Il cielo di Libreville – La storia della nazionale dello Zambia

Kalusha Bwalya

Kalusha Bwalya

In questi giorni si sta disputando in Sudafrica la ventinovesima edizione della Coppa d’Africa. Si gioca a un solo anno di distanza dalla precedente edizione, per fare in modo che la competizione caschi negli anni dispari, senza sovrapporsi al mondiale. Il campione in carica è lo Zambia. Una squadra del destino. Anzi, una squadra che il destino lo ha subito e rivoltato.

La nazionale dello Zambia non ha mai partecipato ad un campionato del mondo, ma in Africa ha una discreta tradizione. Nella manifestazione continentale ha infatti conquistato un secondo posto nel 1974 e un terzo nel 1982. La squadra è amata in patria e i suoi giocatori sono soprannominati i “chipolopolo”, ossia “i proiettili di rame”, una delle maggiori esportazioni del paese.

Nel calcio, il mondo si accorge dello Zambia in un giorno ben preciso: il 19 settembre del 1988. Siamo in Corea del Sud. A Seoul si stanno svolgendo i Giochi Olimpici. Il torneo di calcio si gioca in varie città. Quel giorno a Gwangju va in scena Zambia-Italia, partita valevole per il gruppo B, nel quale giocano anche Iraq e Guatemala. L’Italia, ovviamente, è la favorita. Nella prima partita gli azzurri schiantano il Guatemala, mentre gli africani non vanno oltre il 2 a 2 contro l’Iraq. Partita facile, direte? Beh sì, in effetti è terminata 4 a 0. Ma per lo Zambia

I chipolopolo fanno la partita della vita, l’Italia è imbarazzante. I giornali italiani parlano di seconda Corea. Protagonista assoluto è Kalusha Bwalya, attaccante, autore di una tripletta col quale mette in mostra le sue doti tecniche, balistiche e di velocità. Nella partita successiva, contro il Guatemala, ne fa altri due per un altro 4 a 0. Lo Zambia passa come primo del girone. Ai quarti però incontra la forte Germania ed esce. L’Italia invece, nonostante la disfatta, si ricompone, batte l’Iraq, passa il turno e arriva quarta, ad un passo dal bronzo.

Il torneo dello Zambia rimane comunque di spessore. La squadra è buona, giovane e può contare su una punta temibile come Bwalya. Lui già gioca in Europa, in Belgio, nel Cercle Bruges. Nell’estate del 1989 si trasferisce in Olanda al PSV Eindhoven. Diventa il capitano della selezione. Dopo qualche anno l’appuntamento in vista, l’obiettivo suo e di tutta la squadra è il mondiale statunitense del 1994. Le qualificazioni non vanno male. Nell’aprile del 1993 è in programma un incontro decisivo, a Dakar, contro il Senegal.

Libreville, la capitale del Gabon

Libreville, la capitale del Gabon

La trasferta è da affrontare in aereo. Il viaggio è lungo e prevede tre scali. Durante il primo, a Brazzavile, viene riscontrato un problema al motore. Il volo continua lo stesso. Subito dopo il secondo scalo a Libreville, capitale del Gabon, il motore sinistro dell’aereo, un DHC-5D Buffalo, prende fuoco. Il pilota cerca di ovviare alla cosa e lo spegne. Ma è stanco, forse le spie non funzionano bene. Spegne il motore destro, quello buono, quello sbagliato. Il velivolo perde la spinta necessaria, precipita e si schianta in mare, a 500 metri dalla costa. Muoiono tutti, passeggeri ed equipaggio. Un’intera generazione di calciatori, il meglio del paese, annullata. Tutti morti.

Tutti tranne uno. Bwalya, infatti, non è su quell’aereo. Il PSV Eindhoven lo reclama per alcuni impegni e lui è costretto a raggiungere la squadra dopo, con un altro volo dall’Olanda. Questo fatto gli salva la vita. Si deve rifare in fretta una squadra e lui diventa, per forza di cose, la pietra miliare dalla quale ripartire. Era il capitano prima, lo sarà, sempre di più, dopo. Dopo neanche un mese dalla tragedia, lo Zambia è di nuovo in campo per giocarsi la qualificazione. Va male e i chipolopolo non vedono gli Stati Uniti.

L’anno successivo è in programma la Coppa d’Africa in Tunisia. Lo Zambia, anche in virtù dei fatti dell’anno precedente, non è tra i favoriti. Ma Bwalya è quasi un uomo in missione. Trascina i suoi fino alla finale contro la Nigeria. Passano anche in vantaggio dopo 3 minuti, ma gli avversari sono troppo forti. Rimontano e vincono. È una delusione, ma per una nazionale riformata da zero da appena un anno è anche un’impresa.

Questa rimane l’ultima vetta dello Zambia per tanti anni. La squadra vive un periodo difficile. Dal 2003 al 2006 il commisario tecnico è proprio Bwalya, che nel frattempo ha concluso la carriera da calciatore. Fino ad un certo punto. Il 5 settembre 2004 lo Zambia gioca contro la Liberia un incontro per le qualificazioni a Germania 2006. La partita è povera di emozioni e non si sblocca. A quel punto Bwalya deve aver pensato che solo un giocatore con le caratteristiche che aveva lui poteva risolverla. Peccato che non ne abbia a disposizione. Fa niente. Lui quelle caretteristiche le ha ancora. Decide di entrare in campo e nel finale segna su punizione il gol decisivo, purtroppo inutile ai fini del cammino verso il mondiale.

Questo episodio, pur gustoso, è sintomatico delle difficoltà incontrate dallo Zambia a fare un degno ricambio generazionale. Segue qualche partecipazione alla Coppa d’Africa, ma sempre con uscite premature. La svolta si inizia a intravedere del 2010. Viene ingaggiato un nuovo allenatore, il francese Hervè Renard. Bel ragazzo, carriera da calciatore modesta, in pratica al suo primo incarico importante. In squadra ci sono calciatori che fanno ben sperare come, per esempio, Jacob Mulenga, i fratelli Katongo e la giovane punta Emmanuel Mayuka. La Coppa d’Africa del 2010, in Angola, va discretamente, con l’eliminazione ai quarti.

La gioia per il successo del 2012

La gioia per il successo del 2012

L’edizione successiva si gioca nel 2012, in due paese diversi, la Guinea Equatoriale e il Gabon. Sì, il Gabon dove era precipitato l’areo del 1993. La squadra ha sempre gli stessi punti di forza, ma non è tra le favorite. Volete mettere il Senegal e il suo attacco di livello assoluto? Volete mettere il Ghana e la sua esperienza? Volete mettere la Costa d’Avorio e il suo, monumentale, Didier Drogba? Inoltre, come spesso accade in Africa, tra allenatori e dirigenti i rapporti son tesi. Renard non c’è più. Ora in panchina c’è l’italiano Dario Bonetti, ma pochi mesi prima del via si dimette. La dirigenza richiama Renard. Ci si aspetta un buon torneo, di fare bella figura. Del resto volete mettere con tutto quello di cui prima?

Succede, però, che la squadra gira. Si vince il girone, con il Senegal e il suo attacco rispediti a casa. Nei quarti è un 3 a 0 facile col Sudan. In semifinale c’è il Ghana. Beh non c’è storia, pensano tutti. Un pò come in quel pomeriggio coreano di 22 anni prima. Segna Mayuka al ’78, il Ghana non risponde e in finale ci vanno i chipolopolo. Solo che ora c’è la Costa d’Avorio. Drogba non può sbagliare, pensano tutti. Al ’90 si è ancora sullo 0 a 0. Al ‘120 pure. Rigori. I primi sette di entrambe le squadre vanno in gol. L’ottavo per gli ivoriani è Kolo Toure. Parato. Per lo Zambia si presenta Kalaba. Può fare la storia. Alto. Va Gervinho per la Costa d’Avorio. Alto anche lui. Tocca a Sunzu diventare l’eroe. E non sbaglia.

Lo Zambia diventa per la prima volta campione d’Africa. Contro i pronostici, la sfortuna, la povertà e le tragedie. È il capitano Christopher Katongo ad alzare la coppa nel cielo di Libreville. Sì, la capitale del Gabon. Sì, il Gabon dove era precipitato l’aereo del 1993. Sì, quello stesso cielo dal quale era precipitato quell’aereo maledetto. Sì, lo Zambia è proprio la squadra del destino.

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