Gli impresentabili – L’impero colpisce Ancona

Con questo articolo inauguro una serie di ritratti di squadre particolari. Detta senza troppi giri di parole, si parlerà di compagini che sono andate male, hanno fatto fatica, hanno fatto disperare i loro tifosi e, in fondo, ci hanno fatto tanto ridere. Loro malgrado. Si inizia con un must assoluto: l’Ancona del 2003-2004.

La rosa di quella squadra

La rosa di quella squadra

Ad Ancona la Serie A l’aspettavano da tempo. L’avevano assaggiata solo una volta. Stagione 1992-1993, Vincenzo Guerini allenatore, Sergio Zarate (fratello del Mauro laziale e tra i bidoni storici del calcio italiano) in attacco e retrocessione immediata.

Nella città dorica devono attendere più di dieci anni per poterne assaporare ancora una volta il gusto. La figura chiave è quella di Ermanno Pieroni. Già dirigente di Messina e Perugia, gran scopritore di talenti, figura controversa. Quanto meno per quei magistrati che lo hanno indagato per raffinatezze come falso, truffa, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta.

Il presidente

Il presidente

Ma i tribunali, le toghe e le inchieste appartengono ad un periodo successivo che non ci interessa. Torniamo indietro. Nel 2002 il nostro diventa presidente dell’Ancona. I programmi sono ambiziosi e, alla fine della stagione 2002-2003, arriva la promozione in Serie A con Gigi Simoni timoniere dalla panchina.

Il tecnico però a fine anno non viene riconfermato. Bene, ora immaginatevi il momento. Squadra che torna in A dopo anni, periodo di grande attesa, l’artefice principale se ne è andato e bisogna trovare un sostituto. Insomma, scegliere il nome giusto deve essere una priorità, un buon viatico per un campionato di livello.

Pieroni lo sa e pare aver scelto: Carletto Mazzone. Beh caspita, il Sor Magara, tecnico esperto, abituato a lavorare in provincia, un decano di sicuro affidamento. Tutti contenti? Sì, ma anche no, perchè nelle Marche il nome di Mazzone fa rima con Ascoli (9 anni da giocatore e più di dieci da allenatore dei bianconeri). Mettere un simbolo dell’Ascoli sulla panchina dell’Ancona? Brutta idea…

Leonardo Menichini. L'allenatore. Il primo...

Leonardo Menichini. L’allenatore. Il primo…

In città, tra i tifosi, scoppia il finimondo. A Mazzone pare vengano recapitate persino delle minacce di morte. Il clima si fa pesantuccio e il tecnico romano alla fine preferisce defilarsi. Chi lo sostituisce? Leonardo Menichini, suo vice storico e con addosso molta meno puzza di bianconero.

Superato questo patema e costruita la squadra con qualche nome importante si parte. Per cominciare sono un punto nelle prime 5 partite con 2 gol fatti e 12 subiti. Menichini in bilico? Eh sì, anzi proprio buttato giù dalla panca. Lo sostituisce Nedo Sonetti, l’uomo di Piombino, esperto in situazioni disperate. Appunto, non in miracoli. Coglie altri 4 pareggi in 13 gare e viene mandato a casa anche lui.

Arriva Giovanni Galeone, altro vecchio bucaniere delle panchine italiane. Risultati? Pochini. Vittorie? Fino alla 29esima giornata non se ne parla neanche. In pieno aprile, è il Bologna a cadere per la prima volta sotto i colpi dorici. Ironia della sorte, chi siede sulla panchina rossoblu? Carlo Mazzone…

Almeno lo stadio era bello, dai...

Almeno lo stadio era bello, dai…

A quel punto però i buoi sono già scappati dal recinto da un bel pezzo. La retrocessione è ormai una certezza e a niente serve una secondo vittoria, alla penultima giornata, contro l’Empoli. A fine anno la classifica vede l’Ancona ultimo, ça va sans dire, con 13 punti, 2 vittorie, 7 pareggi e 25 sconfitte. I gol fatti sono 21 (peggiore attacco), quelli subiti 70 (non dovreste neanche domandare a questo punto…). 17 sono i punti di distacco dalla penultima, 21 quelli dalla salvezza. Benissimo, insomma…

Ma era davvero così scarsa quella squadra? Innanzitutto specifichiamo una cosa. Parlare di squadra, al singolare, è riduttivo perchè a gennaio, visti i risultati non proprio soddisfacenti, Pieroni ha pensato bene di rivoluzionare tutto, stravolgendo l’organico. A fine anno i giocatori scesi in campo almeno una volta superano senza problemi le 40 unità.

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Andiamo a vedere i reparti.

In porta gioca nella prima parte Alessio Scarpi e nella seconda Sergio Marcon. Sarebbe ingiusto dire che fossero inadeguati, sicuramente tra i meno colpevoli. Nel caos riesce a racimolare 3 presenze anche lo svedese Magnus Hedman, portiere titolare della nazionale svedese, che però viene ricordato dai più solo per Magdalena Graaf, la bellissima moglie.

In difesa si alternano onesti giocatori, ma si tratta per lo più di gente un pò troppo in là con gli anni o che ha già dato quello che poteva dare. In più una serie di mestieranti, tipo il brasiliano Fabio Bilica e il serbo Drazen Bolic. Niente di serio. Da segnalare la meteora Bruce Dombolo Pungu, francese di colore con nome da cartone animato e una leggenda che lo vuole affiliato al clan dei marsigliesi.

A centrocampo abbiamo Helguera, Jorgensen e Baggio. Peccato che non siano Ivan, Martin e Roberto, ma i parenti o omonimi Luis, Mads e Dino (a suo tempo grande centrocampista, ma per l’occasione ad uno degli ultimi e poco convincenti giri della sua carriera).

Jardel durante la presentazione

Jardel durante la presentazione

Tra i centrocampisti è passato alla storia Pietro Parente. Vi anticipo subito la domanda: non per meriti sportivi, bensì per uno spavento. Uno spavento? Sì. La partita è Ancona-Lazio. Ad un certo punto Jaap Stam, colosso olandese con il quale nessuno litigherebbe neanche per un parcheggio, entra in scivolata su Parente. Il nostro lo evita e d’istinto reagisce con una pedata. Stam la prende bene il giusto. Si rialza, prende il dorico per il collo e gli spiega a modo suo un paio di cose. La faccia impietrita di Parente durante quei cinque interminabili secondi è diventata un cult in rete.

L’attacco presenta i nomi più caldi di tutta la rosa. Durante la stagione si alternano alcuni degli avanti più rappresentativi degli anni ’90: Maurizio “El segna semper lu” Ganz, Dario “Tatanka” Hubner, Pasquale “il toro di Sora” Luiso e Paolino “sì, proprio quello delle figurine delle chewing-gum” Poggi. Tutto molto bello se fosse il 1998. Nel 2004 un attimo meno.

Il reparto è completato da Milan Rapaic (croato, talentuoso, tra i meno peggio, ma discontinuo e lunatico come pochi) Christian Bucchi, Salvatore Bruno, Corrado Grabbi (buoni, ma forse più adatti alla B) e da un giovane promettente in prestito dall’Inter, tale Goran Pandev.

A gennaio, Pieroni tenta la mandrakata vera. Vuole il nome di grido. Compra Mario Jardel, attaccante brasiliano. Non uno qualsiasi. Due volte Scarpa d’Oro, per anni ha timbrato con una regolarità impressionante le reti portoghesi e turche con le maglie di Porto, Sporting e Galatasaray. Per queste tre squadre scende in campo 274 volte segnando 266 gol.

Jardel dopo la presentazione

Jardel dopo la presentazione

Un fenomeno che nei giorni migliori era accostato un giorno sì e l’altro pure alle grandi. Appunto, alle grandi. Che ci fa un tipo del genere ad Ancona? Rimpiange il tempo che fu, in pratica. Arriva nelle Marche che è nel pieno dei suoi problemi con la cocaina che gli rovinano la carriera. È depresso e visibilmente sovrappeso, tanto che per i tifosi diventa Lardel.

All’arrivo in Italia sfodera parole ambiziose.«Questa volta l’Italia l’ho presa e non la perdo più», «Lasciatemi fare gol, salvare l’Ancona, e allora qualcuno arriverà a richiedermi. Io ci credo ancora a una grande italiana», «Ho qualche chilo da smaltire, ma presto vedrete il vero Jardel».

Dura 3 partite, una più imbarazzante dell’altra. Non arriva a giugno. L’Ancona sì. Ma sarebbe stato meglio neanche cominciare.

 

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