MUSIC PLAYER – Politica e merchandising. Una squadra e un mezzo uomo, mezzo biscotto.

Lo stemma che campeggiava sulle maglie del Dukla. Anche su quelle da trasferta...

Lo stemma che campeggiava sulle maglie del Dukla. Anche su quelle da trasferta…

Calcio e politica. Questo è un connubio che non dovrebbe mai essere troppo stretto, ma non sempre è possibile. In Italia ne vediamo un esempio da più di vent’anni. Questo però è niente paragonato a quanto è avvenuto nei decenni passati nell’Europa dell’Est. Durante l’epoca del comunismo calcio e politica erano quasi la stessa cosa. L’esempio principale si è visto in Russia, a Mosca. Ogni squadra della città aveva un potere più o meno occulto dietro. Il CSKA era la squadra del ministro della difesa (dell’Armata Rossa, in pratica), la Dinamo era la squadra del ministro dell’interno (cioè della Čeka, la polizia segreta), la Torpedo era la squadra della ZIL, un’azienda automobilistica statale, mentre la Lokomotiv era legata alle Ferrovie Russe. L’unica squadra staccata da logiche statali era lo Spartak, nata per iniziativa di un sindacato. Non a caso era conosciuta come “la squadra del popolo”.

Calcio e merchandising. Lo dicono tutti in Italia. Il futuro è lì. In altre paesi ci sono già arrivati, da noi si fa fatica per vari motivi. Qual è l’oggetto principale che rappresenta una squadra, quindi ideale per essere commercializzato? Esatto, la maglia. In Italia la cultura su questo aspetto è ancora primitiva. Meglio la replica fasulla a 20 euro che l’originale che, bisogna dirlo, spesso ha prezzi improponibili per chiunque. In Inghilterra è diverso. Indossare la propria maglia, originale, è un vanto, non si è visti come degli sfigati come spesso succede qua, anche allo stadio. I prezzi sono più accessibili, la gente compra con orgoglio la merce originale. E tutti ne traggono giovamento.

La situazione russa si è replicata in altre nazioni del Patto di Varsavia. Nel 1947 a Praga esistevano già lo Slavia, lo Sparta e il Bohemians 1905, ma l’esercito decise di fondare una quarta squadra, l’ATK, in seguito diventato Dukla Praga, in onore di un paese sui Carpazi dove si svolse una famosa battaglia contro l’esercito nazista durante la seconda guerra mondiale. Per una squadra nata per iniziativa governativa l’importante è vincere, non partecipare. Con tutti i mezzi. Tipo stabilire una norma per cui tutti i giocatori che avessero svolto il servizio militare potevano essere acquistati direttamente dal Dukla. Facile così. Quella squadra vinse infatti. Ma nel cuore dei praghesi rimase sempre nelle retrovie.

Tutto ciò che voglio per Natale...

Tutto ciò che voglio per Natale…

L’attenzione inglese per le maglie da calcio credo sia introvabile altrove. Allo stadio si fa prima a contare chi non la indossa. Questa sacralità della divisa deve essere stata percepita nel resto del mondo, tanto è vero che in passato molte squadre hanno guardato verso Albione per prendere spunto. In Italia il caso più eclatante è quello della Juventus. Le righe bianconere sono le stesse del Notts County. In Portogallo, negli anni trenta, lo Sporting Braga passò dal verde originario alla casacca rossa con maniche bianche tipica dell’Arsenal. I londinesi, all’inizio del secolo scorso, furono fonte di ispirazione anche per lo Sparta Praga. Forse è un caso, ma pure il Dukla Praga ha una maglia che ricorda i Gunners: busto rosso, colletto e maniche gialle…

Il Dukla Praga era un clamoroso paradosso storico. Squadra simbolo dello statalismo di stampo sovietico, poco amata in patria, ma famosa, conosciuta e ammirata all’estero. Persino negli Stati Uniti, il nemico, il capitalismo. Nel 1961 i cechi giocarono, e vinsero, anzi stravinsero, l’International Soccer League, torneo estivo con altre squadre europee, organizzato da un magnate americano innamoratosi del calcio. Questo li fece diventare molto popolari tra gli appassionati, tanto da meritarsi l’invito anche per le edizioni successive. Alla fama estera contribuirono pure i successi, ben sei tra il 1964 e il 1980, nel Torneo di Viareggio, il famoso torneo giovanile che si svolge ogni anno in Toscana.

L’epopea del Dukla seguì le sorti del comunismo. Iniziò a declinare negli anni ottanta, ebbe grossi problemi economici e vinse l’ultimo trofeo nel 1990, prima di entrare in un circolo di fallimenti, retrocessioni e fusioni. Nel 1987 però la fama era ancora viva. In Inghilterra qualcuno si ricordava ancora bene di quella squadra. Gli Half Man Half Biscuit erano e sono un gruppo inglese famoso per i testi ironici e surreali (con quel nome, per forza…). Quell’anno uscì il loro secondo album. La canzone più famosa fu “All I want for Christmas is a Dukla Prague away kit”.Tutto ciò che voglio per Natale è un completo da trasferta del Dukla Praga. Che vi avevo detto? Son fissati con le maglie…

Il cielo di Libreville – La storia della nazionale dello Zambia

Kalusha Bwalya

Kalusha Bwalya

In questi giorni si sta disputando in Sudafrica la ventinovesima edizione della Coppa d’Africa. Si gioca a un solo anno di distanza dalla precedente edizione, per fare in modo che la competizione caschi negli anni dispari, senza sovrapporsi al mondiale. Il campione in carica è lo Zambia. Una squadra del destino. Anzi, una squadra che il destino lo ha subito e rivoltato.

La nazionale dello Zambia non ha mai partecipato ad un campionato del mondo, ma in Africa ha una discreta tradizione. Nella manifestazione continentale ha infatti conquistato un secondo posto nel 1974 e un terzo nel 1982. La squadra è amata in patria e i suoi giocatori sono soprannominati i “chipolopolo”, ossia “i proiettili di rame”, una delle maggiori esportazioni del paese.

Nel calcio, il mondo si accorge dello Zambia in un giorno ben preciso: il 19 settembre del 1988. Siamo in Corea del Sud. A Seoul si stanno svolgendo i Giochi Olimpici. Il torneo di calcio si gioca in varie città. Quel giorno a Gwangju va in scena Zambia-Italia, partita valevole per il gruppo B, nel quale giocano anche Iraq e Guatemala. L’Italia, ovviamente, è la favorita. Nella prima partita gli azzurri schiantano il Guatemala, mentre gli africani non vanno oltre il 2 a 2 contro l’Iraq. Partita facile, direte? Beh sì, in effetti è terminata 4 a 0. Ma per lo Zambia

I chipolopolo fanno la partita della vita, l’Italia è imbarazzante. I giornali italiani parlano di seconda Corea. Protagonista assoluto è Kalusha Bwalya, attaccante, autore di una tripletta col quale mette in mostra le sue doti tecniche, balistiche e di velocità. Nella partita successiva, contro il Guatemala, ne fa altri due per un altro 4 a 0. Lo Zambia passa come primo del girone. Ai quarti però incontra la forte Germania ed esce. L’Italia invece, nonostante la disfatta, si ricompone, batte l’Iraq, passa il turno e arriva quarta, ad un passo dal bronzo.

Il torneo dello Zambia rimane comunque di spessore. La squadra è buona, giovane e può contare su una punta temibile come Bwalya. Lui già gioca in Europa, in Belgio, nel Cercle Bruges. Nell’estate del 1989 si trasferisce in Olanda al PSV Eindhoven. Diventa il capitano della selezione. Dopo qualche anno l’appuntamento in vista, l’obiettivo suo e di tutta la squadra è il mondiale statunitense del 1994. Le qualificazioni non vanno male. Nell’aprile del 1993 è in programma un incontro decisivo, a Dakar, contro il Senegal.

Libreville, la capitale del Gabon

Libreville, la capitale del Gabon

La trasferta è da affrontare in aereo. Il viaggio è lungo e prevede tre scali. Durante il primo, a Brazzavile, viene riscontrato un problema al motore. Il volo continua lo stesso. Subito dopo il secondo scalo a Libreville, capitale del Gabon, il motore sinistro dell’aereo, un DHC-5D Buffalo, prende fuoco. Il pilota cerca di ovviare alla cosa e lo spegne. Ma è stanco, forse le spie non funzionano bene. Spegne il motore destro, quello buono, quello sbagliato. Il velivolo perde la spinta necessaria, precipita e si schianta in mare, a 500 metri dalla costa. Muoiono tutti, passeggeri ed equipaggio. Un’intera generazione di calciatori, il meglio del paese, annullata. Tutti morti.

Tutti tranne uno. Bwalya, infatti, non è su quell’aereo. Il PSV Eindhoven lo reclama per alcuni impegni e lui è costretto a raggiungere la squadra dopo, con un altro volo dall’Olanda. Questo fatto gli salva la vita. Si deve rifare in fretta una squadra e lui diventa, per forza di cose, la pietra miliare dalla quale ripartire. Era il capitano prima, lo sarà, sempre di più, dopo. Dopo neanche un mese dalla tragedia, lo Zambia è di nuovo in campo per giocarsi la qualificazione. Va male e i chipolopolo non vedono gli Stati Uniti.

L’anno successivo è in programma la Coppa d’Africa in Tunisia. Lo Zambia, anche in virtù dei fatti dell’anno precedente, non è tra i favoriti. Ma Bwalya è quasi un uomo in missione. Trascina i suoi fino alla finale contro la Nigeria. Passano anche in vantaggio dopo 3 minuti, ma gli avversari sono troppo forti. Rimontano e vincono. È una delusione, ma per una nazionale riformata da zero da appena un anno è anche un’impresa.

Questa rimane l’ultima vetta dello Zambia per tanti anni. La squadra vive un periodo difficile. Dal 2003 al 2006 il commisario tecnico è proprio Bwalya, che nel frattempo ha concluso la carriera da calciatore. Fino ad un certo punto. Il 5 settembre 2004 lo Zambia gioca contro la Liberia un incontro per le qualificazioni a Germania 2006. La partita è povera di emozioni e non si sblocca. A quel punto Bwalya deve aver pensato che solo un giocatore con le caratteristiche che aveva lui poteva risolverla. Peccato che non ne abbia a disposizione. Fa niente. Lui quelle caretteristiche le ha ancora. Decide di entrare in campo e nel finale segna su punizione il gol decisivo, purtroppo inutile ai fini del cammino verso il mondiale.

Questo episodio, pur gustoso, è sintomatico delle difficoltà incontrate dallo Zambia a fare un degno ricambio generazionale. Segue qualche partecipazione alla Coppa d’Africa, ma sempre con uscite premature. La svolta si inizia a intravedere del 2010. Viene ingaggiato un nuovo allenatore, il francese Hervè Renard. Bel ragazzo, carriera da calciatore modesta, in pratica al suo primo incarico importante. In squadra ci sono calciatori che fanno ben sperare come, per esempio, Jacob Mulenga, i fratelli Katongo e la giovane punta Emmanuel Mayuka. La Coppa d’Africa del 2010, in Angola, va discretamente, con l’eliminazione ai quarti.

La gioia per il successo del 2012

La gioia per il successo del 2012

L’edizione successiva si gioca nel 2012, in due paese diversi, la Guinea Equatoriale e il Gabon. Sì, il Gabon dove era precipitato l’areo del 1993. La squadra ha sempre gli stessi punti di forza, ma non è tra le favorite. Volete mettere il Senegal e il suo attacco di livello assoluto? Volete mettere il Ghana e la sua esperienza? Volete mettere la Costa d’Avorio e il suo, monumentale, Didier Drogba? Inoltre, come spesso accade in Africa, tra allenatori e dirigenti i rapporti son tesi. Renard non c’è più. Ora in panchina c’è l’italiano Dario Bonetti, ma pochi mesi prima del via si dimette. La dirigenza richiama Renard. Ci si aspetta un buon torneo, di fare bella figura. Del resto volete mettere con tutto quello di cui prima?

Succede, però, che la squadra gira. Si vince il girone, con il Senegal e il suo attacco rispediti a casa. Nei quarti è un 3 a 0 facile col Sudan. In semifinale c’è il Ghana. Beh non c’è storia, pensano tutti. Un pò come in quel pomeriggio coreano di 22 anni prima. Segna Mayuka al ’78, il Ghana non risponde e in finale ci vanno i chipolopolo. Solo che ora c’è la Costa d’Avorio. Drogba non può sbagliare, pensano tutti. Al ’90 si è ancora sullo 0 a 0. Al ‘120 pure. Rigori. I primi sette di entrambe le squadre vanno in gol. L’ottavo per gli ivoriani è Kolo Toure. Parato. Per lo Zambia si presenta Kalaba. Può fare la storia. Alto. Va Gervinho per la Costa d’Avorio. Alto anche lui. Tocca a Sunzu diventare l’eroe. E non sbaglia.

Lo Zambia diventa per la prima volta campione d’Africa. Contro i pronostici, la sfortuna, la povertà e le tragedie. È il capitano Christopher Katongo ad alzare la coppa nel cielo di Libreville. Sì, la capitale del Gabon. Sì, il Gabon dove era precipitato l’aereo del 1993. Sì, quello stesso cielo dal quale era precipitato quell’aereo maledetto. Sì, lo Zambia è proprio la squadra del destino.

MUSIC PLAYER – Yorkshire e Sudafrica non sono così distanti…

La nostra storia è ambientata qui...

La nostra storia è ambientata qui…

Se questo blog fosse un blog di viaggi e fosse incline al luogo comune, direi che Leeds è una ridente cittadina nel cuore della regione inglese dello Yorkshire. Ecco, siccome questo spazio non è nè l’una, nè l’altra cosa, posso dirvi che a Leeds c’è il Leeds United. Sì lo so, non è una grande rivelazione, ma essendo questo un blog di sport è già un buon punto di partenza.

Quello che forse non tutti sanno è che questa città è anche tra i primi posti in Inghilterra per popolazione studentesca. Questo ha come diretta conseguenza la presenza di una vita notturna parecchio movimentata, soprattutto per quanto riguarda l’offerta di musica dal vivo. Molti gruppi sono partiti da Leeds alla ricerca di un posto nel mondo della musica. Tempo fa ce n’era uno con un nome abbastanza particolare, preso in prestito, e in parte modificato, da quello di una borgata dello Yorkshire: i Runston Parva, in seguito diventati solo Parva.

Bene, metteteli da parte che ci serviranno più tardi. Torniamo a parlare di sport. Il Leeds United, dicevamo. A Leeds va tantissimo il rugby, sia a 13 che a 15, ma anche il calcio ha il suo seguito e la squadra cittadina è molto amata. Questo è dovuto anche ad un fatto specifico. Tra le città più popolate del Regno Unito, Leeds è forse l’unica, assieme a Newcastle, ad avere una sola importante squadra professionistica.

Il mito dello United nasce nel 1919, ma si consolida a partire dagli anni ’60. La vera svolta avviene nel marzo del 1961. Quel mese venne ingaggiato, in qualità di allenatore, l’uomo che cambiò la storia del club, Don Revie. Sotto la sua direzione, che durò per tredici anni, il Leeds divenne grande non solo in Inghilterra, ma anche in Europa. Il bottino conquistato vede due campionati, una FA Cup, una Coppa di Lega, un Charity Shield e due Coppe delle Fiere, l’antesignana della Coppa UEFA. A tutto questo va aggiunta anche una finale di Coppa dei Campioni persa contro il Bayern Monaco nel 1975, quando però Revie se ne era già andato per allenare l’Inghilterra. Era una squadra ruvida, maschia, ostinata, quanto di più distante possiate pensare dallo stile Barcelona che va di moda oggi. Il suo degno capitano era lo scozzese Billy Bremner. Basso, tozzo, rosso di capelli e vera tortura per qualsiasi centrocampista avversario. Il soprannome che si guadagnò identificava bene il suo stile: Ten Stone of Barbed Wire, più o meno traducibile con “65 kili di filo spinato”.

Finito quel ciclo il Leed visse momenti difficili e dovette aspettare gli anni ’90 per tornare a vivere giorni gloriosi. La squadra era buona, ma divenne ancora più forte quando accolse Eric Cantona. Il francese fu determinante nella conquista del titolo del 1992. Purtroppo la sua permanenza nello Yorkshire fu breve e rapido fu pure il ritorno nei ranghi di quella squadra.

Il capitano. Quello che giocava nei...

Il capitano. Quello che giocava nei…

Alla fine del decennio lo United però riprese quota. Il presidente Peter Ridsdale aveva progetti importanti. Si formò un gruppo di giovani validi che si fecero valere sia in patria che all’estero. Erano gli anni degli australiani Kewell e Viduka, di Rio Ferdinand, di Jonathan Woodgate. Ma non durò molto. La mancata qualificazione in Champions League del 2002 fu l’inizio della fine. Vennero a mancare introiti importanti. I progetti di Ridsdale furono forse un pò troppo azzardati. Le casse del club iniziarono a versare lacrime. Di sicuro aver speso uno sproposito per un acquario di pesci tropicali da mettere in sede non aiutò. Furono venduti i giocatori migliori, la squadra iniziò ad andare male, nel 2004 retrocesse, visse anni difficili, subì penalizzazioni, andò in amministrazione controllata e nel 2007 cadde addirittura in terza serie per tre anni. Solo di recente si è trovata un pò di serenità, con la promozione in Championship del 2010.

Oggi il Leeds sembra stabile in questa categoria e tutti i suoi tifosi sono tornati a guardare avanti con ottimismo. Tra questi ci sono anche i membri dei Parva che, nel frattempo, hanno avuto un percorso musicale con un esito ben diverso da quello della loro squadra. Sono diventati famosi, hanno scalato le classifiche, le loro canzoni si sentono su tutte le radio inglesi.

Vedo che qualcuno di voi ha alzato la mano. Come può essere, vi starete domandando, se sono così conosciuti perchè non li ho mai sentiti nominare?

Domanda lecita. Il loro percorso non è stato lineare. Come sosteneva Nick Hornby in “Febbre a 90°”, il bello del calcio è che tutto si ripete, c’è sempre una nuova stagione che riparte. Lo United è caduto in basso, ma ogni anno si ricomincia, ogni anno si può risalire, qualche anno ci si riesce. Nella musica è diverso, è più difficile fermarsi e ricominciare da capo, avere seconde chance. Però i Parva ce l’hanno fatta. Non trovavano un contratto discografico, non erano soddisfatti della loro musica. Cambiamo, ricominciamo, si sono detti, a partire dal nome. Ne avevano sentito uno tempo prima che non suonava male. Poi, guarda un pò i casi della vita, è anche quello della prima squadra dove ha giocato Lucas Radebe, difensore sudafricano roccioso e solido, che negli anni ’90 è stato a lungo capitano del Leeds e idolo di tutta Leeds. Del loro Leeds e della loro Leeds. Cosa volere di più?