Ottavi di Champions: quale migliore occasione per sputtanarsi?

L'uomo da cui ho tratto ispirazione per questo post...

L’uomo da cui ho tratto ispirazione per questo post…

Ieri sono stati sorteggiati gli accoppiamenti per gli ottavi di finale di Champions League. Ve li propongo di seguito con qualche nota. Siccome sono una persona che non teme il pubblico ludibrio, troverete anche i miei pronostici.

Celtic – Juventus

È vero che il Celtic Park è campo ostico per tutti, è vero che gli scozzesi nel girone hanno messo in crisi il Barcelona sia all’andata che al ritorno (vittoria nel finale avendo il 20% di possesso palla), ma la Juve è squadra di altra caratura. Contro le probabile barricate del Celtic, saranno fondamentali, come sempre, gli inserimenti di Marchisio e Vidal. Pronostico: Juventus

Valencia – PSG

Sorteggio benevolo per i parigini. Il Valencia non sta vivendo una stagione memorabile e di recente ha cambiato allenatore. L’unico punto a vantaggio degli spagnoli è forse la maggiore esperienza europea ma, se andiamo a vedere bene, molti giocatori chiave del PSG hanno comunque vissuto certe sfide con altre maglie. Prevedo un Ibrahimovic più volte in gol. Pronostico: PSG

Real Madrid – Manchester United

Suona come una frase fatta, ma rischia di essere, se non una finale, almeno una semifinale anticipata. Non sarà un doppio confronto troppo spettacolare, ma la classe in campo è talmente tanta che sarà impossibile non divertirsi. Molte le storie che staranno sullo sfondo. Il Madrid comunque ha qualcosa in più e sarà motivato dal pessimo andamento in Liga. Pronostico: Real Madrid

Shakthar – Borussia Dortmund

Rischia di essere la perla degli ottavi. Due squadre giovani, piene di talento, motivate, con due allenatori che propongono un calcio propositivo. O si annullano a vicenda, o ne viene fuori una delle doppie sfide più belle degli ultimi anni. Gli ucraini da queste parti ci sono già passati, i tedeschi nel complesso sono forse un pò più forti. Potrebbero decidere i rigori. Pronostico: Shakthar

Arsenal – Bayern

Anche qua, abbinamento equilibrato. Il Bayern però ha più carte a sua disposizione. L’Arsenal può avere chance se riuscirà a terminare la gara d’andata senza subire gol. In caso contrario si dovrebbe espugnare l’Allianz Arena. L’Inghilterra rischia di non avere nessuna squadra ai quarti per la prima volta dopo 17 anni. Curiosità per il ritorno di Podolski in Germania. Pronostico: Bayern

Porto – Malaga

Gli spagnoli, pur in un girone non impossibile, hanno sorpreso. Il Porto, bene o male, è ormai una certezza del calcio europeo, nonostante le continue cessioni illustri. Questo può fare la differenza. In ogni caso anche qua regnerà l’equilibrio e potrebbero scapparci i rigori. Isco del Malaga ha l’occasione di farsi conoscere a livello globale. Pronostico: Porto

Galatasaray – Schalke 04

Sfida tra Turchia e Germania e, quando si affrontano queste due realtà, difficilmente sono scontri banali. Può diventare un confronto tra attaccanti: Klaas-Jan Huntelaar per i tedeschi, Burak Yilmaz per gli uomini di Terim. Quest’ultimi stanno vivendo un periodo migliore e in casa possono contare su un ambiente difficile per qualunque avversario. Pronostico: Galatasaray

Milan – Barcelona

A meno di sorprese gustose dal mercato di gennaio, quella del Milan è quasi una missione impossibile. I catalani, pur con qualche problema (i problemi di salute del tecnico Vilanova, per esempio), rimangono la squadra più forte in potenza. Se si limitano i danni a San Siro, i rossoneri possono sperare nel colpaccio. Ma è dura. Pronostico: Barcelona

P.S. Abbiate clemenza se non dovessi beccarne uno. Sono pur sempre pronostici fatti con due mesi d’anticipo.

Colombia-Nigeria: le tante storie di una finale che non c’è mai stata

Ho iniziato a seguire il calcio nell’estate del 1994, in occasione dei mondiali statunitensi. Quell’anno la finale fu Italia-Brasile. Quattro anni dopo, in Francia, all’atto finale arrivarano i padroni di casa e ancora una volta la Seleçao. Per quanto riguarda l’aspetto sportivo, epiloghi giusti. Però, volendo guardare altro, in entrambi i casi la finale più giusta sarebbe dovuta essere un’altra: Colombia-Nigeria. Perché? Beh, erano piene di fenomeni. Dico sul serio.

Il bel Renè

Il bel René

Per la Colombia, in porta, non può che esserci un nome solo: René Higuita. Riccioli neri, baffo, estroso, spericolato, fuori controllo. Rigori, punizioni, escursioni pericolose in attacco, parate bizzarre, inutili e geniali. Ha tutto. Tra le sue amicizie spiccano Diego Armando Maradona e Pablo Escobar, il potentissimo narcotrafficante. Con questi i rapporti sono stretti. Nel 1991 fa scandalo una sua visita nella villa dove è detenuto. Nel 1993 viene coinvolto anche in un tentativo di sequestro in qualità di mediatore. Viene arrestato e si fa sette mesi di carcere che gli costano il mondiale del ’94. «Non pensavo di infrangere la legge», si giustifica. Gioca fino a 43 anni, beccandosi anche una squalifica per cocaina (beh, con quegli amici…). Nel frattempo diviene una star dei reality show colombiani. Nel 2011 si candida sindaco a Guarne, paese vicino a Medellin. «Bastano 4500 voti per essere eletto. Ma spero di prenderne 10000!», dichiara. Rimane sotto quella cifra. La prima intendo…

L'autorete

L’autorete

In difesa, purtroppo, c’è una storia tragica: Andres Escobar. Nel 1994 la Colombia è un’ottima squadra. Tanto forte da nutrire speranze per la vittoria finale. I tifosi ci credono e persino Pelè li vede come favoriti. Non va così. Alla prima partita è subito shock: sconfitta 3 a 1 con la Romania. Bisogna vincere la seconda con gli Stati Uniti, ma i giocatori vivono un clima impossibile, tra pressione e notizie tragiche che arrivano da casa. La Colombia gioca all’attacco quella partita, ma non segna. Al minuto 35, un tiro di uno statunitense viene deviato da Escobar e finisce in porta. Al termine è 2 a 1 per gli USA. La Colombia va fuori al primo turno. Al ritorno a casa, Andres è distrutto, si sente responsabile della debacle. Grazie all’aiuto dei suoi cari si riprende. La sera del 2 luglio va in discoteca con gli amici. Qualcuno lo avvicina e lo prende in giro per l’autorete. Segue un litigio. Forse ha fatto arrabbiare la persona sbagliata. Gli sparano sei volte. Muore a 27 anni e con una probabile carriera europea davanti.

Il Gullit biondo...

Il Gullit biondo…

A centrocampo, a comandare le operazioni, il giocatore più distinguibile di sempre: Carlos Valderrama. Collanine, braccialetti, baffo d’assalto e, soprattutto, una cofana di riccioli biondi in testa. È un regista dal passo compassato, passo che negli ultimi anni degenera su ritmi da moviola. In patria è un eroe. In Europa passa senza troppo successo, anche se lascia un buon ricordo al Montpellier, in Francia, dove prende le difese di un compagno un po’ turbolento, tale Eric Cantona. A suo modo è un pioniere. Chiude la carriera nel campionato statunitense, quando ancora è considerato un torneo da operetta. Diventa un mito e contribuisce a rilanciare l’immagine di tutto il movimento. Il Beckham degli anni ’90.

Tino Asprilla

Tino Asprilla

In attacco, una punta veloce che abbiamo visto anche in Italia: Faustino Asprilla. Non segna molto, ma quando lo fa sono gol importanti. Nel 1992, alla prima stagione a Parma, segna la punizione che sancisce la prima sconfitta del Milan di Capello dopo una striscia di 58 risultati utili. Fuori dal campo, un bel carattere. In Emilia combina grane ad ogni ritorno in patria. Amante delle armi, ha il revolver facile. A Newcastle (dove è ricordato con affetto per una tripletta europea al Barcelona) lascia la casa dove ha abitato con i muri pieni di fori di proiettili. Nel suo curriculum non manca nemmeno un presunta love-story, in realtà poi smentita, con Petra Sharbach, fugace starlette del softcore.

Andiamo a vedere ora la squadra avversaria, la Nigeria.

Il Principe

Il Principe

In porta Peter Rufai, detto “Il Principe”. Come Milito e Boateng? No, meglio, perché Rufai principe lo è per davvero. Suo padre infatti è il re della regione tribale di Idimu. Peter, indicato come erede al trono pur non essendo primogenito, dei titoli nobiliari però non ne vuole sapere. Nonostante il parere contrario della famiglia diviene calciatore e spende gli anni migliori della sua carriera in Europa, tra Belgio, Spagna e Portogallo. Nel 1998 suo padre muore. Sarebbe ora di diventare re, ma non per lui. Si fa dare un permesso dalla sua squadra, torna in Nigeria e mette in chiaro coi parenti che la sua vita è un’altra. Dopo di che, si infila di nuovo i guanti e torna a buttarsi sui campi di calcio.

Taribo mangiali tutti!

Taribo mangiali tutti!

Al centro della difesa spicca Taribo West. Fisico di marmo, treccine coi colori delle squadra in cui gioca, stile ruvido, ma efficace. In Italia arriva grazie all’Inter. Nei primi giorni gli affidano come cicerone Nicola Berti. Dovendo andare ad un evento ufficiale, l’italiano gli chiede di seguirlo in auto. Berti prende l’autostrada con il telepass. Taribo lo imita. Senza il telepass. E ha la peggio il casello, ovviamente. L’inizio è buono, i tifosi lo incitano urlando “Taribo mangiali tutti”, poi cade un po’ in disgrazia. Durante il periodo di Marcello Lippi diviene celeberrimo uno scambio di battute tra lui e il mister di Viareggio: «Dio mi ha detto che devo giocare nell’Inter», «Strano, a me non ha detto niente». A fine carriera, forse per giustificare i dialoghi con l’Altissimo, fonda una comunità pentecostale e fa il predicatore. Razzola a intermittenza perché nel 2002 la moglie lo denuncia per violenze e la mancata consumazione del matrimonio. Nel 2008 annuncia che ha un accordo per tornare a giocare con la squadra spagnola dello Xerex. Qualche giorno dopo il presidente dello Xerex annuncia che non ne sa niente…

A disgrace...

A disgrace…

A centrocampo, sulla fascia, Celestine Babayaro. Talento precoce, a 15 anni gioca già in Europa, nell’Anderlecht, in Belgio. Precoce lo è anche quando non dovrebbe esserlo. A 16 anni e 86 giorni diventa il più giovane espulso della storia della Champion League. Se lo contendono in molti e finisce al Chelsea. Nel 2004 passa al Newcastle. Più infortunato che sano, i tifosi lo ricordano per uno schiaffo a Dirk Kuyt che gli costa una squalifica di tre giornate e per aver deciso di giocare comunque una partita poche ore dopo aver saputo della morte del fratello. Freddy Shepperd, il presidente dell’epoca, lo ricorda invece con parole molto dolci: «una vergogna che non faceva la sua parte». Nel 2008 va ai Los Angeles Galaxy. È convinto di trovare gli agi tipici dei top club inglesi, ma rimane scottato da una realtà fatta di voli in economy e hotel poco costosi. Si impegna di conseguenza e dura poco. Nel 2011, forse non a caso, dichiara bancarotta.

Il momento iconico

Il momento iconico

Come punta, abbiamo colui che non è solo un calciatore. È un’icona. Rashidi Yekini è un attaccante fisico, ma efficace. Segna molti gol, anche in Europa, soprattutto in Portogallo. Al Vitora Setubal, dal 1990 al 1994, ne realizza 90 in sole 108 partite. Per forza di cose, diviene un punto fermo della nazionale nigeriana. Nel ’94, anche grazie ai suoi gol, la Nigeria partecipa per la prima volta al mondiale. La partita inaugurale è contro la Bulgaria. Al 21esimo l’azione che sblocca il risultato. Amokachi, George, Yekini. Gol. Lui non corre ad esultare. Rimane lì. Va verso la rete, la stringe tra le mani e urla di gioia. Non si è mai saputo cosa abbia detto, ma l’estasi su quel volto è palese. La foto di quel momento è diventato un simbolo: di calcio, di gioia, di riscatto africano. Nel 2012 muore a causa di problemi neurologici a soli 48 anni.

Adesso ci credete? Cosa vi avevo detto? Due squadre di fenomeni, nulla da fare.

Serie A e All Star Game di basket: ne parlo su Il Referendum

"Votate" per Il Referendum.it

“Votate” per Il Referendum.it

Come ogni lunedì è stato pubblicato un mio articolo sul giornale online Il Referendum. Anzi, eccezionalmente sono due.

In uno parlo dell’All Star Game del campionato italiano di basket. Sembra molto interessante la nazionale sperimentale che è stata presentata.

L’altro è invece il resoconto della diciassettesima giornata del campionato di serie A di calcio. La Juventus sembra infermabile. Resisterà su questi ritmi?

MUSIC PLAYER – Il cestista, il benzinaio e la marmellata

(AVVISO AI NAVIGANTI: i post appartenenti alla categoria Music Player avranno una caratteristica precisa, ossia quella di proporvi una canzone da ascoltare. I brani saranno tutti collegati al mondo dello sport. Buona lettura e buon ascolto).

Daron...

Daron…

Daron è nato in Texas. A Garland, per la precisione, contea di Dallas. Non è altissimo, solo un metro 85 centimetri, ma gli piace giocare a basket. Fa parte della squadra del suo liceo ed è un buon playmaker. È veloce, sa passare, ha un buon tiro, ma il meglio di sè lo da quando la palla ce l’hanno gli avversari. Sa difendere duro e riesce a rubare molti palloni.

Jeff e Stone sono amici e vivono a Seattle. Amano la musica e suonano. Stone viene da una brutta esperienza. Il cantante della band precedente è morto di overdose. Ora vorrebbe riformare un gruppo con Jeff e Mike, un altro suo amico. Registrano un demo di cinque pezzi, ma c’è un problema: manca un cantante. Grazie ad amicizie comuni forse ne trovano uno. Si chiama Eddie, vive a San Diego e fa il benzinaio…

Grazie alla sua abilità sul parquet, Daron riesce a frequentare per due anni la University of Oklahoma, una delle università pubbliche più importanti degli Stati Uniti, famosa anche per il suo programma sportivo. Nel 1988 trascina la squadra alla finale nazionale contro Kansas. Sono favoritissimi, ma perdono. Nell’estate del 1989 decide di passare tra i professionisti della NBA. Al draft, la cerimonia con la quale le squadre scelgono a turno le nuove leve, è la dodicesima scelta assoluta e sono i New Jersey Nets a farlo loro. La squadra è quello che è, finisce la stagione con un record di 17 vittorie su 72 partite, ma Daron non gioca male.

Hai capito sto Eddie? Ha ricevuto il demo e ci ha scritto sopra dei testi davvero belli. Jeff, Stone e Mike decidono che la cosa può funzionare. Gli fanno un’audizione. Sì, lo prendono.

Daron sta tre anni ai Nets. Nell’estate del 1992 viene scambiato con un altro giocatore e va agli Atlanta Hawks, dove rimane per ben 7 stagioni, le migliori della sua carriera. Conferma le sue doti. È un buon playmaker e un ottimo difensore. Nel 1999 si tresferisce ai Golden State Warriors con i quali gioca altri tre anni. A 35 anni si ritira. Il numero che ha sempre portato è il 10. Sopra di esso il cognome, Blaylock. Ma è inutile che cerchiate negli annali NBA il nome Daron Blaylock. Per tutti è sempre stato Mookie. Mookie Blaylock.

I Mookie Blaylock...

I Mookie Blaylock…

Jeff, Stone, Mike e il benzinaio californiano hanno appena finito la loro prima registrazione. Sono soddisfatti del loro lavoro. Le cose sembrano andare per il meglio. Hanno anche in programma un tour. Ma c’è un problema. Non sanno come chiamarsi. Qualcuno di loro ha pacchetto di card dei giocatori di basket. In una di queste c’è raffigurato Mookie Blaylock, giovane talento dei New Jersey Nets. Decidono di infilarla nella custodia, a mò di copertina. D’accordo, ma il problema rimane: come ci chiamiamo? Qualcuno vede la card. “Che ne pensate di Mookie Blaylock?”. Tutti d’accordo.

Poi, sapete come funzionano certe cose, diritti, questioni legali, è un bel casino. Mookie Blaylock non è male come nome, ma è meglio cambiare. Pearl Jam. Sì, secondo me Pearl Jam può andare.

P.S. La canzone è nell’album Ten. Dieci. 10. Vi ricorda niente?

Ciao Denilson! La storia di un giullare che sembrava re.

Denilson era uno che dava del tu al pallone...

Denilson era uno che dava del tu al pallone…

Lo scrittore canadese Stephen Leacock amava descrivere la pubblicità come la scienza di fermare l’intelligenza umana per il tempo necessario a spillarle quattrini. Dovendo trasferire questa massima in ambito calcistico, possiamo sostituire “pubblicità” con “tecnica individuale” e intendere per “intelligenza umana” quella di tanti presidenti.

Nel calcio, niente è così simile ad uno spot come un gesto di classe. Ma la pubblicità può essere ingannevole, molto ingannevole.

Questo concetto ha avuto la sua espressione più sublime e originaria col personaggio di cui voglio parlarvi: Denílson de Oliveira Araújo, per gli appassionati di calcio solo Denilson.

Denilson nasce il 24 agosto del 1977 in una cittadina brasiliana dello stato di San Paolo chiamata Diadema. Sì, proprio come il gioiello. Bello a vedersi, ma abbastanza inutile. Non poteva nascere in un posto migliore. Il pallone è un suo compagno fedele e il piede sinistro col tempo si affina e si educa. Entra nelle giovanili del San Paolo e nel 1994, a soli 17 anni, debutta in prima squadra.

Un pò mezzapunta, un pò esterno, fantasista totale. Il suo stile di gioco non passa inosservato. Per Tele Santana, l’allenatore che lo ha scoperto, è il miglior mancino del paese. Il paso doble declinato all’ennesima potenza. Inizia a farsi una reputazione e nel 1996, non ancora ventenne, viene convocato per la prima volta in nazionale. Sarà grazie alla Seleçao che acquisterà notorietà mondiale. L’anno magico è il 1997.

In Italia lo scopriamo durante l’estate. La Franca, in preparazione dei mondiali dell’anno successivo, organizza un torneo a quattro squadre invitando Inghilterra, Brasile e Italia. Si tratta di un classico girone all’italiana. Alla seconda giornata gli azzurri giocano contro i fortissimi brasiliani, campioni del mondo in carica. Ne viene fuori una sfida bellissima e ricca di reti. Finisce 3 a 3 con Denilson tra i protagonisti principali. Non segna, ma esibisce un repertorio tecnico sorprendente.

Ovviamente parte l’asta e il giro di frasi iperboliche. Si interessano a lui le maggiori squadre europee. In Italia sembra avere un grande estimatore in Sergio Cragnotti, presidente di una Lazio al sugo che non bada a spese. Ancelotti scomoda un grande del passato per descriverlo: «mi ricorda Rivelino», storico mancino del Brasile degli anni ’70. Lo vogliono in tanti e non solo perchè Zico arriva a dichiarare che «chi lo compra, si sistema per un decennio».

La lista di pretendenti è talmente lunga che lui può permettersi di ammetere: «vado da chi paga di più». Il 1997 prosegue molto bene per lui. Col Brasile vince la Copa America e la Confederations Cup, dove viene persino eletto miglior giocatore del torneo.

Diventa un personaggio. A livello di notorietà forse è secondo al solo Ronaldo. La Nike lo inserisce in uno degli spot più belli di sempre, quello della nazionale brasiliana che, annoiata da un’attesa in aereoporto, si mette a giocare tra bagagli, viaggiatori e aerei. La regia è di un certo John Woo. In Italia avrà persino una citazione al cinema, nel film Così è la vita di Aldo, Giovanni e Giacomo, durante la memorabile scena del furto d’auto ai danni di Giovanni.

Nonostente le voci di mercato rimane un altro anno in Brasile. Col San Paolo vince il campionato paulista, poi vola in Francia per partecipare al mondiale. È uno dei più attesi, ma le cose non vanno come dovrebbero. Il Brasile perde in finale. Lui gioca tutte le partite, ma solo una da titolare. Un segnale? Può essere, ma durante il calciomercato è ancora ambitissimo.

Manuel Ruiz de Lopera. L'uomo, non lo stadio...

Manuel Ruiz de Lopera. L’uomo, non lo stadio…

Bene, qua entra in scena il personaggio chiave, quello che da al tutto un tocco di assoluta incoscienza. Sto parlando di Manuel Ruiz de Lopera, allora presidente del Real Betis di Siviglia. Il nostro è un tipo abbastanza estroso e con una discreta dose di denaro e autostima. Impresario nel settore immobiliare, di lui si ricordando prodezze come l’aver donato alla Vergine della Sofferenza, patrona della città, un mantello di broccato in oro e pietre preziose del valore di circa 3 milioni di euro. Fu sempre lui, qualche anno più tardi, a decidere che l’Estadio Benito Villamarin, l’impianto dove gioca il Betis, dovesse chiamarsi Estadio Manuel Ruiz de Lopera. E no, non si tratta di un omonimo.

La sua più grande mandrakata però risale a quella calda estate del 1998. Innamoratosi delle doti di Denilson, decide che sarà lui la pietra miliare su cui costruire un grande Betis e fa la pazzia, lo compra. La notizia crea una certa sorpresa perchè il Betis, nonostante le mire del suo presidente, non è certo una grande d’Europa. Al San Paolo vanno 32 milioni di euro, l’acquisto più costoso di sempre all’epoca. Viene decisa una clausula rescissoria altissima (si parla di cifre che superano di molto i 100 miliardi delle vecchie lire), il contratto è principesco e la sua durata assurda: 12 anni. Vabbè che Zico aveva parlato di un decennio di vittorie, ma forse Lopera ha preso la faccenda un pò troppo alla lettera.

Lui però è convintissimo. Con Denilson il Betis sarà grande. Come è andata a finire? Primo anno, discreto. 35 presenze, 2 gol e squadra che non va oltre un modesto undicesimo posto. Beh, un campionato di transizione prima di una grande crescita, penserete. Ecco, sì, ma magari no. Nella stagione 1999-2000 il nostro eroe segna un gol in più, ma il Betis arriva diciottesimo e retrocede. Improvvisamente, a Lopera quei dodici anni di contratto non devono essere sembrati sto affare del secolo.

In Europa si capisce veramente cosa sia Denilson. Un funambolo, un giocoliere, ma troppo egoista e umorale, con una scarsa propensione per il gol. Si fa sei mesi in prestito al Flamengo, poi torna in Spagna, aiuta il Betis a tornare in Liga e resta a Siviglia altre quattro stagioni. Nel frattempo riesce a non essere sbalzato fuori dal giro della nazionale. Il problema è che nello stesso periodo sulle scene mondiali è apparso Ronaldinho che, in pratica, rappresenta quello che avrebbe potuto diventare lui se tutto fosse andato bene. Il tecnico Scolari lo inserisce nei 23 per i vittoriosi mondiali asiatici del 2002, ma gioca solo qualche spezzone. In uno di questi, durante una telecronaca della Gialappa’s Band su Radio2, Giorgio Gherarducci, esasperato dai continui e inutili paso doble, gli rivolge un urlo che bene sintetizza tutta la carriera del brasiliano: «Passala, coglione!».

Nel 2005 la situazione finanziaria del Betis inizia a farsi complicata e Denilson viene svenduto in Francia, al Bordeaux. Gioca bene, ma il fenomeno che sembrava essere ce lo possiamo scordare. Nell’estate del 2006 va ad arrotondare in Arabia Saudita, dove può permettersi di signoreggiare col pallone. L’anno successivo ci prova negli Stati Uniti con Dallas, ma la condizione fisica lo tradisce e gioca solo 8 partite. Torna in Brasile, nel Palmeiras. Contratto annuale a prestazioni. Che sono buone, ma non tanto da garantirgli un rinnovo.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

La presentazione nel fottuto Vietnam.

Vorrebbe tornare in Europa, ma non è come dirlo. A inizio 2009 fa un periodo di prova al Bolton, in Inghilterra. Niente. Fa un sondaggio anche il Torino, ma non si va oltre. Ritorna quindi a casa per giocare in terza serie con l’Itumbiara, quindi a giugno di quell’anno arriva il colpo di classe. Firma per lo Xi Mang Hai Phong, squadra del Vietnam che, calcisticamente parlando, equivale ad essere dispersi in mare aperto. Lui però ci crede, anche se dichiara: «non so nulla del calcio vietnamita». Non è l’unico, se devo essere sincero. L’esordio con la nuova squadra è da sogno. Subito in gol e pubblico in delirio. Nel secondo tempo però si infortuna, esce dal campo e a quel punto deve aver pensato “ah, ma è questo il calcio vietnamita?”, perchè subito dopo rescinde il contratto e saluta.

Nel 2010 l’ultima comparsata. Va in Grecia. Contratto biennale con il Kavala. Dura due mesi e mezzo, senza vedere mai il campo. Rimane la sua ultima avventura nel calcio giocato. Dopo un pò arriva, inesorabile, il ritiro. Oggi è commentatore per Rede Bandeirantes, rete televisiva di San Paolo.

Magari non sarà diventato un crack, magari non ha dato inizio a nessun decennio di successi, ma tutto si può dire di Denilson, tranne che non abbia segnato un’epoca. Suo malgrado è diventato il simbolo del calciomercato impazzito degli anni ’90, ma a suo modo è stato un precursore. I giochi di classe di Ronaldinho, Robinho, Neymar e compagnia sono anche un pò merito suo. E la prossima volta che vedrete su YouTube un video che sponsorizza un nuovo presunto fenomeno dall’alto di qualche trick, ricordatevi di lui. Ricordatevi di Denilson, il funambolo che sembrava re e rimase giullare.

Campioni del mondo! Ne parlo su Il Referendum

"Votate" per Il Referendum.it

“Votate” per Il Referendum.it

Da qualche mese collaboro con il giornale online Il Referendum.

Questa testata è stata fondata da due ragazzi veronesi, Serena Santoro e Edoardo Poli. La redazione è formata da ragazzi giovani e con voglia di fare. Ogni giorno si impegnano per scrivere e pubblicare articoli da diffondere sul web, per la passione di farlo e per l’amore che provano nei confronti del giornalismo. Trovate il link al sito in basso a destra.

Il tema conduttore è quello dei diritti, ma non mancano escursioni su altri campi. Io, per esempio, mi occupo soprattutto di sport e scrivo di lunedì.

Oggi è uscito il mio ultimo articolo. Parlo di un avvenimento importante per lo sport italiano che non ha trovato il giusto risalto sui media: l’Italia under 18 di pallanuoto ha vinto il mondiale di categoria.

Potete leggere cosa è successo qua.

Buona lettura.

 

 

Eccoci

Il nome A52 lo dobbiamo a lui

Il nome A52 lo dobbiamo a lui

Un saluto a tutti.

Mi chiamo Marco Dolcinelli.

Classe 1987, vivo in provincia di Verona e mi piacciono la scrittura e lo sport.

Da queste due passioni nasce la spinta che mi ha portato ad aprire questo spazio. Si parlerà di sport, di personaggi, di aneddoti, di storia e di attualità. In poche parole, come è scritto in testata, di sport e di tutta la bellezza che ci sta attorno.

Questo progetto è anche figlio un pò bastardo di un’altra mia attività, la trasmissione che conduco sulla web radio Radio Doppio Malto che porta lo stesso nome, A52.

Per capire di cosa si tratta e che cosa vuol dire tale sigla vi rimando qua:

http://www.radiodoppiomalto.it/a52-1-puntata/

Spero che apprezzerete i miei contributi e che la loro lettura possa diventare per voi una piacevole abitudine.

Per il momento, buona lettura e buon ascolto.