Serie B 2012-2013 – Proviamo a spiegarla in 5 punti

Una manita di considerazioni sulla Serie B, aspettando i playoff.

  • Nereo Bonato

    Nereo Bonato

    Delle due promosse abbiamo già parlato, soprattutto del Verona, ma qualcosa possiamo ancora dire. Hanno avuto un campionato simile, con squadre costruite per primeggiare e che hanno rispettato il pronostico. Entrambe hanno alle spalle società solide. Non saranno di passaggio in Serie A.

    Gli ambienti e i background storici sono molto differenti. Verona è una città di più di 200.000 abitanti che adora da sempre la sua squadra, anche in virtù di risultati storici del passato.

    Sassuolo arriva a malapena a 40.000, giocherà per la prima volta in A e fino a dieci anni fa annaspava in C2. Come ha dichiarato in una recente intervista Francesco Magnanelli, perno del centrocampo neroverde, all’epoca della promozione in C1 la gente guardava festeggiare i calciatori per strada come se fossero alieni.

    Questi due mondi hanno però un trait d’union: Nereo Bonato. L’attuale direttore sportivo del Sassuolo è veronese e, dopo aver contribuito alla promozione in B degli emiliani, aveva provato a risollevare anche le sorti squadra della sua città. I risultati furono discutibili e fu inevitabile il divorzio e il ritorno al vecchio amore. Nonostante i tifosi i gialloblu non lo ricordino proprio con affetto, lui è senz’altro l’uomo più felice del mondo per l’epilogo di questa stagione.

  • Francesco Tavano e Massimo Maccarone, coppia gol empolese

    Francesco Tavano e Massimo Maccarone, coppia gol empolese

    Sono stati a lungo a rischio, ma alla fine i playoff si giocheranno. Come al solito sono un grande incrocio di storie. La prima semifinale vede di fronte Livorno e Brescia. Gli amaranto sono ovviamente favoriti. Per un soffio non hanno centrato la promozione diretta e non hanno niente da invidiare a Verona e Sassuolo. Il Brescia in regular season ha fatto 18 punti in meno. È una squadra rognosa, un manipolo di giovani guidati da qualche vecchia volpe e un tecnico in gamba come Calori.

    Molto interessante sarà anche l’altra semifinale, Novara-Empoli. Campionati simili, i loro. Entrambe erano partite male, malissimo. Sembrava che l’unico obiettivo stagionale dovesse essere la salvezza. Invece non è stato così, grazie a strategie differenti, per certi versi opposte.

    I toscani dopo 9 partite avevano totalizzato solo 4 punti. Mister Maurizio Sarri, reduce da avventure poco entusiasmanti su altre panchine, pareva avere le ore contate. La società però ci ha creduto e non lo ha esonerato. Lui è stato bravo a riprendere in mano la situazione e ha rilanciato la squadra grazie ai gol del trio Tavano-Maccarone-Saponara.

    Brutto anche l’inizio dei piemontesi. Dopo 12 giornate i punti erano solo 10. Inevitabile e doloroso l’esonero per Attilio Tesser, l’artefice del doppio salto dalla C alla A. Dopo il breve interregno di Giacomo Gattuso è stato chiamato Alfredo Aglietti. Da qui è iniziata la rincorsa. Il protagonista? Pablo Gonzalez, sugli scudi con 14 gol e 20 assist. Ah, che squadra allenava Aglietti fino all’anno scorso? L’Empoli, mi pare ovvio…

  • Piero Camilli, il turbolento presidente del Grosseto

    Piero Camilli, il turbolento presidente del Grosseto

    Capitolo retrocessioni. Il Grossetto, vista la penalizzazione, sembrava spacciato e in effetti non ha mai lasciato l’ultima posizione. Nota di merito per il patron Camilli. Per non cadere nell’ovvietà eviterò di dire che è lo Zamparini della B, ma i numeri sono impietosi: 4 allenatori cambiati con Francesco Moriero che ha iniziato e finito.

    La Pro Vercelli ha purtroppo dimostrato che il romanticismo nel calcio non è tutto. Rivedere le Bianche Casacche ad un livello così alto è stata una bella emozione. La storia gloriosa di questo club si percepisce anche a distanza di decenni. Peccato non serva a vincere le partite.

    Altra retrocessione è quella dell’Ascoli. I bianconeri si sono visti esplodere in casa l’attaccante Simone Zaza, ma questo non è bastato per evitare di salutare la cadetteria dopo dieci anni e 2 stagioni giocate anche in Serie A. L’alternanza in panchina tra Silva e Pergolizzi non ha aiutato.

    Infine il Vicenza. I biancorossi retrocedono per il secondo anno di fila e questo è un piccolo record. Tornano in C dopo vent’anni e due ripescaggi che hanno scongiurato che questa eventualità si verificasse prima. Oh, visto i tempi che corrono non mi meraviglierei succedesse di nuovo, ma se la squadra rimane con questa ossatura si rischia il tris…

  • Un'esultanza dei giocatori del Lanciano

    Un’esultanza dei giocatori del Lanciano

    Podio di sorprese al netto di quanti abbiamo già parlato. Il Bari partiva da una penalizzazione pesante, ma la cosa non ha affossato la banda di Torrente. Campionato straordinario per le premesse e i mezzi a disposizione.

    Si può dire lo stesso anche del Lanciano. In estate erano dati da tutti come spacciati, ma il campo ha raccontato un’altra storia. Capolavoro di mister Gautieri che si lancia così verso nuove panchine, forse in Serie A.

    Ottimo campionato anche per un’altra neopromossa, la Ternana. Mimmo Toscano, anche lui tecnico che meriterebbe una prova nei piani alti, ha costruito la sua squadra su un reparto arretrato rocciosissimo (solo 38 gol al passivo, seconda difesa del campionato) e ha conquistato una salvezza che in alcuni momenti profumava di qualcosa di più.

  • Marco Sansovini, il miglior giocatore della stagione dello Spezia

    Marco Sansovini, il miglior giocatore della stagione dello Spezia

    Per bilanciare, ecco tre grandi delusioni. La più grande di tutti, inutile nascondersi, è lo Spezia. In estate sembrava dovesse ammazzare il campionato. Già in autunno si capiva che, nonostante il mercato sontuoso, non sarebbe accaduto. In primavera si è rischiato addirittura di essere risucchiati nella lotta per non retrocedere. Quest’anno è andato così. Ma di sicuro un uomo ambizioso come il patron Volpi non sopporterà un’altra stagione simile.

    Un discorso simile si può fare anche per il Padova. Con l’ingaggio di Fulvio Pea i biancoscudati sembravano essersi assicurati il top per la panchina. Poi però qualcosa non ha funzionato, Pea è andato e tornato, ma ormai i giochi erano fatti. I giocatori buoni ci sono. Qualcosa va cambiato, ma la base c’è. Ma ci vuole calma all’Euganeo.

    Si è sciolto sul più bello invece il Varese. I lombardi erano diretti verso la terza partecipazione consecutiva ai playoff. Poi il crollo finale, costato la panchina a Castori. Dopo il due non c’è stato il tre. O è solo rimandato?

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Gli impresentabili – L’impero colpisce Ancona

Con questo articolo inauguro una serie di ritratti di squadre particolari. Detta senza troppi giri di parole, si parlerà di compagini che sono andate male, hanno fatto fatica, hanno fatto disperare i loro tifosi e, in fondo, ci hanno fatto tanto ridere. Loro malgrado. Si inizia con un must assoluto: l’Ancona del 2003-2004.

La rosa di quella squadra

La rosa di quella squadra

Ad Ancona la Serie A l’aspettavano da tempo. L’avevano assaggiata solo una volta. Stagione 1992-1993, Vincenzo Guerini allenatore, Sergio Zarate (fratello del Mauro laziale e tra i bidoni storici del calcio italiano) in attacco e retrocessione immediata.

Nella città dorica devono attendere più di dieci anni per poterne assaporare ancora una volta il gusto. La figura chiave è quella di Ermanno Pieroni. Già dirigente di Messina e Perugia, gran scopritore di talenti, figura controversa. Quanto meno per quei magistrati che lo hanno indagato per raffinatezze come falso, truffa, appropriazione indebita e bancarotta fraudolenta.

Il presidente

Il presidente

Ma i tribunali, le toghe e le inchieste appartengono ad un periodo successivo che non ci interessa. Torniamo indietro. Nel 2002 il nostro diventa presidente dell’Ancona. I programmi sono ambiziosi e, alla fine della stagione 2002-2003, arriva la promozione in Serie A con Gigi Simoni timoniere dalla panchina.

Il tecnico però a fine anno non viene riconfermato. Bene, ora immaginatevi il momento. Squadra che torna in A dopo anni, periodo di grande attesa, l’artefice principale se ne è andato e bisogna trovare un sostituto. Insomma, scegliere il nome giusto deve essere una priorità, un buon viatico per un campionato di livello.

Pieroni lo sa e pare aver scelto: Carletto Mazzone. Beh caspita, il Sor Magara, tecnico esperto, abituato a lavorare in provincia, un decano di sicuro affidamento. Tutti contenti? Sì, ma anche no, perchè nelle Marche il nome di Mazzone fa rima con Ascoli (9 anni da giocatore e più di dieci da allenatore dei bianconeri). Mettere un simbolo dell’Ascoli sulla panchina dell’Ancona? Brutta idea…

Leonardo Menichini. L'allenatore. Il primo...

Leonardo Menichini. L’allenatore. Il primo…

In città, tra i tifosi, scoppia il finimondo. A Mazzone pare vengano recapitate persino delle minacce di morte. Il clima si fa pesantuccio e il tecnico romano alla fine preferisce defilarsi. Chi lo sostituisce? Leonardo Menichini, suo vice storico e con addosso molta meno puzza di bianconero.

Superato questo patema e costruita la squadra con qualche nome importante si parte. Per cominciare sono un punto nelle prime 5 partite con 2 gol fatti e 12 subiti. Menichini in bilico? Eh sì, anzi proprio buttato giù dalla panca. Lo sostituisce Nedo Sonetti, l’uomo di Piombino, esperto in situazioni disperate. Appunto, non in miracoli. Coglie altri 4 pareggi in 13 gare e viene mandato a casa anche lui.

Arriva Giovanni Galeone, altro vecchio bucaniere delle panchine italiane. Risultati? Pochini. Vittorie? Fino alla 29esima giornata non se ne parla neanche. In pieno aprile, è il Bologna a cadere per la prima volta sotto i colpi dorici. Ironia della sorte, chi siede sulla panchina rossoblu? Carlo Mazzone…

Almeno lo stadio era bello, dai...

Almeno lo stadio era bello, dai…

A quel punto però i buoi sono già scappati dal recinto da un bel pezzo. La retrocessione è ormai una certezza e a niente serve una secondo vittoria, alla penultima giornata, contro l’Empoli. A fine anno la classifica vede l’Ancona ultimo, ça va sans dire, con 13 punti, 2 vittorie, 7 pareggi e 25 sconfitte. I gol fatti sono 21 (peggiore attacco), quelli subiti 70 (non dovreste neanche domandare a questo punto…). 17 sono i punti di distacco dalla penultima, 21 quelli dalla salvezza. Benissimo, insomma…

Ma era davvero così scarsa quella squadra? Innanzitutto specifichiamo una cosa. Parlare di squadra, al singolare, è riduttivo perchè a gennaio, visti i risultati non proprio soddisfacenti, Pieroni ha pensato bene di rivoluzionare tutto, stravolgendo l’organico. A fine anno i giocatori scesi in campo almeno una volta superano senza problemi le 40 unità.

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Lo scambio di vedute tra Parente e Stam

Andiamo a vedere i reparti.

In porta gioca nella prima parte Alessio Scarpi e nella seconda Sergio Marcon. Sarebbe ingiusto dire che fossero inadeguati, sicuramente tra i meno colpevoli. Nel caos riesce a racimolare 3 presenze anche lo svedese Magnus Hedman, portiere titolare della nazionale svedese, che però viene ricordato dai più solo per Magdalena Graaf, la bellissima moglie.

In difesa si alternano onesti giocatori, ma si tratta per lo più di gente un pò troppo in là con gli anni o che ha già dato quello che poteva dare. In più una serie di mestieranti, tipo il brasiliano Fabio Bilica e il serbo Drazen Bolic. Niente di serio. Da segnalare la meteora Bruce Dombolo Pungu, francese di colore con nome da cartone animato e una leggenda che lo vuole affiliato al clan dei marsigliesi.

A centrocampo abbiamo Helguera, Jorgensen e Baggio. Peccato che non siano Ivan, Martin e Roberto, ma i parenti o omonimi Luis, Mads e Dino (a suo tempo grande centrocampista, ma per l’occasione ad uno degli ultimi e poco convincenti giri della sua carriera).

Jardel durante la presentazione

Jardel durante la presentazione

Tra i centrocampisti è passato alla storia Pietro Parente. Vi anticipo subito la domanda: non per meriti sportivi, bensì per uno spavento. Uno spavento? Sì. La partita è Ancona-Lazio. Ad un certo punto Jaap Stam, colosso olandese con il quale nessuno litigherebbe neanche per un parcheggio, entra in scivolata su Parente. Il nostro lo evita e d’istinto reagisce con una pedata. Stam la prende bene il giusto. Si rialza, prende il dorico per il collo e gli spiega a modo suo un paio di cose. La faccia impietrita di Parente durante quei cinque interminabili secondi è diventata un cult in rete.

L’attacco presenta i nomi più caldi di tutta la rosa. Durante la stagione si alternano alcuni degli avanti più rappresentativi degli anni ’90: Maurizio “El segna semper lu” Ganz, Dario “Tatanka” Hubner, Pasquale “il toro di Sora” Luiso e Paolino “sì, proprio quello delle figurine delle chewing-gum” Poggi. Tutto molto bello se fosse il 1998. Nel 2004 un attimo meno.

Il reparto è completato da Milan Rapaic (croato, talentuoso, tra i meno peggio, ma discontinuo e lunatico come pochi) Christian Bucchi, Salvatore Bruno, Corrado Grabbi (buoni, ma forse più adatti alla B) e da un giovane promettente in prestito dall’Inter, tale Goran Pandev.

A gennaio, Pieroni tenta la mandrakata vera. Vuole il nome di grido. Compra Mario Jardel, attaccante brasiliano. Non uno qualsiasi. Due volte Scarpa d’Oro, per anni ha timbrato con una regolarità impressionante le reti portoghesi e turche con le maglie di Porto, Sporting e Galatasaray. Per queste tre squadre scende in campo 274 volte segnando 266 gol.

Jardel dopo la presentazione

Jardel dopo la presentazione

Un fenomeno che nei giorni migliori era accostato un giorno sì e l’altro pure alle grandi. Appunto, alle grandi. Che ci fa un tipo del genere ad Ancona? Rimpiange il tempo che fu, in pratica. Arriva nelle Marche che è nel pieno dei suoi problemi con la cocaina che gli rovinano la carriera. È depresso e visibilmente sovrappeso, tanto che per i tifosi diventa Lardel.

All’arrivo in Italia sfodera parole ambiziose.«Questa volta l’Italia l’ho presa e non la perdo più», «Lasciatemi fare gol, salvare l’Ancona, e allora qualcuno arriverà a richiedermi. Io ci credo ancora a una grande italiana», «Ho qualche chilo da smaltire, ma presto vedrete il vero Jardel».

Dura 3 partite, una più imbarazzante dell’altra. Non arriva a giugno. L’Ancona sì. Ma sarebbe stato meglio neanche cominciare.

 

Il ritorno dei Butei – L’Hellas oltre le beffe, ricordando una partita storica

L'uzbeko

L’uzbeko

Il campionato di Serie B sta giungendo al termine. Se tutto va come dovrebbe andare, le tre promosse saranno Sassuolo, Livorno e Hellas Verona.

Per gli emiliani sarebbe un momento storico, la prima volta in Serie A. Sarebbe un evento anche per la classe regina stessa. Nella storia della nostra prima divisione, solo il Casale è stato espressione di un centro più piccolo. E già che c’era ha vinto anche uno scudetto.

Il Livorno tornerebbe tra le grandi dopo 3 stagioni di patimenti. Bravi tutti ad evitare che la squadra cadesse in un lungo oblio, come spesso è capitato a tante realtà che sono retrocesse dopo belle annate in Serie A. Insomma, c’è vita oltre Cristiano Lucarelli.

La storia recente più travagliata è però quella dell’Hellas Verona. Negli ultimi 12 anni, per i tifosi gialloblu l’espressione “se tutto va come dovrebbe andare” è suonata spesso come una presa in giro.

La lista delle beffe è lunga. Nel 2004-2005 l’Hellas arriva settimo in Serie B. Quell’anno Torino, Genoa e Perugia, tra fallimenti e valigette piene di soldi offerte per addomesticare partite, si giocano in vario modo la possibilità di usufruire delle promozioni conquistate sul campo. I ripescaggi premiano Treviso ed Ascoli. Che era arrivato sesto con solo un punto in più del Verona.

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca...

Non me ne vogliano i butei se ho messo la sua foto. Dovere di cronaca…

Nel 2006-2007 la squadra va male. A fine stagione è diciottesima a pari merito con la Triestina. Gli alabardati hanno una differenza reti migliore e sono salvi. I gialloblu sono costretti al play-out con lo Spezia. Pronostici tutti per loro, ma in Liguria si perde 2-1 e al Bentegodi non si va oltre lo 0-0. In quella partita, l’attaccante Aniello Cutolo sbaglia una facile rete che avrebbe significato la salvezza. Ancora oggi, per i tifosi gialloblu il suo nome è l’equivalente di quello Margaret Thatcher per i minatori inglesi.

L’anno dopo, in C1, si parte con l’obiettivo di essere la Juventus della categoria e di cogliere subito la promozione. Si parte col record di abbonamenti e l’entusiasmo a mille. Finisce in psicodramma. La squadra va malissimo da subito e per tutto l’anno non si schioda dall’ultimo posto. È un valzer di allenatori. Inizia Franco Colomba, prosegue Maurizio Sarri, conclude Davide Pellegrini. Con quest’ultimo nel finale di stagione si ha una reazione d’orgoglio. All’ultima giornata si va a Manfredonia contro la squadra locale. Scontro direttissimo. I pugliesi sono ultimi e hanno bisogno di vincere con due gol di scarto per evitare la retrocessione diretta. E vincono, ma solo 2-1 e al 92′. Il gol del Verona, fondamentale, lo segna l’uzbeko Ilyas Zeytulaev, discontinuo centrocampista mezzo calvo, già del vivaio della Juventus.

Ai play-out contro la Pro Patria è ancora terrore. All’andata, vittoria per 1-0. Al ritorno, a pochi minuti dalla fine, il risultato è lo stesso, ma a favore dei tigrotti di Busto Arsizio che, in virtù della migliore posizione di classifica in stagione regolare, sarebbero salvi. Ultimo minuto. Il portiere Rafael rinvia. Un difensore spizza, un giocatore dell’Hellas intercetta, entra in area e scarica in porta. Gol, pareggio, salvezza, goti par tuti. Il marcatore? Sempre lui, sempre l’uzbeko. Da quel giorno un eroe mai dimenticato.

Nel 2009-2010 la società fa sul serio. Promozione come obiettivo dichiarato e squadra costruita per la vittoria. Il campionato è di vertice e ad un certo punto l’Hellas è prima con 8 punti di vantaggio sulla seconda. Poi, all’improvviso, il crollo. Nelle ultime 11 partite colleziona solo 11 punti e viene raggiunta dalle inseguitrici Pescara e Portogruaro. Ironia della sorte, l’ultima giornata è contro i veneziani al Bentegodi. Basterebbe una vittoria per cogliere comunque la promozione diretta e dimenticare gli ultimi mesi di sofferenza. Vince il Portogruaro 1-0. Shock. La squadra non c’è più con la testa e ai play-off va fuori contro il Pescara.

La speranza odierna, Daniele Cacia

La speranza odierna, Daniele Cacia

L’ultima beffa è dell’anno scorso. L’Hellas è neopromosso in Serie B e fa un campionato sorprendente, stando sempre nei piani alti della classifica. Purtroppo Torino e Pescara sono troppo forti, ma i play-off vengono conquistati con facilità. Di fronte c’è il Varese. All’andata, in Lombardia, va subito male, 2-0. Il ritorno finisce invece 1-1 con molte recriminazioni per un aribitraggio impreciso.

Bene, io ora immagino già il commento di qualche ipotetico tifoso gialloblu che stia leggendo: “sì ma, (bestemmia che ometto per decenza, ma che comunque fa rima con Sandokan), sto mona se ga desmentegà la pì bruta de tute“. Calmi, ci arriviamo. Passo indietro.

18 novembre 2001. Si gioca il primo, storico, derby di Verona in Serie A tra Chievo e Hellas. Oddio, derby di Verona…per i tifosi dell’Hellas è in pratica la partita tra LA squadra della città e un branco di parvenu che rappresentano giusto un sobborgo famoso per la diga sull’Adige e perchè ci è morto Umberto Boccioni cadendo da cavallo. Sì, esatto, il futurista. Visto che aveva ragione a preferire le automobili?

Formazioni di quella sera. Chievo: Lupatelli, Foglio, D’Anna, Legrottaglie, Lanna; Manfredini, Corini, Perrotta, Eriberto; Corradi, Marazzina. In panca Gigi Del Neri. Hellas: Ferron, Paolo Cannavaro, Gonnella, Oddo, Seric, Zanchi; Camoranesi, Leonardo Colucci, Italiano; Mutu, Frick. Allenatore Alberto Malesani. A disposizione, tra gli altri, Gilardino, Andrea Dossena, Salvetti e Cassetti.

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone...

Alberto Malesani sotto la curva. Prima di disfarsi del giaccone…

Quel Chievo era il Chievo dei miracoli. Inutile parlarne ancora. Ma quell’Hellas, a suo modo, non era meno prodigioso. Chi aveva messo assieme quei giocatori aveva fatto un gran lavoro, ma forse aveva sbagliato i tempi. Qualche anno dopo, con quella squadra, forse si sarebbe anche potuto lottare per un posto in Champions League. E forse all’Europa qualcuno aveva inziato a pensarci anche quell’anno, anche quella sera.

Minuto 30′. Corini lancia sulla destra. Eriberto, non ancora Luciano, tocca al volo e insacca. Passano sette minuti, sempre Eriberto. Il brasiliano crossa, Seric tocca col braccio. Rigore. Gol di Corini. 2-0.

Ecco, qua cambia tutto.

Reazione immediata. Al 40′ Mutu scatta e si lascia tutti dietro. Lupatelli lo stende. Altro rigore. Oddo trasforma e accorcia. Secondo tempo. Dopo 25 minuti si smuove ancora il punteggio. Salvatore Lanna anticipa l’ancora argentino Mauro German Camoranesi e insacca di precisione all’angolino. Piccolo dettaglio: nella sua porta. È 2-2 e l’inerzia della partita ora è tutta per l’Hellas.

Minuto 73′. Azione sulla sinistra, Salvetti alza la testa e mette al centro. La difesa del Chievo è immobile. Camoranesi no. Tocco in anticipo su Lupatelli e gol del 3-2. Che è anche il risultato finale. Il post-gara passa alla storia. Malesani al triplice fischio corre sotto la curva sud nel tripudio generale. Si fa prendere talmente tanto dall’entusiasmo che, sotto la pioggia, si spoglia e lancia il giaccone ai tifosi. Dimenticandosi delle chiavi di casa che stanno nelle tasche.

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente...

Mutu e Malesani. Quando ancora non si sospettava niente…

Insomma un’impresa prodigiosa, quella sera. Ma anche nel resto della stagione. Alla fine del girone d’andata l’Hellas è quasi in zona UEFA. Nel ritorno crolla, fa solo 14 punti totali e perde le ultime 3 partite, tra cui quella decisiva, all’ultima giornata, contro il Piacenza. Il Verona, con una squadra con 3 futuri campioni del mondo e un manipolo di ottimi giocatori, retrocede.

Non tornerà mai più in Serie A. Ma il prossimo anno ci sarà. Se tutto va come dovrebbe andare, ovvio.

Ad A52 si studia per l’estate: la Confederations Cup!

In questa puntata si parla anche di lui, Cuauhtémoc Blanco

In questa puntata si parla anche di lui, Cuauhtémoc Blanco

Quest’estate si giocherà la nona edizione della Confederations Cup. Torneo spesso vituperato e osteggiato, ma è pur sempre sport ed è sempre bello parlarne.

Per l’occasione, con i compari di Radio Doppio Malto, sono andato a ripercorrerne la storia. Sceicchi, presunti fenomeni, momenti tragici e altri memorabili.

Abbiamo un mese abbondante per studiare.

Come sempre, buon ascolto.