Colombia-Nigeria: le tante storie di una finale che non c’è mai stata

Ho iniziato a seguire il calcio nell’estate del 1994, in occasione dei mondiali statunitensi. Quell’anno la finale fu Italia-Brasile. Quattro anni dopo, in Francia, all’atto finale arrivarano i padroni di casa e ancora una volta la Seleçao. Per quanto riguarda l’aspetto sportivo, epiloghi giusti. Però, volendo guardare altro, in entrambi i casi la finale più giusta sarebbe dovuta essere un’altra: Colombia-Nigeria. Perché? Beh, erano piene di fenomeni. Dico sul serio.

Il bel Renè

Il bel René

Per la Colombia, in porta, non può che esserci un nome solo: René Higuita. Riccioli neri, baffo, estroso, spericolato, fuori controllo. Rigori, punizioni, escursioni pericolose in attacco, parate bizzarre, inutili e geniali. Ha tutto. Tra le sue amicizie spiccano Diego Armando Maradona e Pablo Escobar, il potentissimo narcotrafficante. Con questi i rapporti sono stretti. Nel 1991 fa scandalo una sua visita nella villa dove è detenuto. Nel 1993 viene coinvolto anche in un tentativo di sequestro in qualità di mediatore. Viene arrestato e si fa sette mesi di carcere che gli costano il mondiale del ’94. «Non pensavo di infrangere la legge», si giustifica. Gioca fino a 43 anni, beccandosi anche una squalifica per cocaina (beh, con quegli amici…). Nel frattempo diviene una star dei reality show colombiani. Nel 2011 si candida sindaco a Guarne, paese vicino a Medellin. «Bastano 4500 voti per essere eletto. Ma spero di prenderne 10000!», dichiara. Rimane sotto quella cifra. La prima intendo…

L'autorete

L’autorete

In difesa, purtroppo, c’è una storia tragica: Andres Escobar. Nel 1994 la Colombia è un’ottima squadra. Tanto forte da nutrire speranze per la vittoria finale. I tifosi ci credono e persino Pelè li vede come favoriti. Non va così. Alla prima partita è subito shock: sconfitta 3 a 1 con la Romania. Bisogna vincere la seconda con gli Stati Uniti, ma i giocatori vivono un clima impossibile, tra pressione e notizie tragiche che arrivano da casa. La Colombia gioca all’attacco quella partita, ma non segna. Al minuto 35, un tiro di uno statunitense viene deviato da Escobar e finisce in porta. Al termine è 2 a 1 per gli USA. La Colombia va fuori al primo turno. Al ritorno a casa, Andres è distrutto, si sente responsabile della debacle. Grazie all’aiuto dei suoi cari si riprende. La sera del 2 luglio va in discoteca con gli amici. Qualcuno lo avvicina e lo prende in giro per l’autorete. Segue un litigio. Forse ha fatto arrabbiare la persona sbagliata. Gli sparano sei volte. Muore a 27 anni e con una probabile carriera europea davanti.

Il Gullit biondo...

Il Gullit biondo…

A centrocampo, a comandare le operazioni, il giocatore più distinguibile di sempre: Carlos Valderrama. Collanine, braccialetti, baffo d’assalto e, soprattutto, una cofana di riccioli biondi in testa. È un regista dal passo compassato, passo che negli ultimi anni degenera su ritmi da moviola. In patria è un eroe. In Europa passa senza troppo successo, anche se lascia un buon ricordo al Montpellier, in Francia, dove prende le difese di un compagno un po’ turbolento, tale Eric Cantona. A suo modo è un pioniere. Chiude la carriera nel campionato statunitense, quando ancora è considerato un torneo da operetta. Diventa un mito e contribuisce a rilanciare l’immagine di tutto il movimento. Il Beckham degli anni ’90.

Tino Asprilla

Tino Asprilla

In attacco, una punta veloce che abbiamo visto anche in Italia: Faustino Asprilla. Non segna molto, ma quando lo fa sono gol importanti. Nel 1992, alla prima stagione a Parma, segna la punizione che sancisce la prima sconfitta del Milan di Capello dopo una striscia di 58 risultati utili. Fuori dal campo, un bel carattere. In Emilia combina grane ad ogni ritorno in patria. Amante delle armi, ha il revolver facile. A Newcastle (dove è ricordato con affetto per una tripletta europea al Barcelona) lascia la casa dove ha abitato con i muri pieni di fori di proiettili. Nel suo curriculum non manca nemmeno un presunta love-story, in realtà poi smentita, con Petra Sharbach, fugace starlette del softcore.

Andiamo a vedere ora la squadra avversaria, la Nigeria.

Il Principe

Il Principe

In porta Peter Rufai, detto “Il Principe”. Come Milito e Boateng? No, meglio, perché Rufai principe lo è per davvero. Suo padre infatti è il re della regione tribale di Idimu. Peter, indicato come erede al trono pur non essendo primogenito, dei titoli nobiliari però non ne vuole sapere. Nonostante il parere contrario della famiglia diviene calciatore e spende gli anni migliori della sua carriera in Europa, tra Belgio, Spagna e Portogallo. Nel 1998 suo padre muore. Sarebbe ora di diventare re, ma non per lui. Si fa dare un permesso dalla sua squadra, torna in Nigeria e mette in chiaro coi parenti che la sua vita è un’altra. Dopo di che, si infila di nuovo i guanti e torna a buttarsi sui campi di calcio.

Taribo mangiali tutti!

Taribo mangiali tutti!

Al centro della difesa spicca Taribo West. Fisico di marmo, treccine coi colori delle squadra in cui gioca, stile ruvido, ma efficace. In Italia arriva grazie all’Inter. Nei primi giorni gli affidano come cicerone Nicola Berti. Dovendo andare ad un evento ufficiale, l’italiano gli chiede di seguirlo in auto. Berti prende l’autostrada con il telepass. Taribo lo imita. Senza il telepass. E ha la peggio il casello, ovviamente. L’inizio è buono, i tifosi lo incitano urlando “Taribo mangiali tutti”, poi cade un po’ in disgrazia. Durante il periodo di Marcello Lippi diviene celeberrimo uno scambio di battute tra lui e il mister di Viareggio: «Dio mi ha detto che devo giocare nell’Inter», «Strano, a me non ha detto niente». A fine carriera, forse per giustificare i dialoghi con l’Altissimo, fonda una comunità pentecostale e fa il predicatore. Razzola a intermittenza perché nel 2002 la moglie lo denuncia per violenze e la mancata consumazione del matrimonio. Nel 2008 annuncia che ha un accordo per tornare a giocare con la squadra spagnola dello Xerex. Qualche giorno dopo il presidente dello Xerex annuncia che non ne sa niente…

A disgrace...

A disgrace…

A centrocampo, sulla fascia, Celestine Babayaro. Talento precoce, a 15 anni gioca già in Europa, nell’Anderlecht, in Belgio. Precoce lo è anche quando non dovrebbe esserlo. A 16 anni e 86 giorni diventa il più giovane espulso della storia della Champion League. Se lo contendono in molti e finisce al Chelsea. Nel 2004 passa al Newcastle. Più infortunato che sano, i tifosi lo ricordano per uno schiaffo a Dirk Kuyt che gli costa una squalifica di tre giornate e per aver deciso di giocare comunque una partita poche ore dopo aver saputo della morte del fratello. Freddy Shepperd, il presidente dell’epoca, lo ricorda invece con parole molto dolci: «una vergogna che non faceva la sua parte». Nel 2008 va ai Los Angeles Galaxy. È convinto di trovare gli agi tipici dei top club inglesi, ma rimane scottato da una realtà fatta di voli in economy e hotel poco costosi. Si impegna di conseguenza e dura poco. Nel 2011, forse non a caso, dichiara bancarotta.

Il momento iconico

Il momento iconico

Come punta, abbiamo colui che non è solo un calciatore. È un’icona. Rashidi Yekini è un attaccante fisico, ma efficace. Segna molti gol, anche in Europa, soprattutto in Portogallo. Al Vitora Setubal, dal 1990 al 1994, ne realizza 90 in sole 108 partite. Per forza di cose, diviene un punto fermo della nazionale nigeriana. Nel ’94, anche grazie ai suoi gol, la Nigeria partecipa per la prima volta al mondiale. La partita inaugurale è contro la Bulgaria. Al 21esimo l’azione che sblocca il risultato. Amokachi, George, Yekini. Gol. Lui non corre ad esultare. Rimane lì. Va verso la rete, la stringe tra le mani e urla di gioia. Non si è mai saputo cosa abbia detto, ma l’estasi su quel volto è palese. La foto di quel momento è diventato un simbolo: di calcio, di gioia, di riscatto africano. Nel 2012 muore a causa di problemi neurologici a soli 48 anni.

Adesso ci credete? Cosa vi avevo detto? Due squadre di fenomeni, nulla da fare.

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