanno seguito le orme di Le Tissier e la maggior parte di loro si è affermata nel calcio con addosso una divisa diversa dalla storica maglia biancorossa del Soton (espressione gergale per la squadra e la città, dal quale deriva anche l’aggettivo sotonian per indicare gli abitanti). Tra questi ce n’è uno che è addirittura riuscito a farsi un nome, non solo non indossando quella maglia, ma non indossando proprio nessuna maglia. E nemmeno i pantaloni. E nemmeno le mutande…

Un giovane Gareth Bale ai tempi del Southampton

Un giovane Gareth Bale ai tempi del Southampton

Danny Mountain è nato in Inghilterra il 18 luglio del 1984. Gli piaceva il calcio, ci sapeva fare col pallone e, all’età di 9 anni, riuscì ad entrare nel settore giovanile del Southampton. Il talento non gli mancava. A 12 anni Alan Ball e Geoff Hurst, due campioni del mondo con l’Inghilterra nel 1966, lo videro giocare e gli prospettarono un grande futuro. Alcune squadre di Londra fecero arrivare le loro offerte ma Danny, tifosissimo dei colori per cui giocava, non volle saperne di andar via.

I 16 anni sono un’età cruciale per un giovane calciatore, una sorta di crocevia, un bivio dove spesso si vede quale siano le reali potenzialità del ragazzo. Anche per Danny fu così, ma non come avrebbe sperato. Un tackle assassino gli distrusse un ginocchio e ogni possibilità di diventare un giocatore professionista. Fu costretto ad abbandonare il calcio.

Siccome di qualcosa bisogna pur vivere, finì a fare il carpentiere. Nonostante non fosse un mestiere da sogno, riusciva comunque ad avere un certo successo con le donne. È belloccio e fisicato. E ha doti molto apprezzate…Iniziò a frequentarsi con una ragazza molto bella, quella che noi chiameremmo “una ragazza da copertina”.

Un esempio di terza pagina inglese. Lo so, manca la parte più interessante...

Un esempio di terza pagina inglese. Lo so, manca la parte più interessante…

In Inghilterra usano un’altra espressione, ossia “ragazza da terza pagina” per l’abitudine dei tabloid, lanciata dal Sun a inizio anni ’70, di piazzare foto di femmine scarsamente vestite in quella sezione del giornale. È curioso notare come anche in Italia, tempo fa, avessimo pensato di inserire qualcosa di particolare in terza pagina. Ma da noi si trattava della pagina della cultura, da loro è quella delle donnine nude. Lungi da me sbilanciarmi su quale nazione abbia fatto la scelta migliore…

Torniamo a Danny e alla ragazza molto attraente. Lo era tanto da fare la modella. Il suo agente le propose di provare a fare un provino per un film porno. Lei non era molto per la quale, ma alla fine andò, accompagnata dal nostro. Come succede sempre in questi casi, alla fine venne preso lui e di lei si son perse le tracce.

Danny entrò così nell’industria pornografica e ben presto si trasferì negli Stati Uniti, che in un certo senso stanno al porno come l’Inghilterra sta al calcio. Ha lavorato per tutte le grandi case di produzioni a stelle e strisce: Elegant Angel, Wicked Pictures, Digital Playground, Penthouse, New Sensations, Brazzers e molte altre (non chiedetemi perchè le conosco…). Il tutto non usando mai un nome d’arte, circostanza che nel settore è probabile e ricorrente come quella di trovare una persona sobria in un pub di Dublino il 17 marzo…

Danny Mountain, in versione giovane calciatore e in versione attuale

Danny Mountain, in versione giovane calciatore e in versione attuale

Al giorno d’oggi, Danny Mountain è uno dei più apprezzati performer maschili dell’industria a luci rosse, sia dagli spettatori, che dagli addetti ai lavori. Di sicuro sembrano apprezzarlo molto le sue colleghe…

Bene, starete pensando, ma il santo dell’inizio dell’articolo? Presto detto. Il Southampton è nato sotto l’egidia di una associazione ricreativa ecclesiastica, la St. Mary Church Young Men’s Association. Per questo motivo i suoi calciatori vengono soprannominati Saints, i santi.

Anche Danny Mountain era un santo. Un santo diventato pornoattore.

Gli impresentabili – Treviso a cattivo gioco

Bepi da Preganziol

Bepi da Preganziol

La Serie A all’improvviso, quando meno te lo aspetti. Quasi tutti i tifosi sono concordi nel ritenere che i successi più belli siano quelli non pronosticati, arrivati a sorpresa. Per dirla schietta: secondo voi hanno goduto di più i tifosi greci per l’Europeo del 2004 o quelli spagnoli per l’edizione del 2012? Chiaro, no?

A volte però l’effetto sorpresa può trasformarsi nel più doloroso dei boomerang. Ne sanno qualcosa a Treviso…

L’anno di grazia è il 2005. Il Treviso è in Serie B e gioca un onorevole campionato. L’inizio è difficile. Sotto la guida di coach Giancarlo D’Astoli i biancoazzurri fanno fatica e conquistano solo 5 punti in 9 partite. Scontato l’esonero. A subentrare è Giuseppe Pillon, per tutti Bepi. Segni particolari: baffo d’assalto. È un personaggio conosciuto sulle rive del Sile. È nato a Preganziol, a pochi kilometri dalla città, e ha già giocato e allenato all’Omobono Tenni.

Con lui la squadra si riprende e si toglie parecchie soddisfazioni. A fine anno la classifica vede nell’ordine: Genoa, Empoli, Torino, Perugia, Treviso e Ascoli. Le prime due vanno dirette in A, le altre si giocano i playoff.

Un 11 di quella stagione

Un 11 di quella stagione

Nella Marca, visto come si erano messe le cose, son già contenti così e nessuno si dispera troppo quando il Perugia li batte sia all’andata che al ritorno. Gli umbri vanno in finale contro il Torino, ma hanno la peggio dopo un soffertissimo doppio scontro.

Bene, promosse sono quindi Genoa, Empoli e Torino. Ehm…non proprio. Poco dopo la fine del campionato scoppia la bomba. Alcune indagini portano alla luce un tentativo di addomesticamento dell’ultima partita di campionato del Genoa contro il Venezia. I grifoni vengono retrocessi all’ultimo posto e finiscono in C1.

Va bene, ok, nessun problema. Le promosse sono Empoli, Torino e Perugia, ripescato dopo la finale persa. Ehm…non ancora. Sia i piemontesi che gli umbri si trovano in condizioni economiche disastrose e falliscono. Ergo, diventa automatico il ripescaggio per Ascoli e Treviso.

Lo sloveno di belle speranze

Lo sloveno di belle speranze

Peccato che tra un ricorso e l’altro l’ufficialità della cosa arrivi solo il 16 agosto, a neanche due settimane dall’inizio del campionato. Il presidente Ettore Setten e i dirigenti devono fare autentiche acrobazie di mercato per allestire una squadra all’altezza. Sulla carta i giocatori buoni arrivano. Tra gli altri ci sono i gemelli Filippini, Pinga, Andrea Dossena, Dino Fava e un giovane portiere sloveno di belle speranze, tale Samir Handanovic.

Tutto molto bello, ma la coesione di gruppo, in soli 10 giorni, è dura da trovare per il tecnico Ezio Rossi. Ezio Rossi? E il Bepi da Preganziol? Si è trasferito ad ovest, sulla panchina del Chievo. E verrà molto rimpianto.

Arriva il fatidico giorno. La prima giornata è in trasferta. Non una trasferta banale, ma a San Siro, contro l’Inter. Al centro dell’attacco dei nerazzurri c’è il brasiliano Adriano, ancora Imperatore con la I maiuscola e quel giorno, sfiga!, più in forma del solito. Ne fa 3 e tutto il Treviso, in particolare lo sloveno di belle speranze che sta in porta, passa una giornataccia.

In città comunque si respira entusiasmo e soddisfazione. I media sembrano di colpo accorgersi della Marca e del suo movimento sportivo. Treviso viene proclamata la capitale italiana dello sport, essendo all’epoca l’unica città a vantare una compagine nelle massime serie dei quattro sport di squadra più popolari in Italia, ossia calcio, basket, volley e rugby.

L'Omobono Tenni

L’Omobono Tenni

E poi, vabbè, l’inizio è stato duro, ma c’è tempo per riprendersi e si può puntare forte sul fattore campo. Ehm…sì, ma anche no. Il Tenni è un catino da 7.000 e rotti posti, situato poco fuori le mura della città. Non bellissimo, a dir la verità, ma raccolto, caldo, appassionato. Ma per la Lega Calcio non è a norma. Tocca traslocare, almeno per il tempo necessario a metterlo in ordine.

Si finisce a Padova che non è come per il Pisa andare a giocare a Livorno, ma non è neanche essere ospiti a casa di amici. L’esilio dura fino al 23 ottobre.

Le cose sul campo, quale esso sia, vanno maluccio. Le prime 5 partite sono tutte sconfitte. Qualche pareggio che fa morale, poi alla nona giornata arriva la prima storica vittoria in Serie A, 2 a 1 alla Reggina in trasferta. Autori dei gol, Francesco Parravicini e Gigi Beghetto, storico capitano ricordato ancora con affetto dai tifosi.

Si pensa alla riscossa, ma la squadra arranca ancora. Ezio Rossi viene silurato e la dirigenza riprova la carta dell’enfant du pays, che tanto bene aveva funzionato l’anno prima, chiamando il trevigiano Alberto Cavasin. Il nuovo tecnico coglie 5 punti nelle prime 5 partite, grazie anche alla seconda vittoria stagionale, 2 a 1 contro il Lecce. Poi però è di nuovo pianto e stridore di denti.

L'idolo Gigi Beghetto

L’idolo Gigi Beghetto

A gennaio si tenta il colpo di coda sul mercato. L’acquisto principale è Walter Baseggio, centrocampista belga di padre trevigiano, bandiera dell’Anderlecht e con buona esperienza internazionale. Arrivano anche giocatori del calibro di Christian Maggio e Marco Borriello. Solo che sono qualche anno distanti dai loro periodi migliori.

Dopo la 26esima giornata salta anche Cavasin e a sostituirlo arriva Diego Bortoluzzi. Anche lui della Marca, di Vittorio Veneto. Non si sa mai…

Il 2 aprile arriva uno dei momenti più alti della stagione. In un Tenni gremito, il Treviso strappa con orgoglio un punto alla fortissima Juventus di Capello, bloccandola sullo 0 a 0. Una settimana dopo però arriva un’altra sconfitta. Al San Filippo di Messina finisce 3 a 1 per i padroni di casa. È il risultato che certifica, con 5 giornate d’anticipo, la retrocessione in Serie B dopo una sola stagione.

Le ultime partite sono semplice accademia, ma all’ultimissima giornata arriva l’ormai inutile terza vittoria, contro l’Udinese, anche questa per 2 a 1.

Alla fine è ultimo posto con 21 punti conquistati, frutto di 3 vittorie, 12 pareggi e ben 23 sconfitte. Le reti fatte sono 24 (il peggiore attacco del campionato), quelle subite 56 (risultato neanche tanto brutto, visto che ben sei squadre fanno peggio).

Bene, quindi le retrocesse sono Treviso, Lecce e Messina.

C'era anche Reginaldo quell'anno a Treviso

C’era anche Reginaldo quell’anno a Treviso

Ehm, forse…l’8 maggio 2006 scoppia Calciopoli. In un primo momento la giustizia sportiva manda in Serie B Juventus, Lazio e Fiorentina, salvando quindi le tre retrocesse.

Ci risiamo, pensa qualcuno.

Poi però i verdetti vengono mitigati e ad andare in B è solo la Juve. Rimane in A solo il Messina.

Il Treviso deve retrocedere sul serio.

Visto i precedenti, forse è meglio così.