La Crazy Gang di Wimbledon – La storia dei matti che rovesciarono l’Inghilterra

La nostra fermata...

La nostra fermata…

Nello sport, quando si sente parlare di Wimbledon, i primi concetti che vengono in mente sono quelli della tradizione, del rispetto, dell’eleganza, delle fragole con panna.

Se parliamo solo di calcio, la situazione è un pò differente. A Wimbledon, tranquillo sobborgo della periferia sud-occidentale di Londra, ha avuto sede una delle squadre più particolari della storia. Una squadra che forse i concetti di tradizione, rispetto ed eleganza non avrebbe saputo trovarli nemmeno sul dizionario. Sulle fragole con panna mi lascio il beneficio del dubbio.

Andiamo per gradi. Il Wimbledon Football Club nasce nel 1889 a opera di un gruppo di studenti. Per decenni la sua dimensione è quella delle serie dilettantische, dove si distingue come una delle migliori squadre di tutta l’Inghilterra. Nel 1964 avviene il primo passo verso il professionismo. La squadra va bene, coglie qualche promozione e nel 1986 riesce ad arrivare in massima serie.

Dave Bassett, la "mente" tattica della Crazy Gang

Dave Bassett, la “mente” tattica della Crazy Gang

In questa salita dai bassifondi alla cima del calcio inglese bisogna citare due nomi. Il primo è Dave Bassett, l’allenatore della squadra dal 1981 al 1987. La sua idea di calcio è semplice: corsa, determinazione, grinta ai limiti della cattiveria e ancora corsa. Il centrocampo è formato da mastini pronti a mordere. I piedi buoni non servono. Il gioco parte sempre da lanci lunghi della difesa a cercare il centravanti. Poi si spera in un’invenzione, un rimpallo, una sponda. Se va male entrano in azione i mastini di cui prima che, potendo scegliere, passano sempre alle cattive senza mai farsi venire voglia di provare le buone. Chiunque sia l’avversario, l’approccio è sempre quello, rozzo e rustico. Gary Lineker, storico bomber della nazionale inglese, arriva a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo».

La squadra non attira molte simpatie e a questo contribuisce anche la maniera molto poco british con cui i giocatori interpretano la partita. Si va dalle intimidazioni, verbali e non, agli insulti urlati in faccia agli avversari nel tunnel d’ingresso al campo. Se poi si gioca in casa è pronto un cerimoniale di benvenuto che comprende bagni dello spogliatoio ospite intasati e senza carta igienica, zucchero scambiato col sale e radio portata al massimo volume.

Dei burloni insomma. I nostri sono così avezzi allo scherzo più o meno di cattivo gusto anche perchè si allenano tra di loro in modo costante. Qua entra in gioco il secondo nome a cui mi riferivo prima, quello di Wally Downes. Centrocampista, prodotto delle giovanili, grandissimo mattacchione. Gli storici sono concordi nel dire che l’allegro spirito che pervade la squadra abbia in lui il suo padre putativo. Per anni nello spogliatoio si può assistere a una serie di tagliuzzamenti di vestiti e di incendi a borse e effetti personali vari, soprattutto dei nuovi arrivati.

Ora, se quel Wimbledon fosse solo un’accozzaglia di rozzi giocherelloni forse non saremo qua a parlarne. Se quella squadra è nella storia è perchè ha vinto. In modo inaspettato.

Bisogna partire dall’estate del 1987. In quei mesi Bassett lascia la panchina e viene sostituito da Bobby Gould. Il nuovo allenatore si guarda bene dal rivoluzionare lo stile di gioco e continua a riproporre la ricetta del predecessore. In campionato le cose vanno abbastanza bene. A fine stagione si chiude al settimo posto. Posizione onorevole.

Lurch

Lurch

La gloria arriva da un’altra parte. È la F.A. Cup la grande occasione. In successione vengono eliminate West Bromwich Albion, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton Town. La finalissima si gioca, come sempre, nel vecchio Wembley, il 14 maggio del 1988. L’avversario è di un certo pregio. È il Liverpool che, per blasone, tradizione e reali mezzi tecnici (quell’anno i Reds vincono senza problemi il campionato), non può non essere il favorito.

Da una parte una squadra di campioni riconosciuti. Dall’altra? Andiamo a vederne qualcuno…

In porta, Dave Beasant, detto Lurch per la sua somiglianza con il maggiordomo della famiglia Addams. Gioca la finale con un improbabile maglione giallo e passa alla storia come il primo portiere a parare un rigore in una finale di F.A. Cup. Un mostro di longevità: gioca fino a 43 anni ed è l’ultimo giocatore nato negli anni ’50 a venire ancora compreso nella rosa di una squadra professionistica inglese (il Fulham, nella stagione 2003-2004).

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia...

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia…

Al centro della difesa, il Ninja. Eric Young è forte fisicamente, possiede un buon carisma e forma una coppia molto affiatata con l’altro centrale Andy Thorn. Ma la cosa per cui spicca è la fascia marrone che porta sempre in testa. Immagino molto utile da un punto di vista pratico, perchè trovare benefici estetici è dura. Young si segnala anche per essere un nazionale gallese…per scelta. Nato a Singapore, le regole dell’epoca gli consentono di poter rappresentare qualsiasi delle selezioni britanniche. E lui sceglie il Galles, pur non avendo nessun legame familiare con quel posto.

In avanti, nel ruolo di centravanti, troviamo John Fashanu. Colosso d’ebano di padre nigeriano e madre della Guyana, sarebbe quello che dovrebbe fare i gol. E li fa. Solo che ci mette anche parecchie mazzate ai difensori come carico. Fuori dal campo è uno dei più distaccati ed eleganti, al punto da arrivare agli allenamenti in abito gessato e con l’autista. Diviene un personaggio anche in Italia. A Mai dire Gol trova un fan in Peo Pericoli, storico personaggio di Teo Teocoli, che lo soprannomina “la personcina”. A fine carriera si butta in TV. Diventa presentatore e partecipa a dei reality. Nel 2003 è protagonista di un programma dove viene seguita una squadra di amatori da lui allenata. Un Ciccio Graziani nero, in pratica.

Passiamo al centrocampo. Anche qua dei bei tipi. Sulla sinistra Denis Wise. Forse il più talentuoso dei suoi, ma nemmeno lui grande amante del galateo. Tra gli highlights della sua carriera troviamo un morso a Marcelino Elena del Maiorca in una partita di Coppa delle Coppe (quando è già al Chelsea), la rottura della mascella di un suo compagno durante un ritiro con il Leicester e una condanna a tre mesi di prigione (poi annullati in appello) per aver aggredito un tassista. Per un contorno, una lunga serie di giornate di squalifica per delicatezze varie e un rapporto con gli arbitri che fa sempre un pò fatica a decollare. Alex Ferguson dice di lui: «potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota».

Al centro il primo nome è quello di Lawrie Sanchez. Figlio di padre ecuadoregno e madre dell’Irlanda del Nord, potrebbe giocare per entrambe le nazionali, ma sceglie i britannici perchè sono più vicini. Si ritiene che nel 1982 sia stato uno dei primi giocatori al mondo ad essere stato espulso per aver deliberatamente evitato un gol con una mano.

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

Questa carrellata non può non finire con l’altro centrale di centrocampo, l’epitome perfetto dello spirito di quel Wimbledon: Vincent Peter Jones, per tutti solo Vinnie. Gallese, un uomo che ha fatto della rappresentazione maschia della vita e di se stesso una missione. Tra i mastini di centrocampo di cui parlavamo prima, lui è il più mastino di tutti. Subisce 12 espulsioni in carriera, una delle quali entra nella storia come la più veloce di tutti i tempi. In una partita tra Chelsea, dove si trasferisce nel 1991, e Sheffield United ci mette solo 3 secondi a stendere Dane Whitehouse ed essere mandato fuori.

Non sa cosa sia la lesa maestà, anzi ne trae divertimento. Durante la prima tasferta del Wimbledon a Liverpool passa, come tutti, sotto il cartello che domina la scalinata d’accesso al campo. “This is Anfield”, questo è Anfield. Serve ad intimorire gli avversari, a scoraggiarli. Lui per tutta risposta ci attacca sopra un foglio con scritto “bothered”. Più o meno traducibile con “e chissene”. Nel 1987 diviene immortale un tentativo di provocazione ai danni di Paul Gascoigne. Durante una partita contro il Newcastle lo bracca per tutto il campo e ad un certo punto ricorre all’ultima ratio. Allunga una mano e gli strizza i testicoli. La foto di quel momento rimane un’icona del periodo.

La sua fama di duro cresce sempre di più e decide di sfruttarla. Nel 1992 presenta “Soccer’s Hard Men”, un video che contiene alcuni dei suoi più duri contrasti di gioco, più quelli di altri gentiluomini del calcio e una serie di consigli per diventare come loro. Le reazioni sono veementi. La Football Association gli appioppa una multa di 20.000 sterline e una squalifica di sei mesi, posta a sospensione condizionale per tre anni, per aver disonorato il calcio. Arrivano critiche da tutte le parti, dai tifosi, dai colleghi e persino dal suo stesso presidente che lo definisce un «cervello da zanzara». Fuori dal campo le cose vanno un filo meglio. Per la cronaca, qualche denuncia per aggressione, tra cui una per aver preso a schiaffi un passeggero e aver minacciato di morte l’equipaggio di un aereo su cui sta viaggiando. Ubriaco.

In breve, un vero personaggio da action movie. E tale diventa. Nel 1998 esordisce come attore nel film “Lock & Stock” di Guy Richie, regista che in effetti con facce come la sua ci campa da una vita. Nel corso degli anni partecipa a più di una trentina di pellicole, sbarcando anche ad Hollywood dove diventa un apprezzato caratterista. Il film più famoso dove recita è “X-Men – Conflitto Finale”. Interpreta Juggernaut, un gigante nerboruto che mena e spacca. Perfetto.

Bene, ora sapete chi ha in campo il Wimbledon quel 14 maggio del 1988. Risultato finale? Provate a indovinare…

Il Liverpool gioca bene, ma non riesce a sfondare. Al minuto 36 l’arbitro assegna un calcio di punizione laterale per il Wimbledon. Wise mette al centro, Sanchez anticipa tutti e segna.

I Reds provano in tutti i modi a pareggiare. Invano. Al ’61 avrebbero la grande occasione. John Aldridge si guadagna un calcio di rigore. Lo batte lui stesso, ma la traiettoria del tiro, forte e angolata, viene intercettata da Beasant.

La squadra al completo festeggia con la coppa

La squadra al completo festeggia con la coppa

Finisce 1 a 0. Al triplice fischio, John Motson, il commentatore della BBC che sta seguendo la partita, una sorta di Pizzul d’Albione, pronuncia una frase che rimane storica: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!». Quel modo di dire, Crazy Gang, entra a far parte del linguaggio sportivo comune e diventa il soprannome con cui quella squadra viene ancora oggi ricordata.

Dopo quell’inatteso trionfo, il Wimbledon resiste in massima serie per altri dodici anni, senza però ripetere certi successi. Al termine della stagione 1999-2000 retrocede. Rimane qualche anno in serie B. Nel giugno del 2002 viene reso nota l’intenzione della dirigenza di spostare la squadra in un’altra cittadina. Ci si trasferisce a Milton Keynes, a 90 kilometri da Wimbledon. Più o meno, come se Lotito decidesse di spostare la Lazio a Frosinone. I tifosi la prendono malissimo e alcuni di loro fondano un nuovo Wimbledon.

Ora il Milton Keynes Dons F.C. (il diretto erede del vecchio Wimbledon) gioca in League One, terzo livello del calcio inglese, mentre l’AFC Wimbledon (la squadra creata dai tifosi), partendo dai dilettanti, negli anni è arrivato in League Two, una serie più in basso.

Ci vorrebe poco affinchè nei prossimi anni le due squadre si ritrovino l’una contro l’altra in campionato. Sarebbe una partita strana. Un derby particolare. Pazzo. Beh, trattandosi di Wimbledon tutto normale, no?

P.S. Il presidente del Wimbledon ai tempi della Crazy Gang, quello del «cervello da zanzara» a Vinnie Jones per capirci, era tale Sam Hammam, costruttore libanese che si era trasferito in Inghilterra dopo aver fatto fortuna in medioriente. In molti lo ricordano per i suoi metodi poco ortodossi. Una volta tenne prigioniero un calciatore nel suo studio fino alla firma del contratto per sfinimento, nel 1994 fu sorpreso mentre scarabocchiava sui muri nello spogliatoio ospite del West Ham, era solito minacciare i giocatori con gite all’opera in caso di scarse prestazioni e prometteva ricompense altrettanto stravaganti nei casi opposti. Negli anni ’90 promise all’attaccante Dean Holdsworth, se fosse riuscito a raggiungere la soglia di 20 reti in una stagione, una Ferrari e…un cammello. Purtroppo non ce l’ha mai fatta…. Ecco, questo era il padrone di tutto, quello che doveva controllare. Ma vi pare?

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