Ciao Denilson! La storia di un giullare che sembrava re.

Denilson era uno che dava del tu al pallone...

Denilson era uno che dava del tu al pallone…

Lo scrittore canadese Stephen Leacock amava descrivere la pubblicità come la scienza di fermare l’intelligenza umana per il tempo necessario a spillarle quattrini. Dovendo trasferire questa massima in ambito calcistico, possiamo sostituire “pubblicità” con “tecnica individuale” e intendere per “intelligenza umana” quella di tanti presidenti.

Nel calcio, niente è così simile ad uno spot come un gesto di classe. Ma la pubblicità può essere ingannevole, molto ingannevole.

Questo concetto ha avuto la sua espressione più sublime e originaria col personaggio di cui voglio parlarvi: Denílson de Oliveira Araújo, per gli appassionati di calcio solo Denilson.

Denilson nasce il 24 agosto del 1977 in una cittadina brasiliana dello stato di San Paolo chiamata Diadema. Sì, proprio come il gioiello. Bello a vedersi, ma abbastanza inutile. Non poteva nascere in un posto migliore. Il pallone è un suo compagno fedele e il piede sinistro col tempo si affina e si educa. Entra nelle giovanili del San Paolo e nel 1994, a soli 17 anni, debutta in prima squadra.

Un pò mezzapunta, un pò esterno, fantasista totale. Il suo stile di gioco non passa inosservato. Per Tele Santana, l’allenatore che lo ha scoperto, è il miglior mancino del paese. Il paso doble declinato all’ennesima potenza. Inizia a farsi una reputazione e nel 1996, non ancora ventenne, viene convocato per la prima volta in nazionale. Sarà grazie alla Seleçao che acquisterà notorietà mondiale. L’anno magico è il 1997.

In Italia lo scopriamo durante l’estate. La Franca, in preparazione dei mondiali dell’anno successivo, organizza un torneo a quattro squadre invitando Inghilterra, Brasile e Italia. Si tratta di un classico girone all’italiana. Alla seconda giornata gli azzurri giocano contro i fortissimi brasiliani, campioni del mondo in carica. Ne viene fuori una sfida bellissima e ricca di reti. Finisce 3 a 3 con Denilson tra i protagonisti principali. Non segna, ma esibisce un repertorio tecnico sorprendente.

Ovviamente parte l’asta e il giro di frasi iperboliche. Si interessano a lui le maggiori squadre europee. In Italia sembra avere un grande estimatore in Sergio Cragnotti, presidente di una Lazio al sugo che non bada a spese. Ancelotti scomoda un grande del passato per descriverlo: «mi ricorda Rivelino», storico mancino del Brasile degli anni ’70. Lo vogliono in tanti e non solo perchè Zico arriva a dichiarare che «chi lo compra, si sistema per un decennio».

La lista di pretendenti è talmente lunga che lui può permettersi di ammetere: «vado da chi paga di più». Il 1997 prosegue molto bene per lui. Col Brasile vince la Copa America e la Confederations Cup, dove viene persino eletto miglior giocatore del torneo.

Diventa un personaggio. A livello di notorietà forse è secondo al solo Ronaldo. La Nike lo inserisce in uno degli spot più belli di sempre, quello della nazionale brasiliana che, annoiata da un’attesa in aereoporto, si mette a giocare tra bagagli, viaggiatori e aerei. La regia è di un certo John Woo. In Italia avrà persino una citazione al cinema, nel film Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo, durante la memorabile scena del furto d’auto ai danni di Giovanni.

Nonostente le voci di mercato rimane un altro anno in Brasile. Col San Paolo vince il campionato paulista, poi vola in Francia per partecipare al mondiale. È uno dei più attesi, ma le cose non vanno come dovrebbero. Il Brasile perde in finale. Lui gioca tutte le partite, ma solo una da titolare. Un segnale? Può essere, ma durante il calciomercato è ancora ambitissimo.

Manuel Ruiz de Lopera. L'uomo, non lo stadio...

Manuel Ruiz de Lopera. L’uomo, non lo stadio…

Bene, qua entra in scena il personaggio chiave, quello che da al tutto un tocco di assoluta incoscienza. Sto parlando di Manuel Ruiz de Lopera, allora presidente del Real Betis di Siviglia. Il nostro è un tipo abbastanza estroso e con una discreta dose di denaro e autostima. Impresario nel settore immobiliare, di lui si ricordando prodezze come l’aver donato alla Vergine della Sofferenza, patrona della città, un mantello di broccato in oro e pietre preziose del valore di circa 3 milioni di euro. Fu sempre lui, qualche anno più tardi, a decidere che l’Estadio Benito Villamarin, l’impianto dove gioca il Betis, dovesse chiamarsi Estadio Manuel Ruiz de Lopera. E no, non si tratta di un omonimo.

La sua più grande mandrakata però risale a quella calda estate del 1998. Innamoratosi delle doti di Denilson, decide che sarà lui la pietra miliare su cui costruire un grande Betis e fa la pazzia, lo compra. La notizia crea una certa sorpresa perchè il Betis, nonostante le mire del suo presidente, non è certo una grande d’Europa. Al San Paolo vanno 32 milioni di euro, l’acquisto più costoso di sempre all’epoca. Viene decisa una clausula rescissoria altissima (si parla di cifre che superano di molto i 100 miliardi delle vecchie lire), il contratto è principesco e la sua durata assurda: 12 anni. Vabbè che Zico aveva parlato di un decennio di vittorie, ma forse Lopera ha preso la faccenda un pò troppo alla lettera.

Lui però è convintissimo. Con Denilson il Betis sarà grande. Come è andata a finire? Primo anno, discreto. 35 presenze, 2 gol e squadra che non va oltre un modesto undicesimo posto. Beh, un campionato di transizione prima di una grande crescita, penserete. Ecco, sì, ma magari no. Nella stagione 1999-2000 il nostro eroe segna un gol in più, ma il Betis arriva diciottesimo e retrocede. Improvvisamente, a Lopera quei dodici anni di contratto non devono essere sembrati sto affare del secolo.

In Europa si capisce veramente cosa sia Denilson. Un funambolo, un giocoliere, ma troppo egoista e umorale, con una scarsa propensione per il gol. Si fa sei mesi in prestito al Flamengo, poi torna in Spagna, aiuta il Betis a tornare in Liga e resta a Siviglia altre quattro stagioni. Nel frattempo riesce a non essere sbalzato fuori dal giro della nazionale. Il problema è che nello stesso periodo sulle scene mondiali è apparso Ronaldinho che, in pratica, rappresenta quello che avrebbe potuto diventare lui se tutto fosse andato bene. Il tecnico Scolari lo inserisce nei 23 per i vittoriosi mondiali asiatici del 2002, ma gioca solo qualche spezzone. In uno di questi, durante una telecronaca della Gialappa’s Band su Radio2, Giorgio Gherarducci, esasperato dai continui e inutili paso doble, gli rivolge un urlo che bene sintetizza tutta la carriera del brasiliano: «Passala, coglione!».

Nel 2005 la situazione finanziaria del Betis inizia a farsi complicata e Denilson viene svenduto in Francia, al Bordeaux. Gioca bene, ma il fenomeno che sembrava essere ce lo possiamo scordare. Nell’estate del 2006 va ad arrotondare in Arabia Saudita, dove può permettersi di signoreggiare col pallone. L’anno successivo ci prova negli Stati Uniti con Dallas, ma la condizione fisica lo tradisce e gioca solo 8 partite. Torna in Brasile, nel Palmeiras. Contratto annuale a prestazioni. Che sono buone, ma non tanto da garantirgli un rinnovo.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

Vorrebbe tornare in Europa, ma non è come dirlo. A inizio 2009 fa un periodo di prova al Bolton, in Inghilterra. Niente. Fa un sondaggio anche il Torino, ma non si va oltre. Ritorna quindi a casa per giocare in terza serie con l’Itumbiara, quindi a giugno di quell’anno arriva il colpo di classe. Firma per lo Xi Mang Hai Phong, squadra del Vietnam che, calcisticamente parlando, equivale ad essere dispersi in mare aperto. Lui però ci crede, anche se dichiara: «non so nulla del calcio vietnamita». Non è l’unico, se devo essere sincero. L’esordio con la nuova squadra è da sogno. Subito in gol e pubblico in delirio. Nel secondo tempo però si infortuna, esce dal campo e a quel punto deve aver pensato “ah, ma è questo il calcio vietnamita?”, perchè subito dopo rescinde il contratto e saluta.

Nel 2010 l’ultima comparsata. Va in Grecia. Contratto biennale con il Kavala. Dura due mesi e mezzo, senza vedere mai il campo. Rimane la sua ultima avventura nel calcio giocato. Dopo un pò arriva, inesorabile, il ritiro. Oggi è commentatore per Rede Bandeirantes, rete televisiva di San Paolo.

Magari non sarà diventato un crack, magari non ha dato inizio a nessun decennio di successi, ma tutto si può dire di Denilson, tranne che non abbia segnato un’epoca. Suo malgrado è diventato il simbolo del calciomercato impazzito degli anni ’90, ma a suo modo è stato un precursore. I giochi di classe di Ronaldinho, Robinho, Neymar e compagnia sono anche un pò merito suo. E la prossima volta che vedrete su YouTube un video che sponsorizza un nuovo presunto fenomeno dall’alto di qualche trick, ricordatevi di lui. Ricordatevi di Denilson, il funambolo che sembrava re e rimase giullare.

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  1. eh, che dire… un articolo puntuale ed efficace.

    ma ammettiamolo… quanto era bello quendo mettevano denilson in campo a vittoria certa per perdere tempo coi suoi giochetti? si chiudeva nell’angolino, funambolava (non combinava nulla) ma i minuti passavano.

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