La Crazy Gang di Wimbledon – La storia dei matti che rovesciarono l’Inghilterra

La nostra fermata...

La nostra fermata…

Nello sport, quando si sente parlare di Wimbledon, i primi concetti che vengono in mente sono quelli della tradizione, del rispetto, dell’eleganza, delle fragole con panna.

Se parliamo solo di calcio, la situazione è un pò differente. A Wimbledon, tranquillo sobborgo della periferia sud-occidentale di Londra, ha avuto sede una delle squadre più particolari della storia. Una squadra che forse i concetti di tradizione, rispetto ed eleganza non avrebbe saputo trovarli nemmeno sul dizionario. Sulle fragole con panna mi lascio il beneficio del dubbio.

Andiamo per gradi. Il Wimbledon Football Club nasce nel 1889 a opera di un gruppo di studenti. Per decenni la sua dimensione è quella delle serie dilettantische, dove si distingue come una delle migliori squadre di tutta l’Inghilterra. Nel 1964 avviene il primo passo verso il professionismo. La squadra va bene, coglie qualche promozione e nel 1986 riesce ad arrivare in massima serie.

Dave Bassett, la "mente" tattica della Crazy Gang

Dave Bassett, la “mente” tattica della Crazy Gang

In questa salita dai bassifondi alla cima del calcio inglese bisogna citare due nomi. Il primo è Dave Bassett, l’allenatore della squadra dal 1981 al 1987. La sua idea di calcio è semplice: corsa, determinazione, grinta ai limiti della cattiveria e ancora corsa. Il centrocampo è formato da mastini pronti a mordere. I piedi buoni non servono. Il gioco parte sempre da lanci lunghi della difesa a cercare il centravanti. Poi si spera in un’invenzione, un rimpallo, una sponda. Se va male entrano in azione i mastini di cui prima che, potendo scegliere, passano sempre alle cattive senza mai farsi venire voglia di provare le buone. Chiunque sia l’avversario, l’approccio è sempre quello, rozzo e rustico. Gary Lineker, storico bomber della nazionale inglese, arriva a commentare: «il modo migliore per guardare il Wimbledon è sul televideo».

La squadra non attira molte simpatie e a questo contribuisce anche la maniera molto poco british con cui i giocatori interpretano la partita. Si va dalle intimidazioni, verbali e non, agli insulti urlati in faccia agli avversari nel tunnel d’ingresso al campo. Se poi si gioca in casa è pronto un cerimoniale di benvenuto che comprende bagni dello spogliatoio ospite intasati e senza carta igienica, zucchero scambiato col sale e radio portata al massimo volume.

Dei burloni insomma. I nostri sono così avezzi allo scherzo più o meno di cattivo gusto anche perchè si allenano tra di loro in modo costante. Qua entra in gioco il secondo nome a cui mi riferivo prima, quello di Wally Downes. Centrocampista, prodotto delle giovanili, grandissimo mattacchione. Gli storici sono concordi nel dire che l’allegro spirito che pervade la squadra abbia in lui il suo padre putativo. Per anni nello spogliatoio si può assistere a una serie di tagliuzzamenti di vestiti e di incendi a borse e effetti personali vari, soprattutto dei nuovi arrivati.

Ora, se quel Wimbledon fosse solo un’accozzaglia di rozzi giocherelloni forse non saremo qua a parlarne. Se quella squadra è nella storia è perchè ha vinto. In modo inaspettato.

Bisogna partire dall’estate del 1987. In quei mesi Bassett lascia la panchina e viene sostituito da Bobby Gould. Il nuovo allenatore si guarda bene dal rivoluzionare lo stile di gioco e continua a riproporre la ricetta del predecessore. In campionato le cose vanno abbastanza bene. A fine stagione si chiude al settimo posto. Posizione onorevole.

Lurch

Lurch

La gloria arriva da un’altra parte. È la F.A. Cup la grande occasione. In successione vengono eliminate West Bromwich Albion, Mansfield Town, Newcastle, Watford e Luton Town. La finalissima si gioca, come sempre, nel vecchio Wembley, il 14 maggio del 1988. L’avversario è di un certo pregio. È il Liverpool che, per blasone, tradizione e reali mezzi tecnici (quell’anno i Reds vincono senza problemi il campionato), non può non essere il favorito.

Da una parte una squadra di campioni riconosciuti. Dall’altra? Andiamo a vederne qualcuno…

In porta, Dave Beasant, detto Lurch per la sua somiglianza con il maggiordomo della famiglia Addams. Gioca la finale con un improbabile maglione giallo e passa alla storia come il primo portiere a parare un rigore in una finale di F.A. Cup. Un mostro di longevità: gioca fino a 43 anni ed è l’ultimo giocatore nato negli anni ’50 a venire ancora compreso nella rosa di una squadra professionistica inglese (il Fulham, nella stagione 2003-2004).

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia...

Il Ninja. La maglia non è quella del Wimbledon, ma con questa si apprezza ancora di più la resa cromatica della fascia…

Al centro della difesa, il Ninja. Eric Young è forte fisicamente, possiede un buon carisma e forma una coppia molto affiatata con l’altro centrale Andy Thorn. Ma la cosa per cui spicca è la fascia marrone che porta sempre in testa. Immagino molto utile da un punto di vista pratico, perchè trovare benefici estetici è dura. Young si segnala anche per essere un nazionale gallese…per scelta. Nato a Singapore, le regole dell’epoca gli consentono di poter rappresentare qualsiasi delle selezioni britanniche. E lui sceglie il Galles, pur non avendo nessun legame familiare con quel posto.

In avanti, nel ruolo di centravanti, troviamo John Fashanu. Colosso d’ebano di padre nigeriano e madre della Guyana, sarebbe quello che dovrebbe fare i gol. E li fa. Solo che ci mette anche parecchie mazzate ai difensori come carico. Fuori dal campo è uno dei più distaccati ed eleganti, al punto da arrivare agli allenamenti in abito gessato e con l’autista. Diviene un personaggio anche in Italia. A Mai dire Gol trova un fan in Peo Pericoli, storico personaggio di Teo Teocoli, che lo soprannomina “la personcina”. A fine carriera si butta in TV. Diventa presentatore e partecipa a dei reality. Nel 2003 è protagonista di un programma dove viene seguita una squadra di amatori da lui allenata. Un Ciccio Graziani nero, in pratica.

Passiamo al centrocampo. Anche qua dei bei tipi. Sulla sinistra Denis Wise. Forse il più talentuoso dei suoi, ma nemmeno lui grande amante del galateo. Tra gli highlights della sua carriera troviamo un morso a Marcelino Elena del Maiorca in una partita di Coppa delle Coppe (quando è già al Chelsea), la rottura della mascella di un suo compagno durante un ritiro con il Leicester e una condanna a tre mesi di prigione (poi annullati in appello) per aver aggredito un tassista. Per un contorno, una lunga serie di giornate di squalifica per delicatezze varie e un rapporto con gli arbitri che fa sempre un pò fatica a decollare. Alex Ferguson dice di lui: «potrebbe scatenare una rissa in una casa vuota».

Al centro il primo nome è quello di Lawrie Sanchez. Figlio di padre ecuadoregno e madre dell’Irlanda del Nord, potrebbe giocare per entrambe le nazionali, ma sceglie i britannici perchè sono più vicini. Si ritiene che nel 1982 sia stato uno dei primi giocatori al mondo ad essere stato espulso per aver deliberatamente evitato un gol con una mano.

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

La sequenza della celeberrima strizzata di Vinnie Jones

Questa carrellata non può non finire con l’altro centrale di centrocampo, l’epitome perfetto dello spirito di quel Wimbledon: Vincent Peter Jones, per tutti solo Vinnie. Gallese, un uomo che ha fatto della rappresentazione maschia della vita e di se stesso una missione. Tra i mastini di centrocampo di cui parlavamo prima, lui è il più mastino di tutti. Subisce 12 espulsioni in carriera, una delle quali entra nella storia come la più veloce di tutti i tempi. In una partita tra Chelsea, dove si trasferisce nel 1991, e Sheffield United ci mette solo 3 secondi a stendere Dane Whitehouse ed essere mandato fuori.

Non sa cosa sia la lesa maestà, anzi ne trae divertimento. Durante la prima tasferta del Wimbledon a Liverpool passa, come tutti, sotto il cartello che domina la scalinata d’accesso al campo. “This is Anfield”, questo è Anfield. Serve ad intimorire gli avversari, a scoraggiarli. Lui per tutta risposta ci attacca sopra un foglio con scritto “bothered”. Più o meno traducibile con “e chissene”. Nel 1987 diviene immortale un tentativo di provocazione ai danni di Paul Gascoigne. Durante una partita contro il Newcastle lo bracca per tutto il campo e ad un certo punto ricorre all’ultima ratio. Allunga una mano e gli strizza i testicoli. La foto di quel momento rimane un’icona del periodo.

La sua fama di duro cresce sempre di più e decide di sfruttarla. Nel 1992 presenta “Soccer’s Hard Men”, un video che contiene alcuni dei suoi più duri contrasti di gioco, più quelli di altri gentiluomini del calcio e una serie di consigli per diventare come loro. Le reazioni sono veementi. La Football Association gli appioppa una multa di 20.000 sterline e una squalifica di sei mesi, posta a sospensione condizionale per tre anni, per aver disonorato il calcio. Arrivano critiche da tutte le parti, dai tifosi, dai colleghi e persino dal suo stesso presidente che lo definisce un «cervello da zanzara». Fuori dal campo le cose vanno un filo meglio. Per la cronaca, qualche denuncia per aggressione, tra cui una per aver preso a schiaffi un passeggero e aver minacciato di morte l’equipaggio di un aereo su cui sta viaggiando. Ubriaco.

In breve, un vero personaggio da action movie. E tale diventa. Nel 1998 esordisce come attore nel film “Lock & Stock” di Guy Richie, regista che in effetti con facce come la sua ci campa da una vita. Nel corso degli anni partecipa a più di una trentina di pellicole, sbarcando anche ad Hollywood dove diventa un apprezzato caratterista. Il film più famoso dove recita è “X-Men – Conflitto Finale”. Interpreta Juggernaut, un gigante nerboruto che mena e spacca. Perfetto.

Bene, ora sapete chi ha in campo il Wimbledon quel 14 maggio del 1988. Risultato finale? Provate a indovinare…

Il Liverpool gioca bene, ma non riesce a sfondare. Al minuto 36 l’arbitro assegna un calcio di punizione laterale per il Wimbledon. Wise mette al centro, Sanchez anticipa tutti e segna.

I Reds provano in tutti i modi a pareggiare. Invano. Al ’61 avrebbero la grande occasione. John Aldridge si guadagna un calcio di rigore. Lo batte lui stesso, ma la traiettoria del tiro, forte e angolata, viene intercettata da Beasant.

La squadra al completo festeggia con la coppa

La squadra al completo festeggia con la coppa

Finisce 1 a 0. Al triplice fischio, John Motson, il commentatore della BBC che sta seguendo la partita, una sorta di Pizzul d’Albione, pronuncia una frase che rimane storica: «The Crazy Gang have beaten the Culture Club!». Quel modo di dire, Crazy Gang, entra a far parte del linguaggio sportivo comune e diventa il soprannome con cui quella squadra viene ancora oggi ricordata.

Dopo quell’inatteso trionfo, il Wimbledon resiste in massima serie per altri dodici anni, senza però ripetere certi successi. Al termine della stagione 1999-2000 retrocede. Rimane qualche anno in serie B. Nel giugno del 2002 viene reso nota l’intenzione della dirigenza di spostare la squadra in un’altra cittadina. Ci si trasferisce a Milton Keynes, a 90 kilometri da Wimbledon. Più o meno, come se Lotito decidesse di spostare la Lazio a Frosinone. I tifosi la prendono malissimo e alcuni di loro fondano un nuovo Wimbledon.

Ora il Milton Keynes Dons F.C. (il diretto erede del vecchio Wimbledon) gioca in League One, terzo livello del calcio inglese, mentre l’AFC Wimbledon (la squadra creata dai tifosi), partendo dai dilettanti, negli anni è arrivato in League Two, una serie più in basso.

Ci vorrebe poco affinchè nei prossimi anni le due squadre si ritrovino l’una contro l’altra in campionato. Sarebbe una partita strana. Un derby particolare. Pazzo. Beh, trattandosi di Wimbledon tutto normale, no?

P.S. Il presidente del Wimbledon ai tempi della Crazy Gang, quello del «cervello da zanzara» a Vinnie Jones per capirci, era tale Sam Hammam, costruttore libanese che si era trasferito in Inghilterra dopo aver fatto fortuna in medioriente. In molti lo ricordano per i suoi metodi poco ortodossi. Una volta tenne prigioniero un calciatore nel suo studio fino alla firma del contratto per sfinimento, nel 1994 fu sorpreso mentre scarabocchiava sui muri nello spogliatoio ospite del West Ham, era solito minacciare i giocatori con gite all’opera in caso di scarse prestazioni e prometteva ricompense altrettanto stravaganti nei casi opposti. Negli anni ’90 promise all’attaccante Dean Holdsworth, se fosse riuscito a raggiungere la soglia di 20 reti in una stagione, una Ferrari e…un cammello. Purtroppo non ce l’ha mai fatta…. Ecco, questo era il padrone di tutto, quello che doveva controllare. Ma vi pare?

Quarti di Champions: quale migliore occasione per sputtanarsi un’altra volta?

L'uomo da cui ho tratto ancora una volta ispirazione per questo post...

L’uomo da cui ho tratto ancora una volta ispirazione per questo post…

In data 21 dicembre 2012, quando il mondo avrebbe dovuto essere ad un passo dalla fine, scrivevo questo sugli ottavi di finale di Champions League. Su 8 pronostici ne ho indovinati 6, non un brutto risultato, ma mi brucia un pò aver sbagliato l’esito di due doppi confronti parecchio equlibrati.

Vediamo ora insieme cosa propongono i quarti di finale. E, ça va sans dire, proverò a infangare ancora una volta il mio buon nome.

Borussia Dortmund – Malaga

Ironia della sorte, il sorteggio ha voluto che si scontrassero le due squadre che avevo dato per eliminate. I tedeschi hanno tutto per passare il turno: gioco, uomini, idee, entusiasmo. Il Malaga è una squadra particolare. Il suo presidente è l’unico sceicco tirchio del calcio che conta, la sua guida è un ingegnere (in tutti i sensi) della panchina come Manuel Pellegrini e in campo conta su uno strano mix di pochi giovani interessanti e molti vecchi bucanieri d’assalto. Il pronostico però non può non andare ai tedeschi, anche perchè avranno la sfida di ritorno in casa. Comunque sarà meno equilibrata di quanto si potrebbe pensare. Pronostico: Borussia Dortmund.

Real Madrid – Galatasaray

Ora, se c’è una cosa che non auguro neanche al mio peggior nemico calcistico, questa è andare a giocarsi una qualificazione importante in uno stadio turco. Detto questo, pensare che il Real Madrid possa avere dei problemi contro il Galatasaray è abbastanza ardito. Gli spagnoli dovrebbero passare facilmente ma, qualora la partita d’andata al Bernabeu andasse bene, ma non benissimo, il ritorno potrebbe essere molto interessante. Molto suggestivo lo scontro tra Mourinho e i suoi due vecchi pupilli Drogba e Sneijder. Ma colui che può fare davvero male è Burak Yilmaz. Pronostico: Real Madrid.

PSG – Barcelona

Più che una partita, una disputa filosofica. L’all-stars parigina si trova davanti alla sfida più difficile. È improbabile che la possa superare, ma il Barcelona quest’anno ha più volte dimostrato che di tanto in tanto diventano normali anche loro. Inoltre, la paura presa negli ottavi contro il Milan potrebbe aver eliminato ogni sensazione di supposta superiorità. Dall’altra parte tanto dipenderà, ovviamente, da Zlatan Ibrahimovic. A fine mese si deciderà se la squalifica che lo terrà fermo per l’andata verrà ridotta. In ogni caso, a differenza del passato, questa volta nessuno scommette su di lui. Potrebbe essere un bene? Pronostico: Barcelona.

Bayern Monaco – Juventus

Se fossi juventino sarei contento di aver trovato il Bayern. Squadra dura, durissima, da superare, ma non imbattibile. Insomma non è l’outsider che rischia di farti prendere alla leggera l’impegno, nè una delle due spagnole con cui ti sembra di essere sconfitto in partenza. È un’impresa difficile, ma non impossibile. Certo, ci vorrà la miglior Juventus e sarà fondamentale riuscire a segnare almeno un gol all’Allianz Arena. Un altro fattore che peserà sarà l’esperienza a certe sfide. Il blocco principale del Bayern ha alle spalle due finali perse. Nella Juve solo Buffon, Pirlo e Anelka possono dire di esserci già passati. Pronostico: Juventus.

MUSIC PLAYER – Cronaca di un pomeriggio nell’East End tra le bolle…

Inghilterra.

Boleyn Ground, lo stadio del West Ham United

Boleyn Ground, lo stadio del West Ham United

Oh, se vi piace il calcio, un giro in Albione conviene farlo. Il gioco lo hanno inventato loro, sanno di cosa si tratta. Magari questa frase potrà essere discutibile da un punto di vista tecnico, visto i risultati della nazionale (lasciate stare la Premier che è ormai un campionato internazionale), ma per quanto riguardo il contorno, l’atmosfera, la cornice, in quello i britannici rimangono i campioni del mondo.

A suo tempo, un viaggio in Inghilterra, a Londra per essere precisi, lo feci anche io. Era la primavera del 2011. Tra le tante cose che feci, e che ometto per non annoiarvi, ci fu anche andare a vedere una partita di Premier League. Per la precisione si trattava di West Ham United-Blackburn Rovers. Non proprio un incontro di cartello, però molto sentito perchè entrambe le squadre lottavano per non retrocedere. I padroni di casa poi avevano assolutamente bisogno di una vittoria, sennò si sarebbero ritrovati con mezzo piede in serie B.

Vi propongo una testimonianza, tragicomica, di quell’esperienza.

Andiamo con calma.

Quel giorno, il 7 maggio 2011, mi sveglio di prima mattina e raggiungo la stazione della tube. Si inizia bene. Le uniche due linee che arrivano ad Upton Park (dove si trova lo stadio) sono fuori uso nel tratto che mi interessa. Elaboro un itinerario alternativo e parto. Come è e come non è, dopo aver mangiato un Lion di dimensioni insensate, aver cambiato due treni e aver speso 5£ in biglietto perchè il mio abbonamento non copre la zona in cui mi devo recare, arrivo alla fermata di West Ham. Anticipo la vostra osservazione: “beh, se si chiama come la squadra sarà vicino allo stadio, no?”. Ecco…sì e no. Fate tipo 50 minuti a piedi.

Ovviamente anche trovare la strada giusta non è semplice. Appena scendo vedo uno con la sciarpa del West Ham e decido di seguirlo. Starà andando sicuramente là, penso. Ad un certo punto, colpo di scena. Il nostro incontra altri due tifosi e insieme a loro fa inversione a U e va dall’altra parte. Continuare a seguirlo pare brutto e il mio cervello mi suggerisce la risposta giusta (“chiedi, pirla!”) troppo tardi. Proseguo per la strada che stavo facendo senza timore. Alterno la convinzione di essermi perso con quella di essere ad un passo con mirabolante disinvoltura. Ad un certo punto trovo altri due tifosi e questa volta chiedo. Per fortuna non sono distante…

Paolo Di Canio. Tanti tifosi del West Ham indossano ancora con orgoglio la maglia del nostro connazionale.

Paolo Di Canio. Tanti tifosi del West Ham indossano ancora con orgoglio la maglia del nostro connazionale.

Arrivo allo stadio e il colpo d’occhio è molto suggestivo. Una macchia claret and blue carica di energia. Si sente proprio un sentore fluido di appartenenza, di orgoglio, di coraggio. Decido di rifocillarmi e, as usual, si sfiora la commedia dell’arte. Ecco uno stralcio del dialogo tra me e il paninaro.

Io: “Hi!”

Paninaro: Hi! Sodsihvcohvdvbkjbksdv?”

I: “What?”

P: “Svbdksbvksbdvkbvkbsd?”

I: “I don’t understand…” (invocando vagamente pietà…)

P: “Do you want anything?” (sottointeso “you, stupid idiot!”)

I: (in puro delirio da fame) “A sandwich with a sausage inside”

P: (con lo sguardo di uno che non capisce se lo stanno coglionando) “Hot dog?”

I: “Yes, thanks…” (sottointeso “have a bit of mercy, please…”)

Dopo il pasto, mancando un pò di tempo alla partita, decido di dare un’occhiata al negozio ufficiale della squadra. Prima di entrare mi faccio la faccia da duro e mi dico “Ma non si compra niente, eh!”. Matematico, sono uscito con addosso la maglia ufficiale…Mi guardo intorno e scopro di non essere per niente l’unico. La maggior parte dei tifosi ha addosso i colori della squadra. Tantissime maglie, una valanga di sciarpe, tante felpe. Per un appassionato di queste cose come me è una manna. Il bello è che questi capi vengono indossati anche nella vita di tutti i giorni. In Italia sei uno sfigato se ci provi e la sciarpa serve più che altro a coprirsi il volto mentre si ci mena coi poliziotti…

Appena possibile entro nello stadio e cerco il mio posto. Sono in curva, dietro la porta, ma decentrato. Sono a due metri dal campo. Volendo potrei entrare e dare due calci al pallone. Ma è la stessa cosa che farebbero al mio fegato gli inservienti della sicurezza, quindi meglio lasciar perdere. Lo stadio si riempie, le squadre entrano in campo. A questo punto c’è lo snodo della storia che mi interessa. Dagli altoparlanti dello stadio si sente una canzone. Delle bolle di sapone vengono fatte volteggiare sullo stadio e tutti i tifosi si alzano per cantare. E quando dico tutti, intendo proprio tutti.

Christopher Samba. Ora capite quando parlavo di Lombroso?

Christopher Samba. Ora capite quando parlavo di Lombroso?

Il West Ham è ultimo in classifica. Dopo un quarto d’ora ho già chiaro il perchè. E’ una squadra con carattere, ma con la sagacia calcistica di un tostapane. Il Blackburn, che pure non è che sia la Spagna, al primo tiro in porta segna con Jason Roberts, il giocatore grenadino più forte di tutti i tempi (ok, la concorrenza in effetti non è molto agguerrita…). Poi si difende con ordine, grazie anche a due buoni centrali difensivi, Gaël Givet e Christopher Samba, il cui aspetto è talmente rassicurante che Lombroso a vederli si sarebbe detto commosso.

Da dove sono io non si capisce moltissimo del gioco, ma la sensazione di respirare il profumo dell’erba e di rischiare una pallonata ad ogni tiro sbilenco è impareggiabile. Nella ripresa la partita si fa bruttina. Il West Ham continua con un gioco snervante di inutili lanci lunchi, il Rovers tela di conseguenza. Poi dal nulla, a dieci minuti dalla fine, il tedesco Thomas Hitzlsperger (l’unico che abbia due idee geometriche un attimo più elaborate. Il che è tutto dire…) si inventa un bel sinistro all’angolino e pareggia. Lo stadio diventa una bolgia e spinge i suoi paladini al successo. Inutilmente visto la loro pochezza. Finisce uno a uno tra lo scontento generale.

Durante il ritorno all’ostello, nella mia testa, oltre all’angoscia di perdermi nella Londra di Jack lo Squartatore mentre cala la tenebra, continua a ripetersi la canzone che è stata cantata prima della partita. Ho bisogno di sapere e faccio delle ricerche.

La canzone originale

La canzone originale

La canzone si intitola I’m Forever Blowing Bubbles e col calcio, alle origini, c’entrava il giusto. È stata scritta nel 1918 per il musical di Broadway “The passing Show of 1918” ed ebbe subito un grande successo, prima negli Stati Uniti, poi anche in Gran Bretagna.

La fama del pezzo era ancora forte qualche anno dopo, quando Charlie Paynter era l’allenatore del West Ham. Tra i suoi amici c’era anche tale Cornelius Beal, preside della Park School. All’epoca il calcio scolastico aveva un buon seguito e anche Beal era un appassionato. Il nostro era anche un discreto buontempone e aveva iniziato a creare dei cori personalizzati per i giocatori della sua scuola. Tutti sulla melodia di I’m Forever Blowing Bubbles. La cosa tra l’altro veniva molto bene con Billy Murray, giovane della Park School che era stato soprannominato proprio Bubbles per la somiglianza con il ragazzino raffigurato in un dipinto di John Everett Millais usato per la pubblicità di una marca di saponi.

Grazie anche all’amicizia tra Paynter e Beal, Bubbles Murray e altri giocatori ebbero l’opportunità di giocare nelle giovanili del West Ham. Il preside, ovviamente, era sempre presente alle partite dei suoi pupilli e, altrettanto ovviamente, non perse l’abitudine di cantare e far cantare i suoi cori. Ai tifosi del West Ham quella canzoncina piacque. E non la lasciarono più.

Steve Harris, bassista degli Iron Maiden. Lo stemma sullo strumento è quello del West Ham.

Steve Harris, bassista degli Iron Maiden. Lo stemma sullo strumento è quello del West Ham.

Passarono gli anni, passarono le stagioni (calcistiche). Il West Ham visse stagioni d’oro negli anni ’60, ma non riescirà mai a vincere il titolo. Nonostante questo, ha attirato molte simpatie e tifosi illustri. Solo per citare i più famosi, Alfred Hitchcock, l’attore Ray Winstone, i musicisti degli Iron Maiden Paul Di Anno e Steve Harris. Alcuni sostengono che persino Elisabetta II, Sua Maestà la regina in persona, abbia simpatie per gli Hammers. E credetemi che in quanto a stile siamo un filo distanti dal tifoso medio che frequenta Upton Park…

Tra i tanti supporter famosi ci sono anche i Cockney Rejects, gruppo musicale originario dell’East End, tra i padri putativi del genere Oi!. La loro passione per la squadra era talmente alta che nel 1980 decisero di rendergli onore registrando una loro versione di I’m Forever Blowing Bubbles. Ecco, appunto, molto loro…

Appunto a margine: notare le maglie…

P.S. Dopo quella partita il West Ham retrocesse tra gli sberleffi. Il Blackburn si salvò. L’anno dopo gli Hammers tornarono subito in Premier League, mentre il Blackburn, orfano di Samba e Roberts, retrocesse e ora annaspa in Championship.

La magica storia del Magico Gonzales. Su Radio Doppio Malto.

Magico

Magico

Qualche settimana fa è uscita la nuova puntata radiofonica di A52, la trasmissione sportiva che conduco su Radio Doppio Malto.

Ve la ripropongo.

La prima parte può essere interessante da ascoltare in vista del ritorno degli ottavi di Champions League.

La storia di Magico Gonzales, invece, è un classico della aneddotica sportiva che fa sempre bene ripassare.

Buon Ascolto.