NBA, stagione 2001-2002: Kings e Nets, ossia come perdere sul campo e vincere nel mito.

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La nostra storia inizia ( e finisce…) qua.

12 giugno 2011. American Airlines Arena, Miami, Florida, Stati Uniti d’America.

Suona la sirena finale della sesta partita delle finali NBA. I Dallas Mavericks hanno vinto la quarta partita della serie contro i padroni di casa, i Miami Heat del super trio James-Wade-Bosh. Sono i nuovi campioni NBA.

Dirk Nowitzki, una delle cose più belle uscite dalla Germania nel secolo scorso, leader e miglior giocatore dei texani, non regge all’emozione e scappa in lacrime negli spogliatoi. Poi dicono che i tedeschi son di ghiaccio… Tornerà per la premiazione. I suoi compagni ci sono tutti e non può mica mancare lui. Tra questi, tra l’altro, ce ne sono un paio che avrebbero anche loro dei bei motivi per commuoversi…

Flashback.

2001. Come sempre, per fine ottobre è prevista la partenza dell’NBA. Campioni in carica, i Los Angeles Lakers di Shaquille O’Neal, ancora il centro più dominante del mondo, di Kobe Bryant, ancora col numero 8 e non ancora Black Mamba, e di coach Phil Jackson, hoy, mañana y siempre il maestro Zen del basket. Ma prima che inizi la stagione due o tre cose succedono.

L’evento con la E, ma anche con tutte le altre lettere, maiuscola è il ritorno di Michael Jordan. Nell’ombra di tale notizia i general manager delle, all’epoca, 29 squadre NBA, si incontrano e telano. Il 29 giugno viene resa ufficiale un’operazione. I Phoenix Suns decidono di mandare il loro playmaker Jason Kidd ai New Jersey Nets in cambio di Stephon Marbury, miglior giocatore dei Nets, idolo di tutta New York e tipo vagamente pieno di se stesso. Povero Kidd, pensano in molti…perchè? Beh, stagione 2000-2001: Phoenix Suns, 51 vittorie e 31 sconfitte. New Jersey Nets, 26 vittorie e 56 sconfitte…tutto chiaro ora, no?

Bene, ora Jason e Stephon lasciamoli lì e andiamo a farci un giro in California.

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Sacramento!

No, non è un’imprecazione. È la capitale. Nonchè sede dei Kings, i Sacramento Kings. In città c’è fervore ed eccitazione. La stagione 2000-2001 è stata molto buona. 55 vittorie in stagione regolare e cammino ai playoff interrotto al secondo turno per mano dei fortissimi Los Angeles Lakers. Forti sì, ma anche odiosi per tutti i tifosi. Loro comunque ci credono. Quella del 2001-2002 può essere la stagione buona.

Coach Rick Adelman ha per le mani una squadra ottima, a cui fa giocare un basket piacevole e offensivo. Forse, se un difetto si può trovare, è nel cervello della squadra. Jason Williams è uno degli idoli dei tifosi. Bianco, sfrontato, spettacolare, non a caso soprannominato “white chocolate”. Forse però c’è bisogno di qualcuno di più quadrato. Il cioccolato bianco viene mandato ai Grizzlies, che in quelle ore avevano giusto finito di traslocare dalla fredda Vancouver alla umida Memphis, in cambio di Mike Bibby. Figlio d’arte, buon passatore, un buon numero di punti nelle mani. Quadrato.

Nella posizione di guardia c’è Doug Christie, specialista difensivo. Il problema è che la marcatura più asfissiante della sua vita la subisca. Dalla moglie. I due sono inseparabili, comunicano a distanza con un linguaggio di gesti tutto loro e si risposano ogni anno. In ala piccola Predrag Stojakovic, detto Peja, serbo i cui tiri da tre sembrano pennellate del Botticelli. Ad aiutarlo nella comprensione del gioco e, soprattutto, degli americani ci pensa da qualche anno il connazionale Vlade Divac, il centro della squadra. Fisico da boscaiolo, ma mani da pianista, barba sempre incolta e sigarette fumate in quantità. Passa divinamente e spesso il destinatario dei suoi assist è Chris Webber, ala grande, stella riconosciuta della squadra. Dalla panchina escono sempre contributi importanti, soprattutto dal turco Hedo Turkoglu e da Scott Pollard, centro di riserva col vizio del trasformismo estetico.

La squadra gira bene. Molto bene. Il palazzetto, l’ARCO Arena, fa registrare sempre il tutto esaurito e il pubblico è tra i più “europei” della lega. A fine anno il tabellino proprio brutto non è: 82 partite, 61 vittorie e 21 sconfitte. Riassunto in breve, miglior squadra della lega. Chi li ferma a questi? Di sicuro non gli Utah Jazz che vengono eliminati 3 a 1 al primo turno dei playoff. E nemmeno i Dallas Mavericks che subiscono un 4 a 1 senza troppe storie.

Si arriva alla finale della Western Conference. Avversari gli odiati Los Angeles Lakers che, sì, hanno avuto una stagione di alti e bassi, sì, vivono sempre di equilibri precari, sì, non hanno chissà quale panchina, ma son sempre lì. Il 18 maggio va in scena gara 1 all’ARCO Arena. I gialloviola vincono di 7 punti. I Kings reagiscono. 96-90 in gara 2 e 103 a 90 in gara 3, in trasferta.

Gara 4. Nelle serie a sette partite la quarta è spesso quella che gli americani chiamano “a pivotal game”, una gara decisiva, chiave, dove si chiarisce tutto. I Kings possono fare la storia. Con una vittoria andrebbero sul 3 a 1 con altre due partite in casa da sfruttare. Partono forte, molto forte. Giocano bene, segnano, sono in controllo. I Lakers non sembrano capirci molto. Al secondo quarto il tabellone segna un clamoroso 48 a 24 a favore di Sacramento. Basta, finita.

L'uomo dell'ultimo tiro.

L’uomo dell’ultimo tiro.

No. Succede che i Lakers alla fine qualcosa ci capiscono. Shaq inizia a fare lo Shaq. I Kings forse non si rendono conto di quello che sta succedendo. Il vantaggio diminuisce. La partita scivola. Ad un minuto dalla fine Sacramento è avanti 98 a 93. Un canestro di Bryant e un clamoroso 2 su 2 dalla lunetta di O’Neal portano i Lakers a -1. Los Angeles fa fallo per fermare il cronometro. Rimessa, fallo su Divac, due tiri liberi per il serbo. Il primo si ferma sul ferro, il secondo va dentro. 11.8 secondi sul cronometro. Rimessa Lakers. Kobe entra. Sbaglia. Shaq recupera il rimbalzo e va per il tap in. Sbaglia. La palla è lì che vaga nell’aria. Divac la smanaccia fuori. Mancano due secondi. Finita.

No. Perchè sul perimetro è appostato Robert Horry, ala grande dei Lakers che ha costruito una carriera su due aspetti del suo gioco. Uno è la difesa. L’altro il tiro da tre. Anche nelle situazioni decisive? Soprattutto nelle situazioni decisive. Recupera la palla, prende la mira, carica e tira. Tutti giocatori dei Kings sono sotto canestro, un paio provano il recupero disperato. Suona la sirena. Solo cotone. I Lakers vincono 100 a 99. Primo e unico vantaggio della partita. La serie è 2 a 2.

Ci sarebbe ancora tempo e modo di salvare la situazione, ma di fatto quel tiro di Horry è l’uppercut decisivo che stende i Kings. I quali riescono anche a vincere gara 5, ma poi cedono il passo sia nella sesta partita che nell’ultima decisiva sfida, persa ai supplementari. In tutto questo, il più amareggiato di tutti non può che essere Peja Stojakovic. È l’anno della sua consacrazione, ma quella serie fondamentale non può giocarla per intero a causa di un infortunio. Salta le prime quattro partite e torna, dalla panchina, per le ultime tre. In gara 7 il suo apporto può essere determinante. Ma lui manca. È una serata storta, come il suo tiro di solito quasi infallibile. Dalla linea dei 3 punti fa registrare un triste 0 su 6…

La nostra storia prosegue qua.

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I Lakers vanno quindi in finale per la terza volta consecutiva. Avversari? Facciamo un giro nel New Jersey.

Jason Kidd ha fatto il miracolo. Prima di lui la franchigia è la barzelletta della lega. Non conclude una stagione vincente da anni e in generale quando questo succede è un evento. Inoltre non hanno in pratica una città di riferimento. Il palazzetto è stato costruito sopra una palude in una zona di East Rutherford, New Jersey, ed è considerato una delle peggiori, se non la peggiore, arena dell’NBA. I giocatori che vi finiscono non sono mai molto contenti e neanche i tifosi, a giudicare dalla basse presenze stagionali. I pochi che ci vanno sembrano quasi vergognarsi, come dimostrano quei geni che ogni tanto si presentano con un sacchetto di carta in testa per non farsi riconoscere.

Kidd prende questo circo e lo fa diventare un Flying Circus, uno spettacolo. Sotto la sua regia i Nets diventano una delle squadre più divertenti e, incredibile, vincenti della lega. Kenyon Martin, Keith Van Horn, Richard Jefferson e Kerry Kittles i maggiori beneficiari della cura del nuovo playmaker. La stagione si chiude con un record di 52 vittorie e 30 sconfitte, il migliore della Eastern Conference, e Kidd arriva a qualche manciata di punti da diventare l’MVP della stagione regolare. E i Phoenix Suns di Stephon Marbury? Lasciamo stare, va…

I playoff iniziano con un piccolo shock. Alla prima partita arriva un’inaspettata sconfitta contro gli Indiana Pacers, teoricamente la meno forte delle squadre arrivate alla post-season. I Nets, pur soffrendo, raddrizzano il tiro e vincono la serie 3 a 2. Nei turni successivo hanno la meglio sugli Charlotte Hornets (4 a 1) e sui Boston Celtics (4 a 2 dopo essere stati sotto 2 a1).

È finale. La prima nella storia della franchigia. Ad attenderli, come detto, i Los Angeles Lakers. Non c’è storia. I californiani sono troppo forti. I Nets forse sono già appagati dal solo fatto di essere arrivati fin lì. Finisce 4 a 0.

L’epopea della New Jersey non termina. L’anno successivo è ancora finale, ma arriva un’altra sconfitta, 4 a 2 contro i San Antonio Spurs. Dopo ci sono altre buone stagioni, ma mai più una finale, né tanto meno il titolo. La squadra scivola nell’anonimato e nel 2008 Kidd viene ceduto ai Dallas Mavericks.

Torniamo al 2011.

Peja e Jason, i due protagonisti.

Peja e Jason, i due protagonisti.

David Stern, il commisioner della NBA, in sostanza il boss di tutta la baracca, si congratula coi nuovi campioni NBA, i Dallas Mavericks. Tutti gli occhi e i complimenti sono per Nowitzki, ma più di qualcuno si ricorda di un altro giocatore che ha dato un contributo fondamentale. Kidd ha ormai 38 anni, ma passatori e difensori come lui ce ne sono sempre pochi. Finalmente, dopo 17 anni di NBA e 9 anni dopo l’esordio del Flying Circus, è campione NBA. Vicino a lui, con la stessa casacca, Peja Stojakovic sorride soddisfatto. Ha avuto un ruolo marginale in finale e i numeri sono lontani da quelli di una volta. Ma avrà l’anello anche lui. E forse finalmente qualcuno la smetterà di ricordargli quello 0 su 6 da 3 di una triste serata di inizio giugno di due lustri prima…